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Taiwan: la lunga isola

Sacralità, arti marziali, bagni termali e quei lucchetti che qui non arriveranno mai (forse)

Gio 05 Dic 2019 | di Testo e foto di Massimiliano Rella | Mondo
Foto di 25

La moda dei lucchetti agganciati a grappoli sui ponti, in nome dell’eterno amore, non è ancora arrivata a Taipei e forse neanche arriverà, poiché nella capitale di Taiwan i giovani seguono altri canali per reclamare la felicità di coppia. I buddisti omaggiano Guanyin, la dea della compassione anche conosciuta come “Guanyin dalle migliaia di mani e occhi”, necessari evidentemente a proteggere le persone e controllare il mondo, cercando di soddisfare i migliori desideri. 
I taosti fanno invece la fila per omaggiare la figura del barbuto Yue Lao, nel tempio cittadino di Xia-Hai e nel più famoso Longshan Temple; quest’ultimo nel distretto Wanhua, a Taipei, ci proietta nel passato imperiale di Taiwan – la lunga isola al largo della Cina -  e nella sua dimensione religiosa, che trova un controcanto estetico nei preziosismi del tempio stesso, del 1738: le colonne di pietra scolpite, i tetti rossi decorati, le sculture lignee di coloratissimi dragoni e altre strane creature. Insomma, un’autentica festa per la vista e un approdo per i fedeli che rassicurano i propri cari scomparsi omaggiando le divinità con doni di cibo e denaro bruciato. Credenza vuole, infatti, che le persone diventino spiriti vaganti in un altro mondo dove sussistono i bisogni materiali: questo spiega l’usanza di bruciare finte banconote e offrire frutta e altri prodotti sugli altari familiari, poiché gli spiriti partecipano all’essenza del cibo, che i familiari consumeranno più tardi, e alla sicurezza materiale, grazie al fumo delle “banconote”. 
Ma torniamo a Yue Lao, il portafortuna dei taiwanesi innamorati. La figura di questo personaggio che tiene nella mano sinistra il “Libro dei matrimoni” e nella destra un bastone, nasce da un’antica leggenda. Si narra che al chiaro di luna un uomo di nome Wei Gu incontrò un vecchietto barbuto intento a sfogliare un libro di pagine bianche. Il vecchio rispose che il suo compito consisteva nell’accoppiare gli uomini e le donne in terra. Poi puntò il dito su una bambina di soli tre anni, dicendo che sarebbe stata la futura moglie di Wei Gu, il quale però, vedendola senza forme e particolari attrattive incaricò addirittura un sicario per farla uccidere... Anni dopo Wei Gu sposò una donna con una cicatrice sulle sopracciglia… 
Da allora il barbuto Yue Lao, conosciuto come l’uomo sotto la luna, divenne il dio dell’amore e dei matrimoni. A differenza di altre divinità, rappresentate sedute, lui è raffigurato in piedi; della serie “stiamo lavorando per voi”… 

Verso Taipei, la capitale del made in Taiwan
Leggo questa simpatica storia durante il viaggio intercontinentale su un Airbus d’ultima generazione di China Airlines, volo no-stop da Fiumicino per la capitale Taipei; per i passeggeri che volano da Roma un hub per raggiungere altre 30 destinazioni tra Asia e Oceania collegate dalla compagnia, dal Giappone alla lontanissima Nuova Zelanda. Stavolta, però, ci fermiamo nel Paese del made in Taiwan, com’è noto a tutti per i suoi prodotti ad alto contenuto tecnologico – telefonini, computer, schermi televisivi, elettronica – ma sconosciuto ai più sotto altri aspetti. 
Situata tra la costa della Cina a nord, le isole giapponesi di Ryukyu a est, e l’arcipelago delle Filippine a sud, Taiwan ha una popolazione che discende principalmente dai cinesi di etnia Han (delle comunità fujanesi e hakka) e in piccola parte da popolazioni native, complessivamente 24 milioni di abitanti, in maggioranza concentrati nel nord intorno a Taipei e con una densità seconda solo al Bangladesh. Il 90% dei taiwanesi ha origini cinesi - 70% fujanesi, 15% hakka e altri arrivati da tutta la Cina con la sconfitta dei nazionalisti a metà ‘900 durante la guerra civile – gli altri sono in piccola parte immigrati e nativi delle 14 comunità locali riconosciute, in prevalenza delle zone montagnose interne. 
I cinesi nazionalisti arrivati col generale Chiang Kai-shek, sconfitto da Mao, occupavano fino a pochi anni fa le posizioni più importanti nel governo e nella burocrazia, ai tempi della legge marziale, e solo con la democratizzazione dell’isola, dopo il 1987, fu promosso un maggior bilanciamento sociale. A metà ‘900 i nazionalisti arrivarono con poche donne e si sposarono soprattutto con quelle delle comunità hakka, i cui antenati arrivarono dalle zone montagnose della provincia cinese del Guangdong, in età imperiale. Sebbene all’inizio si fossero stabiliti nelle pianure fertili di Taiwan furono presto spinti dai più numerosi fujanesi verso le montagne e le località interne abitate dalle popolazioni aborigene. 
Gli anni ’60 segnano invece l’inizio dello sviluppo economico. “Il boom avvenne in un trentennio, fino al ’90, tuttavia presto fu chiaro che per assicurare futura prosperità l’industria sarebbe dovuta passare dai beni a buon mercato ai prodotti ad alta specializzazione, affinché il made in Taiwan non venisse percepito come di scarso valore.– ci racconta la guida turistica Lily Chuang -. Così negli anni ’70 e ’80 ci fu un riposizionamento verso l’elettronica ad alto contenuto tecnologico che presto avrebbe conquistato i mercati internazionali”.
Fu aperto allora il Parco Scientifico Hsinchu, una fucina di talenti per la ricerca. Così oggi Taiwan è capofila in vari comparti - semiconduttori, pannelli lcd, computer portatili, periferiche, telefoni cellulari - e nonostante gli attriti politici è il principale investitore in Cina. Oltre 500mila uomini d’affari taiwanesi e i loro dipendenti vivono al di là dello stretto, sulla costa cinese, soprattutto nella provincia di Fujan, per prossimità geografica e linguistica. 
Un’altra curiosità di cui vengo a conoscenza ha il nome di huzhuhui e consiste in una forma di “assistenza mutualistica” tra piccoli imprenditori, una rotazione del credito in cui di volta in volta ogni membro del gruppo può avere a disposizione la somma di un prestito collettivo, meno un interesse pagato a ciascuno degli altri membri. Ovviamente non è un canale di finanziamento ufficiale, ma è molto diffuso. è diffusissimo anche il guanxi, termine traducibile in “connessioni”, cioè cura delle relazioni “utilitaristiche” con persone più in alto, di maggior potere e benessere, che un giorno potrebbero aiutarci. Come si curano i rapporti? Con doni, inviti a cena, piccoli aiuti su richiesta. L’onore personale agisce come un collante poiché disertare un impegno verso chi ci chiede aiuto equivale a perdere la faccia. 
Chi volesse entrare nelle atmosfere culturali dell’isola già prima del viaggio può vedere qualche buon film, come “Mangiare Bere Uomo Donna” del famoso regista taiwanese Ang Lee (1994), che parla di uno chef di Taipei che osserva le sue tre figlie crescere e prepararsi a lasciare il nido familiare. Oppure “Non posso vivere senza te” del cineasta Leon Dai (2009). Basato su una storia vera questa pellicola in bianco e nero racconta di un padre indigente della comunità hakka costretto a combattere la burocrazia per non vedersi portar via la figlia. 

Dal memoriale di Chiang Kai-shek ai bagni termali
Taiwan ha subiìto una lunga colonizzazione giapponese in seguito alla guerra sino-nipponica del 1894. Alla vigilia dell’attacco di Pearl Harbour contro le navi americane l’isola era considerata dai militari giapponesi come una base di penetrazione nel sud est asiatico. Con la resa del Giappone dopo le atomiche di Hiroshima e Nagasaki tornò alla Cina, dove però nel ‘46 cominciò la rivoluzione comunista di Mao Zedong, che tre anni dopo con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese costrinse 600mila soldati nazionalisti a rifugiarsi a Taiwan, guidati dal generale Chiang Kai-shek. Preso il controllo del territorio i seguaci del partito del Kuomintang introdussero la legge marziale. La democratizzazione del Paese avverrà solo nel 1980, cinque anni dopo la morte del generalissimo. 
Mi raccontano questa storia mentre vado a visitare, al centro di Taipei, il memoriale di Chiang Kai-shek, un grande edificio in stile tradizionale cinese tra curati giardini, fronteggiato da due ampie strutture ai margini del parco, sede del teatro nazionale e della national hall. I giardini sono alimentati da 200 serbatoi interrati e insieme al Memoriale riproducono i colori della bandiera nazionale taiwanese: il tetto blu, la piattaforma di cemento bianco, i fiori rossi nel parco; al mattino un luogo di ritrovo per amanti del Tai Chi. 
Il memoriale, invece, poggia su una base di 89 gradoni, tanti quanti erano gli anni di Chiang Kai-shek alla sua morte, nel 1975. All’interno davanti alla statua gigante del generale, seduto come i leader occidentali, ogni giorno si può assistere al cambio della guardia. 
Un’altra inconfonbile attrazione è il grattacielo Taipei 101, progettato dagli architetti Lee & Partners e alto 508 metri; nel 2004 il primo al mondo. La torre è suddivisa in otto sezioni, ognuna con otto piani – in cinese l’8 è simbolo di fortuna e prosperità. Vista da lontano ricorda una pagoda stilizzata o una canna di bambù, simboli di connessione tra cielo e terra e di crescita perpetua. Però quest’aspetto del design ha anche funzioni strutturali e non solo estetiche: le otto sezioni sono infatti “mega-colonne” che aggiungono stabilità durante i terremoti attraverso un ingegnoso sistema di contro bilanciamento delle oscillazioni. La forma a moduli scalari ha la funzione d’abbassare la resistenza al vento e le oscillazioni sono bilanciate anche da giganteschi pistoni d’acciaio che azionano una resistenza contraria. Tecnicismi a parte, la vista che il Taipei 101 ci offre dall’osservatorio aperto al pubblico, all’89esimo piano, a 384 metri, è davvero fantastica: di notte migliaia di luci ai nostri piedi e grattacieli piccoli come bonsai. 
La visita a Taiwan finisce con un inevitabile giro di shopping nel distretto di Dadaocheng, pieno di negozi tradizionali di oggetti casalinghi, funghi, medicinali, cibi essiccati, pesce, frutta e non poche stranezze alimentari. C’è tempo anche per un bagno termale, visto che nel Nord si concentra la maggior parte di sorgenti di valore terapeutico (un centinaio in tutta l’isola). E il bagno di relax vado a farlo al Gaia Hotel, elegante albergo, luminoso e minimalista, con centro benessere, piscina comune (qui si entra nudi!) e salette private in Spa. Più ristorante gourmet. 

Tainan, l’antica capitale e le colonizzazioni dell’isola
I commercianti portoghesi in viaggio verso il Giappone chiamarono Taiwan Ilha Formosa, o isola bella, quando l’avvistarono a metà ‘500. A fine secolo si stabilirono nel nord, ma nel 1598 i giapponesi organizzarono una spedizione per impossessarsi dei territori, ricacciati però dalla resistenza delle popolazioni native. Nel ‘600 arrivarono gli olandesi che stabilirono un piccolo forte nell’isola minore di Penghu e nel 1624 nei territori dove oggi sorge la città di Tainan, l’antica capitale: qui costruirono la fortificazione di Fort Zeelandia. 
Tainan è oggi la quarta città e un importante porto sulla costa occidentale a poche miglia dallo stretto che separa Taiwan dalla Cina. Chiamata ancora oggi la “capitale”, lo fu a tutti gli effetti a fine ‘600 e per due secoli. è anche la città con la maggior concentrazione di templi, circa 300 e alcuni del XVII secolo. Tra questi il complesso della Chinkan Tower ingloba le rovine del Fort Provintia, costruito dagli olandesi nel 1653. Ma i terremoti, la guerra e l’azione del tempo hanno ridotto l’originale a poco più delle sue fondamenta, così nel 1875 sul preesistente fu costruito un tempio in stile fujanese dedicato a Mazu, la dea del mare e tra le più popolari divinità, forse la più omaggiata al mondo vista la quantità di processioni e doni in suo onore. 
Il Grand Mazu Temple è ufficialmente il primo dedicato alla dea e uno dei più grandi e antichi. Merita una visita anche il più piccolo tempio di Confucio, ora in ristrutturazione. Confucio, uno dei più grandi pensatori dell’umanità, riteneva che la cultura dovesse essere a disposizione di tutti e non esclusivo appannaggio dell’aristocrazia. Visitiamo il tempio a lui dedicato e nei suoi giardini osserviamo le persone fare il Tai Chi. Invece in una scuola a due passi entriamo in una grande sala dove alcuni giovani, studenti e adulti stanno facendo lezione di Kendo, l’arte giapponese di combattere con un lungo bastone. Potrebbero cacciarmi come un intruso, invece entro in sala e mi metto a fotografare gli atleti come se nulla fosse. Un altro segno dell’accoglienza orientale. Anche qui a Taiwan, una tigre asiatica con un’anima da dragone.   

 


INFO PRATICHE
Il passaporto deve essere valido almeno 6 mesi dalla ripartenza. 
Senza il visto si può rimanere fino a 90 giorni. 
Visitare l’isola nei primi mesi della stagione umida (marzo-maggio) è una scommessa tra sole, nuvole e pioggia. Maggio e giugno è il periodo più piovoso, chiamato meiyu (pioggia di prugne). La stagione secca comincia in novembre e finisce a marzo: il periodo migliore per visitare l’isola. 
Con China Airlines voli no stop da Fiumicino a Taipei; ma per chi parte da altri aeroporti italiani la compagnia ha biglietti che includono voli vantaggiosi su Roma www.china-airlines.com/it/it 

 


LA CUCINA
Sull’isola, per la sua storia, troviamo tanti tipi di cucina delle province cinesi, ereditata con la migrazione del Kuomintang (il partito nazionalista) a metà ‘900: cinese cantonese, cinese sichuanese, pechinese, shangainese, etc. Una specialità tipica è il pollo “three cups” cotto in tre salse: di soia, di olio di sesamo e di “vino” di riso. Il tofu “puzzolente” merita il nome ma piace, un altro snack comune è l’omelette di ostriche fresche. Naturalmente tanti risotti e ravioli al vapore con vari ripieni. 
Al melting pot contribuiscono la Corea, il Giappone, il Vietnam e qualche influenza europea, soprattutto per la panificazione e i dolci. Sebbene Taiwan non sia molto economica, mediamente per un pranzo si spende tra i 10 e 20 euro (335-670 dollari taiwainesi). Per un approfondimento sulla cucina taiwanese il Taipei International Food Show è un concentrato di sapori e saperi, ma si svolge a luglio (www.foodtaipei.com.tw). 
 

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