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Ciao Piero!

A noi il dovere di continuare a tramandare la memoria

Gio 09 Gen 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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Come si può sopravvivere alla deportazione? Me lo sono sempre domandato. Ho spesso immaginato Anna Frank, quando da ragazzina leggevo il suo diario, ho visto film e letto libri di Storia con quelle pagine che non potremo mai cancellare dalla vergogna dell’umanità. Ma solo quando ho incontrato Piero Terracina, che quelle vicende le ha vissute in prima persona, ho potuto comprendere di più. È stata la mia intervista più difficile: difficile ascoltare il racconto della sua deportazione, difficile reggere quello sguardo, le sue parole, quelle pronunciate e quelle taciute. Difficile immaginare la vita di quel ragazzino che a 15 anni, perché ebreo, ha dovuto vivere l’inferno e sopravvivere ad esso. Quando sono entrata nella sua casa, sono stata ad ascoltarlo per ore e avrei voluto restare lì, abbracciarlo e riparare a quella ferita di ieri ancora sangunante. E a quelle che spesso vengono inferte oggi, per ignoranza, superficialità e per quella deriva dell’odio che diventa anche strumento politico. 
Ad un anno dal nostro incontro, Piero se n’è andato: aveva 91 anni. Ed io ho deciso che dovevo salutarlo, andando in via del Tempio, a Roma, in quello che è uno dei più antichi ghetti del mondo. In quel silenzio, tra centinaia di persone con la kippah in testa, Piero è arrivato a bordo della macchina. Ha percorso la strada, seguito dalla folla silenziosa. Qualcuno pregava in ebraico, qualcuno si abbracciava e altri osservavano commossi. È durato tutto qualche decina di minuti. Un applauso per qualche secondo ha rotto il silenzio, insieme al grido di alcuni gabbiani. 
Poi, composto, se n’è andato, lasciandoci con un solo monito, anch’esso silenzioso: non dimenticate ciò che è stato. 

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