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La banalità dell’odio

Non trovate ‘prevedibile’ odiare chi odia? Avete mai provato a fermarvi un attimo prima della rabbia?

Mer 08 Gen 2020 | di Angela Iantosca | Editoriale

La quotidianità ci sollecita sempre. Ci provoca. Ci induce in tentazione. Perché sa che è facile cadere nell'ovvietà della ripicca, dell'odio, del risentimento, perché sa che basta spingere su un certo tasto per avere una certa reazione. Perché, ammettiamolo, è 'banale' odiare chi ci odia. Quanto è semplice rispondere con veemenza a chi ti insulta, rifarsi su chi per scorrettezza si 'dimentica' anche solo di un grazie, o ripagare un'ingiustizia subìta con un gesto ingiusto. Quanto è banale urlare e offendere... 

Ma avete mai provato a invertire la rotta? A fermarvi prima della rabbia e a domandarvi il senso di quanto state per fare? Vi siete mai domandati qual è la reale origine di quel sentimento? Siete sicuri che sia “colpa” di chi avete di fronte o forse arriva da altro: dal vostro passato, dalla vostra interiorità, da insicurezze, paure, irrisolti di varia natura?  

E soprattutto, avete mai notato cosa rimane dopo l'odio? Vi siete mai concentrati sulla sensazione che avete dopo nelle vostre braccia o nello stomaco? Rifletteteci. Non sentite forse sfinimento e vuoto, tremore, tristezza, stanchezza profonda? 
Cosa si prova quando, invece, ci si ferma prima della banalità e si ripara, quando si lascia scivolare la rabbia degli altri e si offre in cambio un sorriso, una mano tesa, un dialogo? 
Provateci, se non lo avete mai fatto. 

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