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Renče Zellweger: Non sono pių Bridget Jones

Č sparita dalle scene per anni, ma ora Renée Zellweger č riapparsa come una visione e punta di nuovo all’Oscar

Gio 09 Gen 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 13

Renée Zellweger non parla, sussurra. Ogni sillaba sembra il frutto di uno sforzo sovrumano per il suo corpicino da scricciolo. Dei chili di Bridget Jones neppure l’ombra: la morbidezza di un tempo è scomparsa per lasciare spazio a una figura esile in continua tensione. 
La prima volta che l’ho vista era nell’hotel più sfavillante di Roma, in cima a Piazza di Spagna, e presentava proprio il secondo capitolo della sua giornalista pasticciona e plus size. Anche in quel caso parlava e si muoveva a scatti e la sensazione era quella che si potesse spezzare da un momento all’altro. Deve averla provata davvero, perché ad un certo punto non ha retto le tensioni di Hollywood e si è volatilizzata: per sei anni. Neppure il rientro è stato particolarmente indolore, con tutte le critiche sul presunto “cambio di faccia” avvenuto nel frattempo. Ora torna in scena con “Judy”, acclamato nei festival di mezzo mondo, da Toronto (che l’ha vista salire sul palco in lacrime per l’emozione della standing ovation) a Zurigo. Nella sua versione della divina Garland – non ai tempi de “Il mago di Oz”, ovviamente, ma nella fase finale di una vita tragicamente conclusa con un’overdose accidentale – si mormora già che abbia il Premio Oscar in tasca. 
Nonostante l’euforia dell’attesa per l’ambita statuetta – sarebbe la seconda – continua a centellinare le parole: a 50 anni ha imparato a concedersi poco e a lasciarsi andare ancora più raramente, specialmente con la stampa.
 
Qual è la differenza più grande nell’interpretare un personaggio di fantasia piuttosto che ricreare la storia di qualcuno realmente esistito?
«La responsabilità è diversa, anche se comunque la finzione richiede un equilibrio tra la verità storica appurata e l’immagine di quella persona. Nel caso di una celebrità come Judy Garland ho messo insieme tutte le informazioni prese da interviste, biografie e performance per capire chi fosse il personaggio, ma sapendo bene che chiudendo la porta di casa era qualcuno di diverso, senza corazza e maschere».
 
L’ha emulata, ma non imitata.
«Mi sono messa davanti allo specchio e ho ripetuto gesti e movimenti dei video di Youtube che mandavo a ripetizione sul mio iPad, posto strategicamente lì accanto. Ad esempio, lei è mancina, ma spostava il microfono sulla destra. E non era un microfono casuale, ma quello della misura precisa richiesta da lei, in modo che si adattasse alla forma delle sue manine. Penso che ad un certo punto sia diventata la sua coperta di Linus».
 
Con che spirito l’ha interpretata?
«Con gioia: vorrei che il film la celebrasse e la omaggiasse come merita. E mi vergogno di averla data per scontata, da piccola, pensando che ci sarebbe stata. Non conoscevo molte delle circostanze dolorose della sua vita, che comunque non l’hanno piegata. Questo la rende eroica oltre che iconica e me l’ha fatta amare e ammirare ancora di più».
 
Come se la cava con il canto?
«Diciamo che non sono una performer e ho lottato a lungo per evitare di esibirmi, ma ho dovuto cedere quando mi hanno invitato a Londra per la prova costumi e mi hanno portato negli studi di registrazioni di Abbey Road. A quel punto chi avrebbe potuto dire di no?».
 
Nervosa?
«Non mi sono mai esibita dal vivo come cantante in vita mia e in una delle scene avevamo 300 comparse e io sul palco dovevo cantare davvero, mi ha assalito l’ansia da palcoscenico che prende a lei in scena, quindi non ho dovuto giocare tanto d’immaginazione per recitare quella parte». 
 
Questo film riflette molto sul concetto di fama. A lei sta stretta?
«Ho imparato a convivere con il fatto che la mia immagine entra in una stanza prima di me ed è quella a cui la gente risponde, il frutto di una serie di proiezione che si fanno su di me. Non so quanti vedano realmente chi sono, quindi ne sono venuta a patti, ma non è facile, soprattutto per una come me che vorrebbe avere un dialogo aperto con la gente. Invece non si può, perché c’è sempre questo filtro del personaggio pubblico».
 
Neppure la Garland si sbottonava tanto…
«Lei, come me, in pubblico si esibisce e recita un copione. Solo varcando la soglia di casa può davvero respirare libera ed è quello che abbiamo provato a raccontare, mettendo insieme pezzi di testimonianza. È stato un lavoro certosino, tra prove ed esplorazioni varie, per ottenere la celebrazione di un talento di quelli che si trovano uno su un milione».
 
Cosa le viene in mente pensando a lei?
«Per me è un tuffo tra i ricordi del passato, avvolto di tanta nostalgia».
 
Come pensa stia cambiando Hollywood con il #metoo?
«Il paradigma di comportamento è cambiato, permettendo alle storie di essere raccontate da un punto di vista nuovo, quello femminile, che cambia la prospettiva. E per fortuna certi abusi non vengono più tollerati».
 
Che consiglio darebbe alla sua versione esordiente?
«Quella ragazza non aveva paura di niente: le bastava trovare i soldi per pagare le bollette e il cibo per gli animali domestici. Oggi però le direi: “Tesoro, divertiti di più”».                                                     

 
 


SONO CRESCIUTA

Renée Kathleen Zellweger, che quest’anno ha festeggiato i 50 anni in grande stile, potrebbe bissare l’Oscar di “Ritorno a Cold Mountain” (2003) grazie a “Judy”, il biopic sulla divina Garland, presentato al Festival di Toronto e poi a quello di Zurigo e in uscita il 16 gennaio. Libera e indipendente, ha annullato l’unico matrimonio solo a quattro mesi dalle nozze (con il cantante Kenny Chesney). L’attrice texana si è spesso trovata a dar vita ad eroine romantiche, da “Jerry Maguire” a “Chicago”, fino alla pasticciona, adorabile giornalista curvy “Bridget Jones”. Ha già dato prova di grandi doti canore nel musical “Chicago”, conquistando il pubblico con una voce profonda e struggente. 

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