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Fratello, dove sei?

Ha 12 anni Dèsirèe quando nasce suo fratello. La madre, tossicodipendente, non sa prendersene cura ed è lei a farsene caricofino a quando, rimasti orfani, il piccolo viene dato in adozione

Gio 05 Dic 2019 | di Manuela Mareso | Attualità
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Crescere nel gelo emotivo di genitori dipendenti da alcol e droghe. Nella povertà e nel degrado di ambienti e sentimenti, viaggiando da una casa all’altra, alternando periodi in comunità ad altri presso famiglie affidatarie, in balìa di eventi e decisioni prese da troppi adulti, pochi dei quali, in questa storia, sono capaci di percepire il pensiero elementare di una bambina: “L’unica cosa che desideravo era solo che mi amassero. Una cosa così banale, che mi vergogno persino di scriverla, Zakaria”. Con una prosa semplice e asciutta, Dèsirèe Cognetti si rivolge così al fratello di cui ha perso le tracce quando lui era molto piccolo, affidato a istituti e poi dato in adozione. “Una storia che parla di te” (DeAPlaneta), è il viaggio nel passato di una giovane donna oggi solare, che ha voluto trasformare un percorso di vita travagliato in opportunità per sé e per altri.

Come hai avuto l’idea di scrivere un libro?
«Scrivere della mia vita è un impulso che ricordo di aver sempre avuto da ragazzina, ma non riuscivo a iniziare perché per me era fondamentale mettere un punto, e invece gli eventi continuavano a precipitare. Per scrivere una storia è importante capire dove sia la fine, che sono riuscita a trovare solo con la morte di mio padre. Da quel momento sono riuscita a fermare il tempo e a guardarlo a ritroso, ma, travolta dal lavoro e dalla quotidianità di chi come me può contare solo su se stesso, per anni mi è stato impossibile scrivere. Un incidente in scooter che mi ha tenuta ferma due mesi, sembra folle dirlo, è stata la mia opportunità».

Qual è stato l’impulso che ti ha mosso nella scrittura?
«Prima di scriverla non ho mai parlato della mia storia con nessuno, in tutta la mia vita, nelle mie amicizie, non mi è mai venuto naturale aprirmi. Forse sono stati gli anni di silenzio a portarmi a questo esito, che io sento come naturale nel processo di liberazione da un peso così schiacciante: fare ordine, avere il coraggio di ripercorrere quello che è stato, per poi liberarsene. Nel momento in cui ho iniziato la stesura, e mi sono chiesta chi fosse il destinatario delle mie parole, ho unito l’altro enorme vuoto della mia vita, oltre a quello della comunicazione: il contatto con mio fratello, verso cui ho sempre sentito una nostalgia che il tempo non ha attenuato, e che, al contrario, negli anni è andata crescendo».

Come è avvenuto il distacco con lui?
«Fui io a trovare mia madre in casa morta per overdose. Avevo 12 anni. Zakaria era con lei, la sua pappa era sul fuoco, avessi tardato poteva essere una tragedia ancora peggiore. Da quella notte io e lui rimbalzammo ospiti da nonni e zii, che però non erano in grado di accudirci. La scelta fu allora la comunità per me e un istituto per lui. Andavo a trovarlo di tanto in tanto quando mi era concesso. L’ultima volta che l’ho visto aveva tre anni. Quando mi dissero che ci saremmo dovuti separare per sempre compresi che fosse la cosa più giusta per lui, perché vedevo che stava molto male, che aveva bisogno di una famiglia stabile invece di essere sballottato tra situazioni di ripiego. E poi mi dicevo “Lo ritroverò”».

Una reazione sorprendente per una ragazza di poco più di 15 anni…
«I bambini che vivono situazioni come la mia subiscono processi di adultizzazione precoce e mettono in atto meccanismi di difesa impensabili in coetanei che crescono in famiglie dove c’è chi si prende cura di loro… Per me era prioritario il benessere di mio fratello, per i miei sentimenti non c’era spazio, e forse quel “Lo ritroverò” era la risposta che mi davo per mettere a tacere lo sconforto della separazione. Oggi per fortuna la legge è cambiata, si cerca di tenere insieme i fratelli».

Cosa ne pensi del sistema di tutela dei minori con famiglie disagiate?
«Spesso la cronaca ci porta casi eclatanti di malagestione ad opera di servizi sociali e tribunali, e non si vede il tanto di buono che viene fatto. Devo dire però che una cosa è palese: sono ancora troppo evidenti la mancanza di comunicazione tra tutte le figure che ruotano attorno al minore e la carenza di sensibilità e di capacità di leggere i segnali. Dopo l’uscita del libro, ho incontrato una mia insegnante delle scuole medie, che all’epoca mi era parsa disinteressata: mi ha rivelato invece che allora aveva chiamato allarmata l’assistente sociale, la quale l’aveva tranquillizzata dicendo che in casa mia era tutto a posto. Ma io mentivo, mia madre mentiva, in situazioni come la mia, specialmente i bambini, fanno sempre di tutto per nascondere la verità, anche se sanno di trovarsi in grande pericolo. Oltre a ritrovare mio fratello, io spero con questo libro di diffondere una cultura di maggiore sensibilità verso tutti i bambini. In molti hanno bisogno di aiuto».     

 


PER CONTATTARE DÈSIRÈE

Se Zakaria o la sua nuova famiglia volessero mettersi in contatto con Dèsirèe possono scrivere all’indirizzo: 

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