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La regola della serenità

Monastero delle Carmelitane di Ravenna: la clausura al tempo di internet

Gio 05 Dic 2019 | di Donatella Penati Murè | Attualità
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Non è facile parlare della clausura, specialmente oggi dove l'essere è visibilità. Ma proprio questo tratto attuale rende la quotidianità così vicina al "claustro". Certo, una chiusura informatica la nostra, una preghiera laica davanti al Dio dell'etere, ma che spesso assume modi e sensazioni spirituali.
Regola del Carmelo, spirito di Santa Teresa. Ravenna, monastero delle Carmelitane. Una piccola voragine di santità, appena sfiorata dal turismo e dai condomini. Varcata la soglia, classica nelle sue rappresentazioni, con i suoi battenti pesanti e la ruota dei poveri, tutto di legno antico (il palazzo, del Seicento, era un luogo dove si amministrava la giustizia umana ed ora invece si prega per quella divina), ti accoglie la piccola comunità monastica, costituita da undici monache e che ben fotografa la situazione di tanti monasteri in Italia. Alcune sono anziane, quando anche la vocazione poteva essere indotta dal bisogno esistenziale, e altre, si direbbe di mezza età, con vite normali alle spalle e scelte vocazionali importanti.
Si entra e anche questa azione banale fa parte di un percorso innovativo della regola claustrale, dato che un tempo non era possibile alcun accesso senza particolari dispense, come ricordano le madri più anziane del gruppo.  Che benedicono il giorno in cui sono cadute le grate, anche quelle strutturali. Resta, infatti, come una vecchia ghigliottina religiosa, l'ultima mezzaluna dell'antica grata che separava nella piccola cappella, durante le funzioni, le religiose e i fedeli. A sostenerla c'è anche un mesto Cristo che sembra anche Lui sollevato dal peso di tanta chiusura che adesso non c'è più. Infatti, ora le sante donne possono uscire più facilmente e dedicarsi anche di più al fuori.
E in quel "fuori" c'è la cura di Martin, unico maschietto meticcio (canino) del convento, che scandisce, assieme al ritmo della preghiera e della produzione delle ostie, la vita di sorella Barbara. Giovanissima, si sedeva sulle panche della chiesa e sognava la vita da monaca, ammirando le altre sorelle con già sulle spalle il manto color di monaco, come diceva Edoardo, sfidando il parere, talora contrario, della famiglia. “Ma la volontà di Dio ha vinto - dice, mentre Martin al parco pubblico si rotola felice nell'erba -. E anche lui, Martin, mi ha insegnato qualcosa e cosi è rispettata anche la regola francescana”.
E poi il fuori di madre Anastasia, che oggi deve andare all'Agenzia delle Entrate (anche il fisco ormai entra nella clausura) o che nel suo piccolo eremo nel piccolo chiostro si interroga sulla femminilità in convento e di come si possa riempire un vuoto, quello della maternità che manca.
Riflessioni esistenziali smorzate dai mille baci di Martin.
E non manca il momento della preghiera, quella accompagnata dai canti gregoriani, nel vespro, e una preghiera innovativa, meditativa, di introspezione. Introdotta dalla giovane priora, madre Elisabetta, che si rifà all'oriente. Al secolo ragioniera, ora si dedica a governare questa santa comunità femminile e ad insegnare l'arte delle icone. Una passione nata con il bisogno di Dio e della clausura e che dà i suoi frutti. Immagini sacre, in puro stile ortodosso, ricche di polveri d'oro e di mille pietre preziose. Ma prezioso è il messaggio che questo luogo comunica e di come da qui si possa spaziare nell'infinito, non solo celestiale. Chiuso tra muri, trasuda gioia e vita e sembra un megafono puntato al cielo. Ognuno ha lasciato qualcosa, sarebbe inutile negarlo, ma nessuno rimpiange nulla qui. 
Sorella Paola, studentessa di Legge ed ora asceta nella piccola grotta della Vergine tra pomodori ed uva, che cura come la propria anima e quella del mondo. O madre Mariangela, tanti anni di grata, che sorride ricordando le cento pecore di casa e che stringe con amore mai finito la foto dei suoi genitori, in Sardegna.
O sorella Ilde o Betania che pregano e cuciono con fervore, ricordando i Caraibi, Santo Domingo, loro terra di origine, senza rimpianti. Perché in fondo il convento è anche una piccola casa che accoglie specie chi viene da lontano. Anche da un altro Dio. 
Come Alì, musulmano, venuto a Ravenna da luoghi lontani, a cercare il silenzio di questa preghiera. E poi chi ha bisogno di materia o di spirito. O di aiuto.
Da quelle grate entra ed esce anche la forza dell'etere. Le sorelle, che nella maggior parte nascono e crescono ai tempi di internet, hanno anche in questo introdotto una piccola rivoluzione, trasferendo e condividendo un po' della loro vita monacale sui benedetti (in questo caso è d'obbligo) cellulari e sulle piazze virtuali. Raccontando, pregando e scambiandosi sostegno e preghiere. La rete mobile, come una grata del confessionale, assolve il suo compito e permette un dialogo anche interconfessionale. E non manca a volte lo zampino di Satana che in maniera moderna tanto assomiglia alla voce suadente del deserto delle tentazioni. Edith Stein, mistica ebrea perseguitata, convertita alla fede di Dio ed al Carmelo e morta ad Auschwitz, narrava il percorso verso Dio come un cammino attraverso sette stanze. Dopo un cammino durissimo di purificazione, la settima contemplava l'esaltazione in Dio. E, forse, per le piccole donne coraggiose del Carmelo, in quest'angolo di Romagna, arrivare a questa ultima stanza vuol ancora dire attraversare momenti di dubbio, di ansie e tribolazione spirituale, ora legati anche a questa piccola rivoluzione che stanno operando per essere più vicine al mondo. "Femminismo spirituale", si potrebbe definire, senza voler essere blasfemi. E credo che Edith sia lì ad illuminarne il cammino, perchè "tanto più si è sprofondati in Dio, tanto più si deve uscire da sé ed andare nel mondo per testimoniarlo". Forse anche con meno grate e più Facebook.

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