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TERRA

Cambiamento climatico: Dagli accordi di Parigi a Greta Thunberg, dall’intesa per limitare il riscaldamento globale al dietrofront degli Usa, alle proteste dei “Fridays for Future”

Gio 09 Gen 2020 | di Domenico Zaccaria | Ambiente
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Dagli accordi di Parigi del 2015 al movimento giovanile dei “Fridays for Future” il passo (non) è stato breve. Sono trascorsi 4 anni dalla storica firma del primo accordo vincolante – siglato da 195 Paesi – che ha di fatto certificato l’emergenza climatica in atto e che ha definito un piano d’azione integrato per tentare di limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi. Nel frattempo Donald Trump, a poco più di un anno dalla sua elezione alla Presidenza degli Stati Uniti, ha annunciato di non voler rispettare gli impegni assunti a suo tempo dall’amministrazione Obama; i summit che si sono susseguiti (l’ultimo il 23 settembre scorso a New York) non hanno portato a sostanziali novità, né a progetti concreti da parte dei Paesi più industrializzati, a partire dalla Cina.

LA TERRA HA LA FEBBRE 
Centinaia di studi scientifici confermano che la temperatura media del nostro Pianeta sta aumentando a una velocità preoccupante, di oltre un grado rispetto alla metà del secolo scorso, con il rischio di arrivare a 3 gradi in più entro pochi decenni. La Terra ha la febbre e gli effetti sono già sotto gli occhi di tutti: ondate di calore anomale, maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, come tempeste e uragani, scioglimento dei ghiacci sulle catene montuose e innalzamento del livello dei mari. Ciò avrà ripercussioni devastanti sulle aree costiere più vulnerabili e sulle isole, nonché sui territori a forte rischio di desertificazione: entro il 2050, oltre 200 milioni di persone potrebbero essere costrette ad emigrare a causa del clima.

LA PROTESTA DEI GIOVANI
A segnare un punto di svolta nel dibattito in corso è stata, il 14 dicembre del 2018, la sedicenne svedese Greta Thunberg: il suo intervento al vertice Onu sul clima in Polonia resta una delle immagini più iconiche del 2018. Il mondo si è accorto di questa ragazzina che, ogni venerdì, aveva deciso di non andare a scuola e di scioperare per il clima; in pochi mesi Greta è passata dall’anonimato a una sovraesposizione mediatica, tanto da entrare nella top ten di “Nature” come personaggio rilevante per la scienza del 2019, oltre che ottenere il titolo di persona dell’anno per il “Time”. Al di là dei riconoscimenti, è certo che intorno alla sua figura si è sviluppato il movimento “Fridays for Future”, con migliaia di studenti di ogni nazionalità che manifestano per richiedere azioni concrete contro il riscaldamento globale. Una mobilitazione di massa senza eguali nel recente passato, che in qualche modo può ricordare, a 50 anni di distanza, la rivoluzione del 1968. 
Basterà a risvegliare le coscienze?               

 


Così cambia il clima in Italia

Emanuele Romano, ricercatore Irsa-CNR: “Quelli che prima erano considerati eventi eccezionali, diventeranno sempre più la normalità”

di Domenico Zaccaria

Il clima sta cambiando ed è sotto gli occhi di tutti. In particolar modo in un Paese come l’Italia che, per la sua particolare collocazione geografica, è molto esposta ai fenomeni estremi. Per il ricercatore del CNR Emanuele Romano la strada è obbligata: agire sul peso delle attività umane, anche se ciò potrebbe non bastare.

La temperatura media in Italia sta registrando una serie di anomalie? 
«Secondo le elaborazioni dell'ISPRA, si è registrato negli ultimi 20 anni un aumento significativo delle temperature medie intorno a 1-2 gradi, in particolare in primavera e in estate. L'aumento delle temperature ha un impatto diretto sull’umidità media del suolo, la cui diminuzione può, a sua volta, diminuire le infiltrazioni nelle falde e aumentare il fabbisogno idrico».

Andremo incontro a periodi siccitosi sempre più intensi e frequenti? 
«Numerosi studi indicano per l'Italia un aumento significativo della frequenza degli episodi siccitosi negli ultimi 20-30 anni. Un cambiamento climatico in relazione alla siccità è dunque già in atto e non può essere considerato come un’eventualità futuribile; viceversa, non ci sono evidenze sull’aumento della sua intensità. Da questo punto di vista è necessario un cambiamento culturale: ciò che prima consideravamo un “evento eccezionale” ora va considerato come la “normalità” o quasi».
 
È vero che alcune zone sono a rischio desertificazione?
«Secondo l’IVALSA-CNR circa il 21% del territorio nazionale è a rischio desertificazione e circa il 41% di questo si trova al Sud. Se siano già in atto processi di desertificazione è più difficile da stabilire, data la complessità del fenomeno: certamente diversi fattori in atto, sia climatici che antropici, possono avere il loro peso».

Al contempo, sembrano sempre più ricorrenti i fenomeni alluvionali intensi. 
«Dal punto di vista delle precipitazioni estreme che possono determinare fenomeni alluvionali, le analisi di tipo statistico sono meno affidabili, dal momento che non disponiamo di serie storiche sufficientemente lunghe. Tuttavia nella genesi di un’alluvione gioca un ruolo importante anche la cementificazione del territorio e, più in generale, l’uso del territorio stesso».

È vero che di questo passo rischiamo di veder sparire i nostri ghiacciai? 
«I ghiacciai hanno una dinamica lenta, decennale o pluridecennale, ed in tal senso sono un formidabile indicatore del cambiamento climatico. Molti studi indicano in maniera incontrovertibile una progressiva riduzione dei ghiacciai nell’arco alpino: in generale il processo di fusione dei ghiacci, che interessa molte aree di alta quota e i poli, ha un impatto significativo sui processi che determinano il cambiamento climatico». 

Qual è, a suo modo di vedere, il peso delle attività umane sul clima che cambia? 
«Due elementi sono, a giudizio dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, incontrovertibili: la concentrazione di gas serra in atmosfera, cioè i gas che contribuiscono all’aumento delle temperature, è in aumento ed è in crescita sicuramente anche a causa delle attività antropiche. In secondo luogo, le temperature stanno salendo in maniera estremamente rapida. Personalmente trovo capziosa la discussione sulla quantificazione del “peso” delle attività umane. C’è un cambiamento climatico in atto, le cui conseguenze sono già ora estremamente significative e potranno esserlo ancora più in futuro, e questo cambiamento è dovuto anche all’attività antropica. Di conseguenza l’unica cosa che noi uomini possiamo fare è agire su questa componente. Sperando che basti».         

Emanuele Romano. Ricercatore Irsa-CNR
Classe 1972, è ricercatore dell’Istituto di Ricerca sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche. è il coordinatore scientifico, nell’ambito del “Smart Water Resource Management”, di un progetto che punta allo sviluppo di sistemi innovativi di monitoraggio e gestione di eventi climatici estremi. Si occupa di analisi dei sistemi idrologici e idrogeologici, di analisi geo-statistica di dati meteo e idrologici, nonché di riserve idriche disponibili “congelate” nella neve o nel ghiaccio.

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Alcuni scienziati non credono nell’emergenza 

I negazionisti del riscaldamento globale

Secondo una petizione di 500 accademici, la CO2 non è un inquinante e l’utilizzo dei combustibili fossili resta fondamentale 

di Domenico Zaccaria

L’emergenza climatica? Una bufala. Le emissioni di CO2? Fanno bene all’ambiente. La riduzione dei combustibili fossili? Una tragedia per l’umanità. C’è chi li ha definiti “scienziati che negano la scienza”. Di certo un gruppo di 500 accademici internazionali – oltre 100 italiani, nessuno dei quali climatologo di professione – si ostina a considerare il riscaldamento globale antropico come una semplice congettura. E ha racchiuso le proprie convinzioni in una petizione dal titolo “There is no climate emergency” (“Non c’è alcuna emergenza climatica”) inviata al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Il primo assunto è che il clima sul nostro Pianeta sia cambiato più volte in passato per ragioni naturali, indipendenti dall’azione dell’uomo; ci troveremmo quindi di fronte a una semplice fase ciclica, anni particolarmente caldi che nel prossimo futuro saranno soppiantati dal ritorno di una fase naturale fredda. Per i firmatari, i modelli matematici sui quali si fondano le teorie sul riscaldamento globale si sono rivelati errati, perché “il riscaldamento del Pianeta negli ultimi 20 anni è stato fino a cinque o sei volte inferiore a quanto previsto”.

L’ANIDRIDE CARBONICA FA BENE
Oltretutto “molto probabilmente le attuali previsioni esagerano l’effetto dei gas serra come la CO2”. Anzi, arricchire l’atmosfera di anidride carbonica è “benefico”, perché si tratta “del cibo delle piante, la base di tutta la vita sulla Terra e non di un inquinante”. Ci sono decine di studi che dimostrano come, in concentrazioni eccessive, la CO2 determini importanti impatti ambientali diretti e indiretti: e invece per questi accademici “non ci sono prove statistiche che il riscaldamento globale stia intensificando uragani, alluvioni, siccità, e simili calamità naturali, o rendendoli più frequenti”. Un altro passaggio fondamentale della petizione è incentrato sui combustibili fossili e sui programmi relativi a una loro riduzione, che sarebbe “disastrosa per l'umanità”, dato che soddisfano ancora l’85% del fabbisogno energetico globale. La petizione - nella quale mancano i riferimenti a specifici studi scientifici - rappresenta solo l’ultimo esempio di un movimento negazionista che affonda le sue radici agli inizi degli anni 90’ e che continua a fare proseliti. Infatti,  secondo uno studio di “YouGov” dello scorso febbraio, il 35% degli americani pensa ancora che il cambiamento climatico sia una bufala o che non sia causato dall’uomo.                                                                

 


Abbiamo solo 11 anni per salvarci

Fridays for Future: lo sciopero scolastico per il clima continua

di Emanuele Tirelli

“Abbiamo solo 11 anni per salvare la nostra specie. Il Pianeta sta bruciando”. Sono le prime parole, ben evidenziate, che saltano all’occhio su fridaysforfutureitalia.it, il sito del movimento omonimo e giovanissimo per l’età dei partecipanti: oltre un milione di italiani in 180 città dello stivale ha preso parte all’ultimo sciopero globale sul clima.

Il movimento
La “Global climate march” del 2015 è stata una delle prime occasioni di grande portata per scendere in piazza. Poi è arrivato il risveglio massiccio di migliaia di giovani grazie agli scioperi di Greta Thunberg, l’attivista svedese oggi famosa in tutto il mondo, che nel 2018 ha iniziato a manifestare davanti al Parlamento del suo Paese. È così che è nato Fridays for Future, politico e apartitico: i venerdì per il futuro o sciopero scolastico per il cima. 
Gli attivisti italiani, organizzati in gruppi locali, chiedono la decarbonizzazione totale entro il 2025, di terminare l’estrazione e il consumo di combustibili fossili, di trovare un lavoro a chi lo perderà a causa dei miglioramenti per l’ambiente e di favorire chi non può permettersi di acquistare mezzi non inquinanti. E poi, di fare riferimento alle parole degli scienziati.

Gruppi di lavoro
Giovanissimi e studenti delle superiori dedicano, insieme, il proprio tempo settimanale per sensibilizzare e per forzare certe dinamiche relative al cambiamento climatico. Ma non si tratta di un movimento esclusivamente giovanile. Esistono anche i Parents for future, i Teachers for, gli Scientists, i Doctors, i Granparentes… Età diverse, ma anche estrazioni sociali differenti. Questo tema assume i caratteri di una livella, anche se sono le cosiddette nuove generazioni a partecipare in maniera più consistente. 

Troppo giovani per?
«Dire che i giovani non hanno voglia di fare niente non è una critica costruttiva che ci invita a fare qualcosa, ma è un modo per allontanarci», afferma Miriam Martinelli, attivista diciassettenne di Fridays For Future a Milano. «Ci riuniamo ogni settimana con il gruppo locale per capire quale tipo di azioni mettere in piedi, come gestire gli incontri con le scuole e con le amministrazioni pubbliche; per comprendere come muoverci sui social. Ed è vero che a volte saltiamo la scuola per manifestare, ma stiamo studiando per un futuro che non ci è concesso. I nostri compiti li stiamo facendo. Saltiamo ogni tanto la scuola, però tutto il resto dell’anno ci andiamo. I politici e gli adulti, invece, non hanno fatto i loro compiti: rispettare le generazioni future». 

Non è un’esagerazione
«Non è una esagerazione - continua Miriam Martinelli -. Se lo fosse, tutte queste persone scese in piazza sarebbero folli. È il movimento più grande mai esistito nella storia a livello globale. Noi giovani, che di solito veniamo considerati come quelli a cui non frega niente di niente, veniamo spesso attaccati senza un motivo reale, anche perché diciamo la verità. Questo è il problema e questo dà fastidio. Può anche essere che molte persone abbiano visto i propri movimenti e le proprie battaglie fallire... Il punto è che, se falliremo noi, fallirà tutta l’umanità».  
           
 


“SIAMO TUTTI GRETA”

Federica Gasbarro: unica italiana invitata dall’Onu allo Youth Summit sul clima 

Il 21 Settembre è stata l’unica giovane italiana scelta dalle Nazioni Unite per lo Youth Summit sul clima a New York. Federica Gasbarro ha parlato di un fotobioreattore (già realizzato altrove, ma poi dimenticato) che usa la respirazione delle piante per ripulire l’aria in luoghi particolarmente inquinati. Ma ha, soprattutto, partecipato attivamente alla discussione sull’emergenza del cambiamento climatico. 
 
Come è stata l’esperienza a New York?
«All’inizio ero un po’ spaventata. Poi, vedendolo effettivamente aperto ai giovani e orientato all’azione, ho pensato che era il mio e il nostro posto, perché altri avevano deciso del nostro futuro senza renderci partecipi. Con la delegazione italiana ci siamo salutati con un “arrivederci” alla Cop Giovani del 23 ottobre scorso a Napoli che è stata preparatoria alla Cop21 del 2-5 dicembre, sempre a Napoli. L’intenzione espressa a New York si sta concretizzando, perché ci hanno dato la possibilità di stilare una bozza di documento che poi andrà lavorata. E mi auguro che si possa procedere in questa direzione».
 
Tutto questo coinvolgimento può rischiare di sgravare la politica di una responsabilità e di una serie di azione che dovrebbe mettere in campo in virtù del proprio ruolo?
«Noi cittadini abbiamo un grandissimo potere: guidare le scelte economiche dei Paesi tramite l’acquisto. Se, per esempio, l’industria X decide di continuare a produrre plastica, ma le persone preferiscono altri materiali, l’industria dovrà cambiare qualcosa. Allo stesso tempo, non siamo completamente nella condizione di scegliere. Non siamo davvero liberi. Una pista ciclabile rende l’opportunità di spostarsi in bicicletta e non con i mezzi inquinanti, quindi dobbiamo fare tutti la nostra parte, ma qualcuno sopra di noi deve permetterci di poterlo fare al meglio». 
 
Perché le molte persone non sono interessate o credono che l’argomento non sia importante? 
«Tutti quelli con cui mi sono confrontata - e che erano in disaccordo - non sapevano davvero di cosa si trattasse oppure avevano dati distorti. È colpa della scuola e della cattiva informazione: molti media si sono svegliati adesso con Greta. Ma le cose potrebbero cambiare. Chi prima era totalmente incurante, adesso sa e ci sta dando ragione».
 
Essere definita come la Greta italiana ti infastidisce?
«Io sono Federica. Ho un’età, una storia e un percorso differenti. Se prendiamo Greta come simbolo del risveglio nella lotta per il clima, possiamo dire che siamo tutti Greta ogni volta che facciamo qualcosa, anche nella nostra quotidianità».  



LA CARICA DEI 100
Ventiquattrenne, studentessa di Scienze Biologiche, Federica Gasbarro è marsicana di origine, ma romana d’adozione. Si è avvicinata all’attivismo e al movimento per il clima poco dopo la sua esplosione grazie a Greta Thunberg, che ha conosciuto quando è venuta in Italia e che ha accompagnato al Climate Strike di Roma. Allo Youth Summit era l’unica italiana invitata dall’Onu, insieme ad altri 99 giovani. Dice spesso che tra i modi per rispettare l’ambiente c’è anche quello di non gettare i rifiuti per terra: «In questo non bisogna essere ambientalisti, ma educati».

Let’s do it! Italy
1250 le azioni organizzate in tutta Italia, 330mila persone coinvolte, 1400 le zone pulite. 50.750, invece, i sacchi riempiti. Sono i numeri dell’ultimo World Cleanup Day 2019 in Italia, organizzato da Let’s do it! Italy, associazione di promozione sociale e delegazione italiana di Let's do It! World, nata in Estonia nel 2008 per pulire il Paese dai rifiuti abbandonati. L’obiettivo è naturalmente quello di attivare un vero e proprio cambiamento, sensibilizzando e coinvolgendo le persone per un traguardo comune: un Pianeta pulito e sano.

 

 

“Voglio promuovere il cambiamento”

Lara Attiani, la più giovane reporter italiana inviata a Madrid per la COP254

di Susanna Bagnoli

Cambiamento climatico, global strike, emissioni CO2, Accordo di Parigi. Ecco il lessico quotidiano masticato dai giovani che aderiscono al movimento Fridays for Future. Una giovanissima, Lara Attiani, 16 anni, attiva nel movimento, a dicembre è stata la più giovane reporter inviata dall’Italia a Madrid per seguire i lavori della COP25, la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Durante i giorni del vertice ha scritto articoli, fatto interviste e curato approfondimenti per la testata online Giornalisti nell’Erba e ogni sera, a conclusione delle sessioni di lavoro, ha raccontato con dei veri e propri ‘spiegoni’ la giornata, attraverso filmati diffusi su Facebook. Un lavoro sul campo accurato, per scuotere le coscienze anche dei meno attenti all’ambiente.
 
Sei riuscita a incontrare Greta Thunberg a Madrid?
«Purtroppo no. Sono stata molto impegnata a seguire le riunioni e gli sviluppi delle trattative. Ma ero in piazza del Popolo il 19 aprile 2019, quando è venuta a Roma per il grande sciopero per il clima. Sono andata ad ascoltarla e a darle supporto. La stimo molto».
 
Come si è concluso il vertice?
«È stata un’occasione sprecata, un fallimento. Uno dei nodi da sciogliere riguardava il mercato del carbonio. Ma è finita con un nulla di fatto. Una vera delusione, perché la COP è l’appuntamento istituzionale in cui i rappresentanti delle diverse nazioni si incontrano per guardare in faccia la realtà e decidere le azioni che servono per affrontare il problema. Adesso ci attende una COP a Milano a ottobre che coinvolgerà i giovani e poi COP26 a Glasgow».
 
Cosa sogni per il futuro?
«Di poter prendere il posto di chi ha il potere di decidere e promuovere il cambiamento».
 
Quali comportamenti tieni nel tuo quotidiano, per essere più rispettosa dell’ambiente e per sensibilizzare gli altri?
«Mi muovo con i mezzi pubblici, soprattutto col treno. Sto attenta ai consumi di riscaldamento e luce. Cerco di convincere chiunque abbia voglia di starmi a sentire a fare altrettanto. Ma la mia azione numero uno è alzare la voce, perché chi deve prende le decisioni, ad esempio su come ridurre le emissioni di anidride carbonica, le prenda subito. Non c’è più tempo».
 
Come ti sei avvicinata al Fridays for Future?
«Fin dalla sua nascita in Italia. In famiglia siamo molto sensibili a questi temi e ho la fortuna anche di avere degli insegnanti che riconoscono l’importanza dell’educazione all’ambiente. Sia alle medie di Monte Porzio Catone, prima, che oggi al liceo Mamiani di Roma, che frequento. Con alcuni amici abbiamo pensato di far nascere il movimento dei Castelli Romani. Il 15 marzo 2019 abbiamo organizzato una manifestazione a Frascati, a cui hanno partecipato 4000 persone».
 
Che progetti avete per il 2020?
«Organizzare tanti interventi nelle scuole dei Castelli Romani. In questo momento fare informazione corretta e combattere la scarsa conoscenza è la cosa più importante».                                                                                            

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