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Jamie Foxx: grazie, nonna!

Il Premio Oscar Jamie Foxx, dopo Stone e Tarantino, con “Il diritto di contare” finisce nel braccio della morte

Gio 30 Gen 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 11

L’espressione più comune di Jamie Foxx è un misto di concentrazione e compostezza. Ultimamente, però, ha deciso di mostrare una parte di sé meno nota e maggiormente sensibile: ha pianto in sala per “Il diritto di contare”, pellicola che ha aperto anche il Bahamas Film Festival e che ha debuttato nelle sale italiane il 30 gennaio. La storia, ha raccontato, è molto vicina al suo cuore perché da giovane di colore cresciuto in un paesino conservatore del Texas ha sempre dovuto guardarsi le spalle, per via del razzismo. Lo fa anche oggi, a volte, quando gira nel quartiere residenziale ed esclusivo dove vive. È la forza dell’abitudine. Al cinema racconta di Walter, un uomo condannato a morte ingiustamente, che poco prima dell’esecuzione si concede il lusso di sperare ancora, grazie ad un giovane e idealista avvocato, interpretato da Michael B. Jordan.
 
Cos’ha di speciale questa storia rispetto alle molte altre simili già viste?
«Ha una marcia in più in un momento storico in cui ancora sembra normale o comune che un uomo di colore finisca più frequentemente in galera di un altro. E lo dice uno come me con un patrigno che per 25 anni ha tenuto i ragazzini lontani dalla strada, insegnando loro a giocare a football e portando i giudici a parlare in classe per indirizzarli sulla retta via».
 
Nel film la vita di un uomo innocente viene rovinata con una condanna ingiusta. Com’è stato vivere dietro le sbarre?
«Ho capito che non è solo il carcerato a pagare le conseguenze di un’ingiustizia, ma anche la famiglia spende un capitale sentimentale, investe non solo denaro, ma anche l’emotività ogni volta che va in carcere per una visita. Si resta di fatto legati ad un briciolo di speranza e si viene logorati piano piano».
 
Che tipo di differenza si augura che faccia la pellicola per la comunità afroamericana?
«In fase di test il film è stato mostrato ad un’audience di colore e ha ottenuto il 97% dei consensi. Mi hanno detto: “Vuoi sapere quanto ha fatto con un pubblico di soli bianchi?”. Mi sono preoccupato, per poi sentirmi dire: “Il 98%”. Ecco, ha di fatto creato la giusta atmosfera per arrivare al cuore di tutti e aiutare la gente a cambiare prospettiva e percezione».
 
Qualcuno potrebbe dire che ormai per lei è facile parlare, perché la fama la protegge da qualsiasi forma di razzismo.
«Non è così, ogni volta che giro sulla mia auto sportiva nel quartiere di lusso dove vivo e vedo una volante alle mie spalle mi si contorce lo stomaco, avverto un senso di pericolo, a livello inconscio. Non voglio demonizzare le forze di polizia, sia chiaro, ma è una reazione istintiva che non so se mi passerà mai».
 
A chi deve dire il “grazie” più grande?
«A mia nonna: è stata lungimirante quando mi ha spinto a studiare musica classica con una borsa di studio per il pianoforte. Mi ha dato in senso pratico e metaforico gli strumenti di un artista».
 
Le sarà stato anche utile in “Ray”.
«Nessuno sul set immaginava che sapessi suonare davvero, così quando ho incontrato Ray Charles gli ho chiesto un consiglio. Mi ha detto: “Se sai fare il blues non ti ferma niente”. Ho iniziato davanti a lui, ma ho sbagliato una nota e mi ha sgridato: “Ehi – mi ha detto – ho le orecchie sensibili”. Per poi aggiungere: “Prenditi tutto il tempo che ti serve per trovare la nota giusta”. L’ho fatto e appena ci sono riuscito ha lasciato la stanza, soddisfatto».
 
Ogni volta che fa un’intervista tv tira fuori una delle sue imitazioni. Com’è nato questo talento?
«A casa mia l’unica tv si trovava nella mia cameretta e quando ero bambino i miei nonni venivano a guardare il “Tonight Show” con Johnny Carson, ma iniziava alle undici e io avrei già dovuto essere a letto a dormire, ma non ci riuscivo. E da lì ho iniziato a copiare le battute e a riproporle ai compagni delle elementari il giorno dopo in classe, tanto loro non rimanevano alzati fino a tardi. Ad un certo punto la maestra, sfinita, mi ha detto che se avessi smesso di disturbare il venerdì mi avrebbe dato cinque minuti per lasciarmi esibire davanti a tutti. Che il cielo la benedica!».
 
È mai stato bacchettato su un set per una performance eccessiva?
«Sì, da Michael Mann in “Collateral”. Avendo accanto uno come Tom Cruise non volevo sfigurare e ho iniziato a recitare in maniera molto intensa. Il regista mi ha bloccato subito: “Ma che stai facendo? Ti pare che un tassista presti tutta quest’attenzione ad un passeggero? Il pover’uomo guida pensando ai suoi problemi, al fatto di essere sottopagato, ai turni troppo lunghi, probabilmente è stanco e stressato. Quindi smettila di essere su di giri tutto il tempo». 
 
È andata meglio con Tarantino?
«Sì, ma non all’inizio. E per colpa del mio agente – che ho poi liquidato – che non sapeva neppure chi fosse Django. Per fortuna molti colleghi, compreso Will Smith, per un motivo o per un altro, hanno rifiutato la parte quindi è arrivato il mio turno di fare il provino. Entro nella stanza, con le battute già imparate a memoria e la sicurezza di uno cresciuto in Texas che ha sentito la parola che inizia con la N ripetuta come intercalare. Appena arrivato gli dico che anch’io ho un cavallo e questa notizia lo ha mandato in estasi e quindi mi ha preso. Infatti la mia puledra ha poi partecipato alle riprese, le abbiamo solo tinto di bianco una parte delle zampette per farla assomigliare alla sua controfigura e il gioco è riuscito». 
Pensa davvero che il cinema possa fare la differenza nelle questioni sociali?
 
«Ne sono convinto. Migliaia, anzi milioni o miliardi di neri possono urlare all’ingiustizia e riescono a malapena a muovere l’ago della bilancia in loro favore, ma basta un solo bianco ad alzare la voce e il dislivello cambia subito. Per fare la differenza e migliorare dobbiamo unirci, farci ascoltare insieme».
 
Lo ha imparato nella cittadina texana dov’è nato e cresciuto?
«Mio malgrado: il giornale locale ha solo sei pagine e quando ha vinto Obama non era neppure in copertina. Questo la dice lunga sul mio retaggio. Ho imparato presto che la gente ti odia per il colore della pelle, ossia qualcosa di cui non hai merito o colpa perché sei nato così, e cresce in te un enorme senso di incredulità. Credo però nella speranza e nell’evoluzione della libertà e so che l’arte può innescare una discussione sociale e spingere verso la direzione giusta. È come se innescasse tante piccole guerre civili attorno a ciascuno di noi, che insieme amplificano un messaggio e portano avanti messaggi di giustizia sociale e uguaglianza. Se con il mio lavoro contribuisco anche in minima parte a fare in modo che avvenga allora sono grato alla vita per avermelo permesso». 



LE MILLE VOCI DI JAMIE FOXX
Jamie Foxx, all’anagrafe Eric Marlon Bishop, classe ’67, dopo dieci anni di gavetta, conquista il Premio Oscar per la sua interpretazione in “Ray”, biopic sul genio musicale Ray Charles. Ha recitato in “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone, dove si è occupato anche della composizione di alcune canzoni della colonna sonora. A lanciarlo è stato il ruolo in “Collateral” accanto a Tom Cruise. Da quel momento la carriera ha vissuto un’impennata tale da essere scelto come protagonista di “Django Unchained” di Quentin Tarantino con Leonardo DiCaprio e poi come super cattivo in “Spider-Man 2 – Il potere di Electro”. “Il diritto di opporsi”, in sala dal 30 gennaio, lo vede al centro di una storia di razzismo e ingiustizia che ha conquistato il Festival di Toronto e ha aperto il Bahamas International Film Festival. Ha due figlie, Corinne e Annalise (26 e 11 anni), nate da mamme diverse. 

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