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Libera di vivere

Barbara Bartolotti nel 2003 viene aggredita da un collega che la colpisce con un martello, la accoltella, uccidendole il figlio che ha in grembo, e le dà fuoco: dopo 16 anni lotta per tutte le persone vittime di violenza

Mar 29 Ott 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 2

Sono passati 16 anni, eppure basta ascoltarla per ritrovarsi lì con lei, quel 20 dicembre del 2003,  giorno in cui un collega di Barbara Bartolotti, Giuseppe Perrone, ha provato ad ucciderla. 

«Conosceva mio marito, i miei figli, mio padre. Era una persona che si era sempre distinta per la sua educazione. Aveva quest'aria da intellettuale molto rassicurante. E, invece, è stato bravo a nascondere le sue reali intenzioni».

Quel giorno Giuseppe le dà un appuntamento di lavoro fuori dall'ufficio: le deve chiedere qualcosa. Lei accetta. Si incontrano. Lui le dice di salire in macchina e lei tranquillamente lo fa, senza pensarci.  
«Io sono di Palermo e lui di un paesino a circa 40 km. Quindi ci diamo appuntamento a metà strada. Quando salgo sulla sua macchina, lui mette in moto e prende la Statale. Dopo tre minuti si ferma. Io scendo dalla macchina e telefono a mio marito. Poi sento un grande boato in testa. Ma non capisco da dove sia arrivato quel tonfo. Siamo in autostrada non ci sono palazzi intorno. Poi sento un altro colpo. Mi tocco la testa e la vedo sanguinante, mi giro e vedo che lui ha un martello. Cado per terra. Lui mi dà altre due martellate. Mentre sono per terra, inveisce su di me con calci e pugni. Poi prende il coltello e mi colpisce l'addome. Urlo disperata. Sono incinta e quelle coltellate ho paura che possano far male a mio figlio. Lui mi dice: “Se non ti posso avere, meglio ucciderti”. Poi va alla macchina e torna con una tanica. Mi cosparge di combustibile e mi dà alle fiamme. Mentre prendo fuoco, lo vedo allontanarsi e salire in macchina. Capisco che vuole vedermi morire. Così chiudo gli occhi e faccio finta di essere morta: è l'unica speranza per me».

Barbara non perde mai lucidità in quei momenti. Sente che lui mette in moto e si allontana. Allora si alza, si spegne le fiamme con le mani e scavalca la Statale.
«C'è il filo spinato, ma non ci penso: scavalco, lascio vita, brandelli, sangue e mi metto a correre… Non si ferma nessuno: credo non capiscono cosa sia, se un tizzone, una bestia, un tronco. Poi si fermano due ragazzi, due angeli. Scopro dopo che quella strada non la fanno mai, che il pomeriggio non escono mai e che quel giorno sarebbero dovuti uscire molto più tardi. La mia fortuna ha voluto che qualcuno li chiamasse per delle prove all'improvviso… Quando mi vedono, mi chiedono come mi chiamo e come possono aiutarmi, per evitare di farmi male. Io spiego cosa è successo, poi salgo sulla macchina e mi portano al pronto soccorso. Qui dico il nome del mio aggressore al carabiniere e poi entro in coma».

Dura dieci giorni il coma che Barbara ricorda benissimo.
«Ricordo dei bambini biondi che giocavano con corde in prati bellissimi e poi c'era gente che camminava… Dopo dieci giorni sono tornata. Forse non era il momento per me di andar via».

Quando ritorna Barbara deve affrontare il calvario del centro ustioni. 
«Lì hanno dovuto distruggermi per ridarmi la vita. Ti scartavetrano la pelle per evitare le setticemie, perdi liquido, perdi la pelle. È talmente forte il dolore che decido di dire basta alla morfina. Avevo perso anche mio figlio, non c'era niente che poteva far passare quello che sentivo. Perdo anche 18 kg di massa muscolare e subisco sei interventi. Questo significa che ad ogni intervento non sai se il tuo corpo farà rigetto, non vedi la tua famiglia se non dietro un vetro, nessuno ti può accarezzare, toccare, stringere. Non puoi sentire l'odore dei tuoi figli».

Passano tre mesi prima che Barbara decida di vedere i suoi due figli che sono stati preparati dallo psicologo.
«Gli hanno detto che la mamma non può toccarli e che la mamma ha le crosticine... Rimango sei mesi in ospedale poi quando esco mi danno delle guaine che porto per cinque anni. Dopo vivo per tre anni con 13 collarini. Fino al 2014 faccio 27 interventi. Poi dico basta».

Ma all’uomo responsabile di tutto questo non succede nulla. 
«Io rimango sei mesi in ospedale in malattia e quando esco vengo licenziata. Lui, che è nipote del titolare, non perde il lavoro. Anzi. La sera del mio tentato omicidio, pensando che io sia morta, viene fermato in discoteca dove è andato a festeggiare. Ma viene scarcerato nel giro di 24 ore per un vizio di forma. Poiché è reo confesso, tanto da ripetere al giudice la frase che ha detto a me mentre provava ad uccidermi, e patteggia, invece di essere condannato a 21 anni di carcere, gli danno 4 anni di arresti domiciliari. Ma l'anno in cui viene condannato è l'anno dell'indulto e quindi non sconta niente. Anzi viene anche assunto in una banca, si sposa con la fidanzata di allora e diventa padre».
Ma Barbara non si arrende e fonda “Libera di Vivere”, un centro di ascolto a Palermo.
«Ogni giorno ricevo 2000 messaggi. In tante mi chiedono aiuto. Ma mi capita di ricevere anche messaggi di uomini che dopo la separazione vanno a vivere sotto i ponti. Ci sono anche tante donne violente. Certo la maggior parte delle storie che sentiamo riguarda gli uomini».

Eppure, nonostante tutto, Barbara e suo marito hanno cresciuto i figli nell’amore.
«Uno ha quasi 20 anni e uno quasi 19. Solo l'anno scorso abbiamo detto loro la verità, spiegando che è giusto comportarsi come abbiamo fatto io e loro padre, che è un poliziotto. È incredibile: lui rappresenta lo Stato ma è stato lasciato solo insieme a me. Ma sono contenta che abbiamo trasmesso ai nostri figli i valori veri, a credere nello Stato, tanto che il piccolo ora è entrato nell'Esercito. Certo io continuo a sperare nella pena certa e a farmi portavoce di persone o che non hanno più un cuore che batte o che sono dovute fuggire…».

Barbara è una donna grintosa e, a pochi anni dal suo tentato omicidio, ha deciso di regalarsi la vita.
«Nel 2007 io e mio marito abbiamo deciso di mettere al mondo un altro figlio. Speravamo fosse una bambina e così è stato. Si chiama Federica e lei rappresenta la mia rinascita».



 


PREMIO CAMOMILLA

Barbara Bartolotti, palermitana e madre di tre figli, il 4 ottobre 2019 ha ricevuto il Premio Camomilla durante la quinta edizione di “Women for Women against violence PREMIO Camomilla”, ideata e organizzata da Donatella Gimigliano, Presidente dell’Associazione Consorzio Umanitas la kermesse. L’evento si è svolto presso il A.Roma Lifestyle Hotel (Nella foto è con l’attrice Maria Rosaria Omaggio).

 


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