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Un albero per ogni bambina

Il coraggio del cambiamento in una terra, l’India, segnata dalla violenza contro le donne

Mer 30 Ott 2019 | di Testo e foto di Silvio Grocchetti | Mondo
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Dopo aver attraversato strade extraurbane percorse da vecchie auto inglesi e un dedalo di sentieri sperduti nella profonda campagna del Bihar, Stato nel nord-est indiano, si raggiunge un abitato all’apparenza non dissimile da altri: raggruppamento disordinato di capanne in paglia, baldacchini di teloni di plastica, sino alle villette su due piani tinte da tenui colori caldi. Dharhara si apre così, con insignificante semplicità, apparentemente inconsapevole della propria unicità in terra indiana.

La regola sono i 39.000 casi di stupro, i 7.700 omicidi per la dote, gli 8.000 episodi del cosiddetto burning bride (quando la donna non è reputata all’altezza del suo ruolo di moglie, non riesce ad avere figli, ad esempio, oppure non riesce ad averne maschi, e le viene dato fuoco), per un totale di 340.000 crimini contro le donne registrati nel solo 2016.

Su questo sfondo di violenze multiformi si staglia Dharhara, un villaggio che vanta una tradizione decennale grazie alla quale è riuscito a sconfiggerne una, di queste forme di violenza: il feticidio femminile. In soli trent’anni, tra il 1980 e il 2010, si stima che in India siano stati abortiti 12 milioni di feti femmine. Oggigiorno ci sono 914 femmine al di sotto dei sei anni ogni 1000 maschi; nel 2001 il rapporto era 927 a 1000, nel 1991 era 945 a 1000. Le statistiche fotografano un trend chiaro: il numero delle femmine continua a ridursi, creando una significativa sproporzione generazionale tra i due sessi.
Il feticidio femminile è una pratica tanto comune quanto pervasiva. Non si lega al ceto sociale – è espressione di famiglie benestanti tanto quanto di famiglie indigenti – e neppure al luogo di origine, dato che avviene sia in agglomerati urbani che in zone rurali; è stato registrato anche in Occidente, in famiglie indiane espatriate.
In un contesto di violenza ossessiva nei confronti del sesso femminile, Dharhara è riuscita a stagliarsi ad esempio per tutta l’India. Ogni qualvolta un feto femmina nasce tra i confini del villaggio, gli abitanti piantano alberi da frutta: solitamente manghi, solitamente dieci. I frutti vengono venduti durante la stagione estiva e il denaro guadagnato riposto in un conto a nome della bambina. Anno dopo anno, estate dopo estate, la ragazzina godrà di una somma di denaro sufficiente per i propri studi e per la propria dote, così da non risultare un peso per la propria famiglia e, di conseguenza, per la società. Perché qui risiede il succo della questione: la dote, la somma di denaro che la famiglia della sposa deve versare alla famiglia dello sposo, è il motivo cardine per cui avere una figlia femmina, ancora oggi, è considerata una sciagura. Una sciagura economica. Alla dote va aggiunto che un figlio maschio può contribuire all’economia familiare attraverso prestazioni lavorative precoci, mentre la ragazza è destinata al lavoro casalingo, dunque economicamente infruttuoso. E i figli maschi, storicamente, si prendono cura dei genitori una volta raggiunta la vecchiaia; le ragazze, invece, una volta sposate transitano di fatto nella famiglia del marito, andando a vivere con lo sposo e i suoi genitori.
Nonostante il successo della pratica di Dharhara, pochi politici ne hanno lodato pubblicamente gli sforzi, pochi giornali ne hanno parlato e tentato di diffondere l’usanza nel territorio indiano.
Nirja Bhatnagar, direttrice della sede di Mumbai dell’associazione no-profit “ActionAid India”, imputa la penuria di pubblicità e di encomio pubblico a pratiche quali quella di Dharhara al fatto che «il governo indiano è espressione di una società patriarcale e misogina, che rappresenta solo una parte dell’India, non la totalità della popolazione e della sua espressione culturale – soprattutto quella progressista». Prendendo in prestito la ben nota santità delle mucche in India, Nirja Bhatnagar emblematizza l’attitudine indiana in una frase che di per sé potrebbe divenire slogan di abbandono e disperazione: «Le mucche, in India, sono molto, molto più al sicuro delle donne».
Anziché soffermarsi sull’aspetto disperante di tale realtà, Nirja, assieme a un manipolo in crescita di attivisti e organizzazioni no profit, porta avanti una battaglia che tenta di mutare radicalmente la cultura indiana. Mutamento per il quale dovremo ancora attendere: «La refrattarietà al cambiamento è parte fondante dell’essere umano». Quando le faccio notare che nel corso degli ultimi decenni i governi hanno adottato alcune politiche per porre un freno al problema, la sua replica è alienante in quanto paradigmatica delle società contemporanee: «Non è una questione di quantità di leggi: già oggi siamo eccessivamente regolamentati, ma poco e mal governati».
Il potere, insomma, sta nelle mani degli uomini. Degli uomini comuni. E sta a loro realizzarne la presenza, agguantarlo, farlo proprio e utilizzarlo come veicolo rivoluzionario. Esattamente quel che hanno fatto gli abitanti di Dharhara: la sconfitta della tradizione più becera attraverso il coraggio degli ideali, la praticabilità e semplicità di un gesto triviale come piantare, annaffiare e far crescere alcuni alberi. Una metafora di vita che, in India, è vita vera.

IL CORAGGIO DEL CAMBIAMENTO
Duecento chilometri più ad ovest, nello Stato dell’Uttar Pradesh, vi è un altro luogo dove il coraggio del cambiamento ha permesso la rinascita di giovani donne. 
Agra è, all’apparenza, una delle tante città indiane. Affastellamento di quartieri, la cui prossimità apparentemente casuale li sublima a città: bazar dagli odori intensi e dolci, botteghine di fango e legna, rigagnoli di scarti corporali a delimitare la strada e torme di bambini, uomini, donne e vecchi che si confondono nell’afa indiana, nella cappa nebulosa che afferra il cielo e lo tinge di un sempiterno grigiastro.
Ciò che differenzia Agra dal resto dell’India è il Taj Mahal. Il «grande polpo bianco, con la cupola bianca simile alla testa bianca del polpo e i quattro minareti bianchi simili a quattro tentacoli bianchi», come lo definì Alberto Moravia nel suo viaggio in India del 1961 assieme a Pasolini; la «lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo», come lo fotografò il poeta Tagore; esso è la prima attrazione turistica dell’India, con più di tre milioni di persone all’anno ad ammirare il sinuoso movimento della sagoma a stagliarsi contro il cielo.
Qualche stradina polverosa più in là del Taj Mahal, un cortiletto dal pavimento a mattonelle rosse e gialle oltre al quale, al di là di una porta a vetri a due ante, si apre un locale con alcuni tavolini in legno scuro avvolti dai colori sgargianti di muri carichi di foto, ritagli di giornale, volantini e poster raffiguranti visi di donne. Le cameriere del locale sono solo ragazze: ragazze alle quali il destino ha riservato una tragedia comune. Tra loro, Rupa.
Una notte come tante di alcuni anni fa, Rupa si sveglia d’improvviso perché colpita in volto da un liquido trasparente. È acido; la mano che glielo ha versato, quella della matrigna. Il gesto si spiega ripercorrendo radici di gelosia e invidia: il viso di Rupa ricordava quello della madre biologica, in maniera troppo marcata perché la matrigna potesse soffrirlo. L’attacco con l’acido fu solo l’apogeo di una tortura durata tutta la vita: sin da quando era piccola, la matrigna aveva tentato di disfarsi di lei. Poi, la notte dell’acido.
«Voleva uccidermi», afferma Rupa sicura. «È riuscita solo a sfigurarmi».
Rupa si ritrova sola, costretta a lasciare gli studi e abbandonata dalla propria famiglia. Il padre prende le parti della matrigna, con la quale vive tutt’oggi in un villaggio dell’Uttar Pradesh. Solamente lo zio le fornisce il supporto necessario per affrontare gli interventi chirurgici di cui ha bisogno. Trascorre tre mesi in ospedale, durante i quali viene sottoposta a otto diversi interventi. Ne necessiterebbe di ulteriori: tutta una serie di ricostruzioni che però non si può permettere. Il denaro che i nonni le avevano lasciato per la dote le è stato preso. Lo zio non ne possiede di più. A parte le rare uscite per le visite mediche, Rupa vive reclusa in casa, perché intimorita dall’idea che qualcuno poggi lo sguardo sul suo viso deturpato.
Un bicchiere d’acido in volto, otto interventi chirurgici e undici anni dopo, Rupa lavora qui, in questo caffè a due passi dal Taj Mahal. Sheroes’ Hangout ha aperto i battenti nel dicembre del 2014 «per avvicinare le sopravvissute e farle connettere con la società», racconta Atul Kumar, manager del locale. «Il semplice fatto di creare una comunità di persone che condividono un trauma e far servire loro del caffè alla luce del sole riesce a restituire forza e speranza».

STOP ACID ATTACK
Una delle numerose declinazioni di violenza nei confronti delle donne in India, infatti, è proprio l’aggressione con l’acido. Alcune delle vittime muoiono, la maggior parte riporta danni gravi. I dati raccolti fotografano quasi un’aggressione al giorno, una frequenza aumentata vertiginosamente rispetto agli anni precedenti, sintomo del fatto che la rivoluzione culturale portata avanti da Sheroes e da tutti gli attivisti indiani sta mettendo radici, in quanto più donne stanno trovando la forza e il coraggio di denunciare i propri assalitori. Queste statistiche sono sempre una cifra al ribasso, infatti. Spesso, quando i crimini avvengono in villaggi e comunità chiuse, laddove vige una cultura votata all’omertà, le vittime non sporgono denuncia, lasciando il proprio assalitore impunito e la reale portata delle violenze celata.
Per contrastare questa piaga sociale, l’8 marzo del 2013 vittime e attivisti hanno lanciato la campagna “Stop Acid Attack”. Da quel movimento è nata prima una NGO, la “Chhanv Foundation”, e successivamente lo Sheroes’ Hangout di Agra, dove lavorano otto sopravvissute. 
Grazie al lavoro nel locale le ragazze riescono a mantenersi, riguadagnando fiducia e sicurezza in se stesse. «Qui possono interagire, sviluppare i propri interessi e godersi la vita come qualsiasi altra persona», racconta Abhay Singh, uno degli attivisti della campagna “Stop Acid Attack”. Le sofferenze che le vittime di attacchi con l’acido affrontano non si fermano infatti al trattamento del proprio corpo: spesso si recludono in casa e rifiutano di mostrarsi in pubblico, finendo con l’essere tagliate fuori da qualsiasi dinamica sociale.
Il locale tenta di strappare il velo di omertà che vige attorno alle aggressioni con l’acido, informando ed educando il pubblico. Ma la rivoluzione tracciata e perseguìta da Sheroes si sviluppa su più piani, andando ben oltre il mero reinserimento delle vittime all’interno della società. Sheroes vuole scuotere le coscienze dell’India e sfidare il paradigma di bellezza che domina la nostra era.
«La concezione comune è che l’unica virtù sia l’aspetto esteriore, che l’unica qualità, soprattutto per le donne, sia la bellezza; per di più, questa concezione fomenta le convinzioni degli assalitori, che pensano che deturpare il viso di una ragazza equivalga a privarla dell’unico strumento a sua disposizione per sposarsi e, dunque, vivere degnamente», afferma Abhay Singh. «Con Sheroes vogliamo ribaltare il concetto di bellezza: da virtù esteriore a interiore, e il coraggio e la forza delle ragazze ne è la dimostrazione».
Nel caffè, tra il tintinnio di tazze e piattini, l’intenso odore di caffè e tè aromatico, le ragazze vittime di attacchi sgambettano serene tra i tavolini, servendo bevande calde e piatti tipici della cucina indiana agli avventori del locale. Osservandole, come osservando le distese di alberi di mango nella campagna di Dharhara, si rimane abbagliati dalla semplicità del gesto rivoluzionario che donne e uomini hanno avuto il coraggio di compiere, laddove anche solo l’anelito al cambiamento sembrava semplice utopia.
In quel paese meravigliosamente eterogeneo che è l’India troviamo, da una parte, alberi e frutti che sconfiggono il feticidio, dall’altra tazze e caffè che sconfiggono le aggressioni con l’acido.
 

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