acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Speciale cocaina

Italia ai primi posti nel mondo per consumo di cocaina con Roma capitale del narcotraffico: cosa sta succedendo?

Gio 05 Dic 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 7

Euforia, benessere, dilatata capacità di percepire il mondo, esaltazione e ipercomunicabilità. Questo provoca la cocaina. Lo racconta chi ne ha fatto uso per anni, chi ci è finito dentro per caso, chi per noia, chi per bisogno di sentirsi sempre all'altezza, chi per moda, chi per curiosità, chi senza volerlo veramente, chi per un malessere profondo, chi perché non sapeva in che altro modo chiedere aiuto. Ma quell'onnipotenza è un fatto passeggero, una illusione di poche ore, una promessa tradita ogni volta e con sempre più violenza: perché dopo poco tempo il senso di inadeguatezza, la stanchezza, la tristezza, i vuoti diventano voragini enormi, sempre più larghe, diventano crateri che solo altra cocaina può riempire e placare. Ma quella pace che arriva di nuovo e rende ancora tutto possibile dura sempre di meno mentre quel vuoto diventa sempre più grande. Lo dicono tutti, anche chi era convinto di non essere tossicodipendente, perché pensava di saper controllare il desiderio, perché non usava le siringhe, ma la sniffava o fumava 'soltanto'. Anche loro ti dicono che dopo c'è la sonnolenza, la depressione, il rallentamento dei riflessi e un grigiore che non si può colorare. Eppure, nonostante questo, nonostante la globalizzazione delle informazioni, le testimonianze, gli incontri nelle scuole, i tentativi di fare prevenzione, il consumo di cocaina è in continua crescita nel mondo e in Italia. Secondo uno studio condotto su 60 milioni di persone in 37 paesi di Europa, USA, Canada, Sud America e Australia da Score network, dal 2011 al 2017 è emerso che la cocaina è la droga più consumata in Europa occidentale e del sud (Svizzera, Inghilterra, Belgio, Olanda, Spagna, Italia) e in Sud America. Stando al Global Drug Survey 2018, nella classifica dei Paesi con il maggiore consumo di coca in rapporto alla popolazione, primi sul podio ci sono gli Stati Uniti e poi l’Italia e il Canada, che si contendono il secondo posto. In Italia, sulla base di uno studio pubblicato sulla rivista Addiction, dal 2016 ad oggi, il consumo di coacina è aumentato del 15%: il monitoraggio è stato effettuato principalmente nella città di Milano, ma lo stesso trend è stato evidenziato a Bologna, Bari, Gorizia, Potenza e Palermo, attravero l’analisi delle sostanze rilasciate con le urine e ritrovate nelle acque reflue urbane.

 


Dal Sud America alle nostre piazze


Antonio Nicaso, massimo esperto di mafie al mondo, ci spiega tutto ciò che c'è da sapere sull'oro bianco: dai traffici internazionali ai costi nelle piazze, dalle serie televisive alle nuove rotte, fino alle strategie necessarie da mettere in atto


«La strategia è sempre la stessa: la diversificazione dei porti sia di provenienza che di destinazione. Perché le organizzazioni criminali lo sanno che il 10-20% del prodotto viene sequestrato dalle Forze dell'Ordine, quindi, per compensare le perdite, si deve lavorare su più destinazioni. Ne è una prova il fatto che, fino a poco tempo fa, Gioia Tauro, in Calabria, aveva perso un po' di centralità. Invece, negli ultimi tempi, è ritornato particolarmente attivo, visti i grossi quantitativi di cocaina sequestrata. Oggi, oltre ai porti di partenza a cui si è sempre fatto riferimento, sembra aver acquisito importanza il porto di Guayaquil in Ecuador da dove spesso partono navi container con carichi di cocaina. L'idea è questa: la Colombia è il Paese che produce più cocaina, quindi si evitano i porti colombiani per le spedizioni e si usano Ecuador, Martinica, Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay. I porti di destinazione, invece, sono: Rotterdam, Anversa, Amburgo, Genova, Livorno, Gioia Tauro, Venezia, Valencia, i porti nel nord-ovest della Spagna, il Canale di Suez che sta prendendo piede sempre di più, oltre ai porti africani».
 
È sempre la 'ndrangheta l'interlocutore più affidabile?
«È sempre uno dei maggiori acquirenti, anche se stiamo assistendo a una sorta di post-fordismo nella riorganizzazione delle mafie: la 'ndrangheta comincia ad appaltare ad organizzazioni minori alcuni compiti che prima gestiva direttamente. Si vedono sempre più broker albanesi in America Latina, sicuramente perché introdotti dalla 'ndrangheta, che stanno assumendo una parte del traffico che riguarda la logistica e il trasferimento dei carichi. Si nota una 'ndrangheta che è sempre più legata al controllo del territorio e meno coinvolta nella gestione diretta delle attività illecite. Questo, ovviamente, non significa che non stia gestendo i carichi, ma sta delegando molto».
 
C'è stata un'impennata nella produzione di cocaina?
«Sì, per tantissime ragioni: in Colombia, nonostante l'accordo tra le FARC (Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - ndr) e il governo, che doveva risolvere molti dei problemi legati al traffico di sostanze stupefacenti (Tra i punti previsti dall'accordo, la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza delle FARC, tra cui quella di cocaina, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga - ndr) si è verificato quello che molti di noi avevano previsto cioè che una parte delle FARC, gli irriducibili, fingendo di accettare la smobilitazione, hanno solo cambiato nome continuando a produrre cocaina. In pochi hanno accettato altri no, in pratica hanno seguito le orme delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia - ndr) che ora si chiamano BACRIM (Bandas Criminales - ndr). Quindi, contro le aspettative di alcuni, nel 2017 si è registrato un aumento del 25% della produzione di cocaina in Colombia rispetto al 2016: ormai le coltivazioni di cocaina in questo Paese costituiscono il 70% della produzione mondiale». 
 
Sta aumentando l'uso di cocaina? 
«C'è un aumento dell'uso della cocaina. Così come dell'uso della cannabis. Ma quello che sta emergendo è l'aumento uniforme dei consumatori sia nel nord America che in Europa. E ovunque si spende di più per acquistare cocaina che per qualsiasi altro tipo di droga».
 
Qual è il costo di un grammo di cocaina? 
«Il costo medio di un grammo di cocaina in Europa oscilla intorno agli 80 euro. Ma la maggior parte dei profitti non rimane in Colombia, dove viene prodotta la materia prima. Il dato allarmante è la facilità con la quale i soldi derivati da attività criminali entrano nell'economia legale, per la quale il riciclaggio è ossigeno, perché finanzia continuamente stati e banche che accettano senza battere ciglio i soldi del narcotraffico».
 
Qual è l'identikit del consumatore?
«È sempre più difficile tracciare l'identikit del consumatore, perché la usano in tanti, senza nessun tipo di caratterizzazione: la usa il pilota, l'impiegato, il professionista, il disoccupato, il medico. È ormai diventata una droga di massa che è entrata nell'immaginario collettivo, perché si è convinti che moltiplichi le prestazioni lavorative e sessuali».
 
Quanto le serie tv o i film possono sdoganare la normalizzazione dell'uso delle sostanze, massificandolo ancora di più?
«Le serie tv possono essere lette in due modi: da una parte possono favorire la normalizzazione, dall'altra possono ridicolizzare, come accade nella serie francese “Altro che caffè” o in quella tedesca “Come vendere droga on line (in fretta)”, nella quale, tuttavia, si fa anche capire come si può andare a vendere sostanza stupefacenti senza essere legati a organizzazioni criminali. Che è il sistema con il quale è cominciata la vendita in Cina del fentanyl, sfruttando la spedizione di grosse reti di distribuzione: si acquistava attraverso il dark web, ma a vendere erano studenti universitari che avevano scoperto come confezionare tablet partendo dalla polvere di fentanyl. Il risultato è stato micidiale: il fentanyl è molto più tossico dell'eroina e ha causato decine di migliaia di vittime in nord America. E sta arrivando anche in Italia: poco tempo fa in Piemonte, ad Alba, c'è stato il primo sequesto di un derivato dal fentanyl. L'idea era quella di fare molti soldi con un piccolo investimento e così è stato: un chilogrammo di polvere costa 10.500 dollari, circa, da cui si ricava un milione di tablet, ognuno dei quali oggi sul mercato ha un costo che si aggira intorno ai 50 dollari: qualche anno fa era di 20 dollari». 
 
Una vera e propria strage quella procurata dal fentanyl, tanto che il Canada ha dovuto anche cambiare una legge.
«Un tempo non c'era la possibilità di ispezionare pacchi con peso inferiore ai 3 grammi. Ovviamente era un modo per facilitare le spedizioni e permetteva ai freelance di entrare in questo mondo della distribuzione… Ora anche i pacchi inferiori ai 3 grammi possono essere ispezionati!». 
 
Come si diversifica il mercato?
«La logica è quella del supermarket. Non c'è una specializzazione: le mafie devono avere a disposizione diversi tipi di droga. Sicuramente è diminuita la produzione di oppio in Afghanistan, ma bisogna tenere conto che il 90% dell'eroina consumata negli Stati Uniti è prodotta in Messico. L'Afghanistan copre solo l'Europa, Asia e Oceania, ma la produzione è destinata a calare. Oggi in Centro e Sud America si riesce a realizzare di tutto: in Messico, per esempio, stanno producendo anche il fentanyl».
 
La legalizzazione in Italia potrebbe mettere in crisi il mercato?
«La legalizzazione è un'opzione sul tavolo. Io sono contrario: preferisco il modello portoghese, quello della depenalizzazione del consumo di qualsiasi tipo di droga. Chi la consuma per fini personali dovrebbe essere soggetto a una sanzione, non ad un procedimento penale. In Canada, per esempio, la legalizzazione della marijuana ha portato alla creazione di organizzazioni criminali che, attraverso prestanome, sono entrati nella vendita legale. Altro aspetto da considerare è che la legalizzazione non consente la vendita ai minorenni, quindi inevitabilmente si crea un mercato parallelo. Certamente la lotta al narcotraffico non sta dando i risultati sperati e manca una cooperazione internazionale».
 
Cosa fare?
«Le mafie sono ormai transnazionali, ma l'azione di contrasto è continuamente ristretta in ambiti nazionali ed è caratterizzata da una giurisdizione diversa a seconda dei Paesi. Il problema qual è: nell'era della globalizzazione, abbiamo multinazionali che riescono a condizionare le scelte dei Paesi, abbiamo l'internazionalizzazione dei mercati e le organizzazioni criminali si muovono alla ricerca di paradisi normativi dove ci sono leggi più blande, eppure non c'è la possibilità di creare un'azione globale di contrasto, è difficile sedersi allo stesso tavolo e dire: per combattere le organizzazioni, dobbiamo colpire corruzione e riciclaggio e per fare questo è fondamentale il sequestro e la confisca dei beni e che le indagini vadano a aggredire le collusioni politico finanziarie  nelle zone grigie. Se si riesce a mettere insieme una strategia del genere, è possibile pensare a qualche successo, ma se ci limitiamo ad arrestare il trafficante senza colpire il meccanismo che lo tiene in piedi, come il riciclaggio, è tutto inutile».  

 


ANTONIO NICASO
Antonio Nicaso, nato a Caulonia (Rc), oggi vive tra Stati Uniti e Canada. Giornalista, scrittore, professore universitario e studioso dei fenomeni criminali, è autore di decine di libri. Con il Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri ha scritto, tra gli altri, “La mafia fa schifo” (Mondadori 2011), “Acqua santissima” (Mondadori 2013), “Oro bianco” (Mondadori 2015), “Padrini e padroni (Mondadori 2016), “Fiumi d'oro” (Mondadori 2017), “Storia segreta della 'ndrangheta. Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018)” (Mondadori 2018).
Nel 2019, sempre con Gratteri, pubblica “La rete degli invisibili” (Mondadori) nel quale analizza la 'ndrangheta 2.0, sempre più collusiva e sempre meno violenta, i suoi rapporti con i centri di potere economico, politico e finanziario, con la massoneria deviata, con il narcotraffico, con il deep web e con i social network. 
Dal suo libro del 2015 "Business or Blood: Mafia Boss Vito Rizzuto's Last War", è stata tratta la serie tv “Bad Blood”, in onda su Netflix.

 


La nemica dell’ambiente

La produzione della cocaina crea danni enormi all’ambiente e alla salute:
•Per coltivare un ettaro di terra a piante di coca, bisogna disboscarne quattro di Foresta Amazzonica. 
• Per un campo di due ettari, ogni due mesi, vengono usati 250 litri di benzina.
• Secondo il governo peruviano, ogni anno, 15 milioni di litri di sostanze tossiche - soprattutto diesel e cherosene - finiscono nel Rio delle Amazzoni durante la produzione di pasta di coca.

 


DALLA PIANTA ALLA COCA

LA PIANTA
La pianta di coca si presenta con un arbusto molto folto, dalle foglie di un verde brillante. I coltivatori potano regolarmente i cespugli in modo che non si superi una certa altezza, rendendo agevole la raccolta

IL RACCOLTO
Viene effettuato 4 o 6 volte l’anno. Chi si dedica a questa attività è sempre molto giovane: spesso si tratta di ragazzini di 12 anni che, invece di andare a scuola, passano le loro giornate a strappare con le mani le foglie, arrivando a raccoglierne anche 100 kg al dì

CANDEGGINA, CEMENTO E ACQUA
Le foglie, a volte fresche, a volte essiccate, spezzettate o intere, vengono immerse in un miscuglio di candeggina e cemento, diluito con acqua

BENZINA E CHEROSENE
A seguire, l’intruglio viene immerso nella benzina e nel cherosene, dove resta per alcune ore. 

ACIDO SOLFORICO
Dopo l’ammollo, nel quale spesso i ragazzini entrano per pestare con i piedi nudi la massa di foglie e liquido (rischiando ustioni e scottature, oltre a respirare esalazioni velenose), si ottiene un liquido oleoso al quale viene aggiunto acido solforico 

FILTRAGGIO
Il liquido lattiginoso viene integrato con l’ammoniaca e successivamente filtrato con teli sottili, in modo da trattenere la parte solida, la pasta base di cocaina

TEST DI QUALITÀ 
I narcos, per testare la qualità, sciolgono un po’ di pasta in un cucchiaino. Se la droga è oleosa, la qualità è buona. A questo punto comincia il viaggio della coca che viene tagliata più volte fino ad arrivare sulle piazze di spaccio

Per tagliare la cocaina, che arriva sulle nostre piazze con una purezza del 30-40%, vengono usate diverse sostanze da taglio: il Levamisolo, un anti-parassitario per cani; il Naphyrone / NRG-1, un farmaco; la Procaina, un anestetico locale; il Metilfenidato / Ritalin, usato contro il disturbo da deficit di attenzione; l’Efedrina, uno stimolante; il Mannitolo, un dolcificante; l’Inositolo, un dolcificante; la Pectina, un addensante; il Glucosio; la Maltodrestrina, un additivo alimentare; il Lattosio; la Saccarina; l’Aspirina; la Ketamina, usata dai veterinari come tranquillante; l’Anfetamina; l’Atropina...


 


Roma, capitale del narcotraffico


Gianpiero Cioffredi, Presidente Osservatorio regionale Sicurezza e Legalità Lazio: “Cominciamo ad interrogarci sullo spaesamento dei ragazzi”

di Angela Iantosca

«Roma negli ultimi anni è diventata la capitale del narcotraffico in Italia: mafie tradizionali, clan autoctoni, organizzazioni criminali straniere e italiane si dividono il mercato della droga nella Capitale che è l'unica città in cui si apre il ciclo del narcotraffico, con le trattative tra i grandi cartelli sudamericani e la 'ndrangheta, anche attraverso broker del narcotraffico in gran parte romani, e si chiude con il riciclaggio dei proventi del traffico di droga. In mezzo c'è la proliferazione delle piazze di spaccio gestite prevalentemente da clan autoctoni e criminalità organizzata romana. I grandi player sono della 'ndrangheta e, in parte minore, della camorra, mentre la gestione delle piazze è per lo più nelle mani della criminalità romana e, in misura minore, di nigeriani e albanesi».

A parlare è Gianpiero Cioffredi, Presidente Osservatorio regionale Sicurezza e Legalità Lazio, da anni in prima linea, al fianco della Procura e delle Forze dell'Ordine, nella sensibilizzazione su temi come quello delle mafie, anche attraverso la realizzazione di un Report, “Mafie nel Lazio” che è giunto nel 2019 alla sua quarta edizione e nel quale si affronta anche il tema del narcotraffico e delle piazze di spaccio.
«La Procura di Roma sulla Capitale ha individuato 30 grandi macro aree di spaccio, all'interno delle quale ci sono più piazze. Per esempio a Tor Bella Monaca, che è una macro area, ci sono almeno 13 piazze. Quindi, a Roma, possiamo dire che ci sono  un centinaio di piazze di spaccio».

Cosa accade in queste aree?
«La presenza delle piazze, oltre a modificare la trama delle relazioni sociali di un quartiere, determina anche il fluire di una liquidità enorme, basti pensare che una piazza mediamente fattura tra i 7-8 mila ai 20 mila euro al giorno! Ci sono due fenomeni, dunque, che si verificano: la retta e la ricerca del consenso».

Cosa è una retta?
«Chi gestisce la piazza di spaccio non ha un grande magazzino in cui stoccare la droga, luogo che potrebbe essere individuato facilmente dalle Forze di Polizia, ma usa centinaia di famiglie che, pur non facendo parte di una organizzazione criminale, in cambio di 4/500 euro, conservano piccoli quantitativi di droga, la retta appunto».

Come si crea il consenso sociale?
«C'è la necessità di generare rispetto nella popolazione del quartiere verso chi gestisce la piazza. Quindi, c'è attenzione a tenere pulite le aiuole o si ha cura degli spazi pubblici o si costruiscono relazioni con mondi che possono essere aiutati. Questo ha determinato negli ultimi anni che la criminalità romana ha acquisito un “potere di relazione” importante. Perché gestire una piazza di spaccio permette di costruire relazioni forti con un pezzo di borghesia mafiosa, un pezzo di amministrazione pubblica, imprenditori  e anche pezzi della politica».

C'è allarme sicurezza a Roma?
«Ciò che si è evidenziato e che crea preoccupazione è il contagio criminale tra le mafie tradizionali e la criminalità romana. Un interscambio che proprio nella gestione delle piazze di spaccio configura  lo spazio per la sperimentazioni di nuovi modelli criminali. Quindi abbiamo a Roma dei clan che sono mafiosi, organizzazioni romane che agiscono con il metodo mafioso e organizzazioni che non hanno le caratteristiche mafiose ma che sono ugualmente pericolose. Il metodo mafioso si sviluppa attraverso una forte capacità di  intimidazione in grado di generare soggezione e  omertà tra i cittadini. Inoltre, intorno alla piazza di spaccio si sviluppano altri effetti collaterali come estorsioni e usura. Nonostante questo, a Roma non c'è un allarme dal punto di vista della sicurezza urbana, visto che in questi anni assistiamo ad una costante diminuzione di reati». 

Diminuiscono i reati, ma è evidente che la situazione è preoccupante.
«L'allarme è che Roma è diventata la capitale del narcotraffico. La risposta repressiva in questi anni è stata robusta. Basti pensare che nel 2018 sono stati sequestrati 565 kg di cocaina, che sul mercato avrebbero fruttato 30 milioni di euro, e i sequestri di cocaina nella Capitale rappresentano il 18% di quelli nazionali. C'è una grande e robusta capacità investigativa sia da parte della  Procura  che da parte delle  Forze di Polizia . Eppure l'azione repressiva non è sufficiente».

Cosa ci vorrebbe?
«Il problema è che bisognerebbe interrogarsi su chi compra la droga, sulla domanda e non solo sull’offerta. Bisognerebbe interrogarsi sul perché negli ultimi anni si è abbassata l'età in cui si inizia a consumare droga. Perché già a 12 anni si sente la necessità di far uso di sostanze. Ormai la cocaina si trova a prezzi bassissimi. A Roma la si trova anche a 50/60 euro al grammo e a 15/20 euro a dose. La Capitale è un supermarket della droga a portata di tutti con la capacità dei narcotrafficanti e di chi gestisce le piazze di fare dosi commisurate alla paghetta degli adolescenti!».

Quale è la direzione da prendere?
«C'è un tema legato alla necessità di affiancare alla repressione la prevenzione fatta di informazione, interventi sociali e culturali in quartieri degradati  in cui ci sono centinaia di ragazzi che sono nel giro del traffico e che vedono come una opportunità fare le vedette delle piazze di spaccio, guadagnando 70-80 euro per turni di 6 ore al giorno e che poi possono fare carriera arrivando ad essere pusher. Una sorta di mobilità sociale che purtroppo le nuove disuguaglianze sociali non consentono più. È necessario intervenire nelle periferie in cui si sta sperimentando un nuovo  controllo sociale della criminalità che trova sempre più metodi raffinati per ottenere consensi».

Per esempio?
«In alcuni quartieri ci sono esponenti di famiglie criminali che cominciano a produrre i gruppi di musica trap con milioni di ascolti su Spotify».

Ma è un problema solo delle periferie e del sud della Capitale? 
«Le zone più importanti sono Tor Bella Monaca, la Romanina, Ostia, San Basilio, Quarticciolo. Ma nell'area nord abbiamo un problema serio a Montespaccato e Primavalle. Diciamo che c'è ormai una omogeneità che circonda il Raccordo Anulare che va da San Basilio, a Tor Bella passando per Montespaccato e Primavalle. In più ci sono le piazze della movida, le cosiddette piazze aperte, prevalentemente gestite dalla criminalità straniera: piazze importanti anche dal punto di vista del fatturato». 

Reprimere non è sufficiente. Quale è il passo ulteriore da fare? 
«Un pezzo della politica invece di interrogarsi sul perché assistiamo a questa poderosa  diffusione del consumo di droga  tra gli adolescenti spesso si perde in dibattiti astrusi se legalizzare o no. Che è una scorciatoia piuttosto che una reale volontà di affrontare la questione. È più semplice fare dotte discussioni piuttosto che interrogarsi sullo spaesamento e sulla domanda di senso dei nostri ragazzi : è questo il tema! Se un ragazzino a 12 anni fa uso di sostanze, il problema è parlare di legalizzazione  o provare a capire cosa sta accadendo nella nostra società e anche nelle famiglie?».      

 


A ROMA C’È POSTO PER TUTTI

«La droga la porta per lo più la 'ndrangheta leader assoluta per la cocaina, ma in anche la camorra - spiega Gianpiero Cioffredi -. Arriva attraverso i porti di Gioia Tauro, Livorno, Genova. Ma anche in parte minore attraverso Fiumicino e poi viene distribuita nella pancia della città, contando su questa grande quantità di organizzazioni criminali romane. Se noi ipotizziamo un tavolo virtuale tra le mafie, c'è posto per tutti a Roma e quindi c'è pace mafiosa. Nessuna organizzazione punta all'egemonia. Anche se in questi mesi stiamo assistendo ad una certa fibrillazione rispetto alla gestione delle piazze, ma che credo riguardi il livello intermedio: saranno le indagini a confermare. Per il resto l'elite mafiosa da anni mantiene una pace tra i clan perché se c'è la pace ci sono affari per tutti. Si è anche dimostrato che, laddove si creino dei conflitti, arrivano subito grandi boss in grado di mediare: a Roma sud un grande mediatore è stato zio Ciccio D'Agati, boss siciliano ultra75enne del mandamento di Villabate e il camorrista Michele  Senese, a Roma nord Salvatore Nicitra di origine siciliane. Insomma abbiamo un panorama preoccupante che purtroppo non genera quella assunzione di responsabilità da parte delle agenzie educative e delle Istituzioni». 

 


LA LOCOMOTIVA BIANCA

Giovanni Greco, Direttore del Ser.T. di Ravenna: “Stiamo vivendo un'emergenza”

«Dal nostro punto di vista stiamo vivendo un'emergenza». Esordisce così il dottor Giovanni Greco, Direttore del Ser.T. (Servizi per le Tossicodipendenze) di Ravenna.
«Il problema è legato alla vulnerabilità dei soggetti interessati a fronte di un’offerta sempre maggiore e sempre più diffusa. L'uso della cocaina si lega non più alle disponibilità economiche dei soggetti interessati, ma al facile accesso ad una modalità di soddisfacimento di bisogni di performance, controllo, gestione dello stress, modulazione dell’umore che abbatte steccati sociali pur mantenendosi contesti di uso voluttuario che poi diventa anch'esso dipendenza».

Ma perché si usa la cocaina? 
«Gli olandesi una volta la chiamavano la locomotiva bianca. Ed è calzante come definizione, perché effettivamente fa provare questa sensazione di veglia, vigilanza, capacità di azione persistente, controllo di situazioni, contesto ed emozioni, di superamento delle difficoltà. Quello che si sente è che le cose che non vanno del mondo, di te iniziano a ricadere sotto il tuo controllo, tanto da far immaginare delle vie di uscita, possibilità, soluzioni. Che poi in realtà non sono tali. Sicuramente la maggior parte delle persone che usa questa sostanza lo fa per gli effetti prestazionali, meno per il divertimento, in parte per senso di appartenenza. Non è propriamente una droga socializzante, anche se potrebbe far immaginare una tale espressione d’effetto - ed un discreto numero di consumatori la usa “in compagnia” -. In realtà pure se molti la utilizzano per sostenere il lavoro e l’identità, con il tempo conduce all’isolamento, al ritiro. Ad una pericolosa autoreferenzialità prestazionale».

Come cambia nel corso del tempo l'effetto?
«Nel tempo la cocaina non restituisce gli stessi effetti iniziali: al piacere si sostituisce l’abitudine, l’attesa. Induce tolleranza, necessità di aumentare i quantitativi assunti per ottenere medesimi effetti ed astinenza come per molte sostanze psicoattive».

Come si interviene?
«Per la cocaina non ci sono trattamenti farmacologici ad hoc, se non nella fase in cui si decide di smettere, affrontando il problema. Nelle persone con consolidata dipendenza, l'astinenza rappresenta un problema rilevante: chi continua da anni, infatti, va inevitabilmente incontro ad un protratto periodo di malessere, caratterizzato da fasi altalenanti. Ad esempio all’inizio si cade in letargo, si dorme tantissimo; poi si alternano fasi di depressione, marcata flessione dell’umore e ripresa. Tra queste fasi si può manifestare il craving, il desiderio irrefrenabile della sostanza, mediamente ogni tre settimane, ma si tratta di una condizione variabile da persona a persona. I trattamenti, dunque, intervengono su tali fasi, sostenendo l’umore, trattando le alterazioni del sonno, tentando di gestire il craving». 

Per quanto riguarda l'età cosa è cambiato?
“Essendo una sostanza molto disponibile, l’età si è decisamente abbassata anche se la nostra esperienza, presso il Ser.T., ci dice che le persone che si affacciano ai nostri servizi hanno una età che supera i 30 anni. Senza dimenticare che, spesso, l'uso di cocaina si associa all'abuso di alcol e al gioco».

Ci sono tecniche innovative che si stanno provando? 
«Oggi ci sono studi che sostengono l’utilizzo della TMS, Stimolazione Magnetica Transcranica, ovvero l’applicazione di un campo magnetico ad un determinato distretto cerebrale, che sembra efficace nel recuperare una capacità di gratificazione, indipendentemente dall’uso della sostanza. Tale trattamento non esclude supporti di counselling, farmacologici e psicoterapici».

Quanto tempo si impiega a disintossicarsi fisicamente?
«Il tempo varia da individuo a individuo. Se si intende una disintossicazione che possa condurre a una condizione di equilibrio o controllo del desiderio, parliamo di settimane. Tuttavia, accanto alla disintossicazione, è necessario prevedere un sostegno individuale riguardo tutto ciò che concerne la motivazione e la percezione del successo, la migliore gestione del quotidiano, delle relazioni, delle emozioni, il consolidamento del proprio ruolo, dell'affidabilità. Quindi, oltre a favorire processi differenti rispetto a quelli sperimentati sino a quel momento, si sostiene la persona nel controllo del desiderio della sostanza (incluse le azioni che servono a tener lontane situazioni o contesti “grilletto”, frequentazione di luoghi particolari o la ricerca di occasioni), il rinforzo della capacità di astenersi, la riscoperta di abilità e attività esperite indipendentemente dalla sostanza, la riscoperta della fiducia del contesto relazionale, l’investimento nel mondo emotivo».                                          

 


Alcuni effetti... collaterali

La cocaina è una sostanza con effetto vasocostrittore ed anestetico, assunta prevalentemente per via nasale. Riduce la vascolarizzazione delle mucose che attraversa, causandone sofferenza tanto che quelle del setto nasale e, poi, di tutta la fossa nasale e del rinofaringe vanno in necrosi. La continua esposizione a questa droga può portare ad una completa distruzione delle strutture. Un’importante lesione del setto può determinare il venir meno dell’impalcatura del naso. Mentre la distruzione del palato rende difficile o impossibile l’alimentazione. Non solo, la cocaina incide notevolmente sulla salute delle vie cardiovascolari, fa aumentare almeno di sette/dieci volte la possibilità di avere un ictus e, in generale, moltiplica di quattro volte il rischio di morte rispetto a chi non assume sostanze. 
 

Condividi su:
Galleria Immagini