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Gianna Nannini: Svegliati uomo!

Un nuovo disco che parla d’Amore e conflitti, un invito a fare “La differenza” e una figlia, Penelope, che a 9 anni è indipendente come la mamma

Mer 08 Gen 2020 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 9

Quarant’anni fa usciva America. Quarant’anni dopo Gianna Nannini è andata in America, ha trovato il suono che stava cercando e poi è tornata. Lo ha fatto a modo suo. Con dolcezza, con trascinante energia. Lo ha fatto sapendo di voler fare “La differenza”. Un gioco di parole che indica in modo preciso il titolo dell’ultima fatica della rocker italiana per antonomasia. E la differenza la Gianna nazionale, fresca vincitrice del Premio Tenco 2019, la fa sin dalla scelta dello studio dove il suo disco avrebbe poi preso forma. Lo realizza nei Blackbird Studio di John McBride a Nashville, Tennessee, nel regno dell’analogico. Nonostante oggi si prediliga il digitale.
Il risultato sono dieci tracce registrate in presa diretta, “che bruciano di un fuoco puro e antico, ma suonate in epoca digitale”, come l’artista stessa le ha definite. Un album coraggioso, che parla a tutti coloro che hanno paura di essere se stessi, fatto per chi non perde l’abitudine alla gentilezza e a quei gesti che “fanno la differenza”. C’è il folk, il blues e l’amato rock.
Non segue mode Gianna, ma semmai torna a fare i conti con l’album “California”: “…c’erano dei conti in sospeso”. 
Il tour europeo partirà a maggio e saranno tanti i palasport che Gianna Nannini “userà” per trasmettere in note la sua idea di libertà e di uguaglianza. 
 
Come è nato il disco?
«È nato piano, voce e chitarra a Londra in un piccolo studio di Gloucester Road. Ho condiviso session improvvisate con Pacifico, Dave Stewart, Fabio Pianigiani, Mauro Paoluzzi e tanti altri amici e colleghi». 
 
Che vuol dire fare un disco a Nashville?
«Farlo in presa diretta. Microfoni e via di live, in studio. Che sembra semplice, ma poi quando metti il risultato di una giornata di lavoro dentro al computer senti un sacco di difetti». 
 
Perché ha dovuto fare tanta strada per trovare il suono che stava cercando?  
«Vivere in casa con una bambina che arriva e mentre canti ti dice: “Mamma ma quando smetti di cantare?”… Ecco, mi bloccava la creatività. Da qui la scelta di trovare una stanza magica, piccola, in cui però sentivo il brivido. Come diceva Virginia Woolf: una donna deve avere una stanza tutta per sé per poter scrivere. La mia l’ho chiamata “MYFACEStudio” e mi ha consentito un’intimità assoluta e una concentrazione totale dedita alla scrittura. Sono partita al buio, mi sono fatta guidare dall’istinto, ho cambiato rispetto al percorso precedente. Sono ritornata al blues, un genere musicale che permette alle parole di essere quello che sono. Non sono un rapper sia chiaro, ma cercavo un linguaggio che fosse più diretto». 
 
Chi c’è con lei in questo album?
«Ho prodotto il disco insieme a Tom Bukovac e Michele Canova, mixato da Alan Moulder (tranne “Motivo” che è stato mixato da Pino “Pinaxa” Pischetola - ndr) e registrato da John McBride. All’interno anche un duetto, con Coez, nel brano “Motivo”».  
 
Parliamo dei testi. Il suo è un disco con testi che parlano d’amore!
«Sono tutti conflitti d’amore, a dire il vero. “L’aria sta finendo” va riferita ad un rapporto vero, in cui ti ritrovi ad avere a che fare con tanti meccanismi tossici. Il problema dell’ambiente lo creiamo noi, nei rapporti con le persone. Parte da lì il problema ambientale, mica perché ci bombardano. Se fai blues è importante attraversare le tue emozioni, più che fare il figo attraverso le mode e puntare sul sociale come si fa oggi. Con questo disco cerco di svegliare l’essere umano, provando a ricordargli che la parola Amore andrebbe scritta con l’iniziale maiuscola».   
 
Come farà a portare questo disco alla dimensione live?
«Ho fatto questo disco dopo un incidente al ginocchio. Cantando seduta, mi sono data una calmata. Il blues, il soul come lo intendo io, deve andare incontro alla musica afroamericana che fa parte di me. Come voce c’eravamo, ma non avevo l’andazzo e ho cambiato lo stato delle cose grazie proprio all’incidente. Per capire come fare dal vivo questo disco ho chiamato il mio amico Simon Phillips, batterista dei Toto e degli Who, dalle indiscutibili doti tecniche, che con me ha fatto altri dischi, come Radio Baccano nel ‘93, Hitalia nel 2014».
 
L’amore che racconta è un modo per proteggersi?
«Diciamo che nelle relazioni umane scendo in campo in prima persona, cerco di capire la “mia” differenza rispetto agli altri. Non bisogna colpevolizzare nessuno per una opinione diversa, ma va accettato. E per il resto ho deciso di mettere davanti a tutto le emozioni, il brivido, che è una cosa da comunicare, non è certo consolatoria».
 
La differenza è un tema poco frequentato. Oggi si tende a volerla eliminare anche solo con le parole. Come nasce il titolo? 
«Dalla traccia che apre il disco, un canto d’amore di una donna che sa di amare, che è indipendente e per questo fragile. Ed è proprio quella fragilità la sua forza, come le certezze che le danno i suoi sentimenti. Dice semplicemente la verità: vai, fai e disfa, ma la differenza tra me e te la faccio io. Lo dice divertita e consapevole, senza menarla. È diventato il titolo dell’album perché si lega al mio modo di vedere le cose, ognuno con la propria identità. Il mio è un messaggio, che voglio mandare: fai tu la differenza». 
 
Nel disco c’è spazio solo per un duetto, con Coez.
«Li prendo tutti all’inizio… come con Jovanotti. Ho un certo intuito. Non era ancora uscito “La musica non c’è”, ma avevo sentito la sua voce graffitara, non avevo capito che fosse italiano. Mi sono chiesta chi fosse e l’ho chiamato. Gli ho detto che volevo fargli sentire una canzone: era a Londra, mi ha raggiunto, siamo andati a mangiare sushi insieme. Mi è piaciuto tanto l’essere umano. A lui non puoi chiedergli “mi fai questo?” o gli piace e ci entra dentro con il cuore o niente. Ha sentito la canzone e ha deciso di fare la sua parte. Ha un senso della melodia impressionante, come il timbro di voce. Un altro che fa la “differenza”».
 
Importante la collaborazione con Pacifico. Insieme date vita a delle frasi fotografiche. 
«Anche lui si è innamorato del mio studio, mi raggiungeva e iniziavamo a fare musica, non i compiti. I nostri non erano testi al computer, ma musica viva che usciva dalle corde, come dal cuore. Le parole per la mia voce, bella o brutta che sia, non si possono scrivere, rimarrebbero morte su un foglio. La mia parola deve essere cantata. Abbiamo cercato questo, le frasi giuste. Lavoriamo insieme da 12 anni, siamo un connubio, come basso e batteria».  
 
E poi c’è Penelope, sua figlia. Come si insegna ad una bambina a fare la differenza?
«Lei fa la differenza già da sé. Ha molta personalità. È difficile fare il genitore oggi, la faccio vivere nella sua libertà, non voglio che la mamma le insegni troppo. E comunque è già grande: ha nove anni. “Gloucester Road” è la sua canzone preferita. È una bambina che si gode la vita, mentre a me dicevano che non potevo più fare rock perché le donne invecchiano. Ho dimostrato che sono molto viva, sono rinata e Penelope spesso mi ripete: “Mamma, ma visto che nonna è morta non possiamo farla rinascere come hai fatto te?!”».   
 
A proposito di rinascite e libertà, nel 1989 era presente alla caduta del Muro di Berlino. Da quel giorno sono passati trent’anni, eppure il ricordo è rimasto indelebile. 
«Dopo la caduta di quel muro, purtroppo ne sono nati molti altri, mentali, e con queste canzoni vorrei abbatterli. Ognuno di noi ha la sua differenza, questo è il bello. Oggi più che mai è difficile la convivenza, perché non si rispettano le provenienze. Il vero muro da abbattere è quello dei pregiudizi. Una persona con scarsa mobilità o una con gusti sessuali diversi dai tuoi non ha bisogno di una etichetta, è solo diversa da te». 
 
Ma la differenza come si fa?
«Io che ho sempre scritto di uguaglianza, di libertà e liberazione dalle paure, non ho paura di guardare, di amare, di abbracciare chi sa fare la differenza. A volte è la gentilezza a fare la differenza, a volte la forza, il coraggio. Tutti siamo capaci di gesti che ci portano fuori dalla ripetizione, dalla prevedibilità a cui spesso sacrifichiamo la nostra vita. Inizio da qui».      

 


IL TOUR EUROPEO 2020

Gianna Nannini nasce a Siena nel 1957. A 19 anni e con 7 di conservatorio alle spalle, lascia la famiglia per andare a vivere a Milano. Nel ‘79 esce l’album “California” che la farà approdare, nel 1980, ai primi posti delle classifiche di mezza Europa. Il 1987 è l’anno della consacrazione con”Maschi e altri”, sua prima raccolta di hit: vende oltre un milione e mezzo di copie in Europa. Nel 2020 sarà impegnata in un tour europeo, che partirà da Londra il 15 maggio per poi proseguire a Parigi, Bruxelles, Lussemburgo e arrivare a giugno in Germania. Un lungo viaggio che si concluderà ad ottobre, quando si esibirà di nuovo sui palchi della Germania e poi su quelli della Svizzera. Il 30 maggio si esibirà allo Stadio Artemio Franchi di Firenze.  
 

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