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Keith Haring 30 anni dopo

L'artista che dipingeva sui muri: da quello di Berlino a quello di una chiesa di Pisa, da Manhattan ai reparti di pediatria

Gio 30 Gen 2020 | di Susanna Bagnoli | Attualità
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Alzi la mano chi non si è mai imbattuto in un ‘uomo radiante’ o in un ‘cane che abbaia’, disegnati su una t- shirt o su una tazza o un qualunque gadget pop. In una parola, in un’immagine simbolo creata da Keith Haring, di cui queste sono solo due delle più celebri e diffuse, entrate in modo permanente nell’immaginario collettivo. Artista, graffitaro, creativo nel senso più ampio del termine, Haring ha segnato un’epoca dell’arte, che ancora oggi è più viva che mai, a trent’anni dalla sua morte. 
A febbraio 1990, l’artista della Pennsylvenia, ma di casa a New York, ci lasciava. Artista libero, affermato e completamente coinvolto nella sua arte divertente e colorata, di Haring resta una fondazione, che ne tutela la memoria artistica e ha il mandato di sensibilizzare alla lotta contro l’AIDS. Soprattutto restano, in giro per il mondo, tante testimonianze della sua arte di strada, pubblica e per tutti. Dall’Europa all’Australia e al Sud America, fino agli Stati Uniti. Con un posto speciale per l’Italia, visto che una delle sue ultime grandi opere all’aperto è a Pisa, dipinta nel giugno del 1989 sulla parete esterna della chiesa di Sant’Antonio, in pieno centro città. Un enorme murale dal titolo ‘Tuttomondo’ – 180 metri quadri – intatto e conservato, meta di molti turisti che fanno tappa nella città toscana. Haring, già malato, trascorse alcuni giorni all’ombra della torre pendente per realizzare e completare l’opera e a questa impresa eccezionale dedicò le ultime pagine dei suoi “Diari”, pubblicati da Mondadori: “Mentre dipingevo avevo collegato la musica a un grande altoparlante. Ogni giorno era come una festa del quartiere”. Il murale ‘Crack is wack’ (il crack fa schifo) del 1986 a Manhattan, una delle testimonianze più iconiche di Haring a New York, è stato restaurato negli ultimi mesi. Un’opera che è un vero e proprio grido contro il consumo di crack, sostanza molto diffusa in quegli anni e i cui effetti Haring aveva conosciuto da vicino perché uno dei suoi assistenti ne faceva uso. Un muro, dipinto su entrambi i lati, completato in un giorno senza permesso. Ma il messaggio che lanciava era talmente forte e inequivocabile  che dopo poco le autorità competenti misero l’opera sotto la giurisdizione del dipartimento cittadino dei parchi, consentendo di farla arrivare ad oggi. 
Il 1986 è anche l’anno in cui Haring dipinge un tratto del muro di Berlino, dal lato ovest, “una delle cose migliori che mi sono successe quest’anno” racconta nella sua biografia. L’invito arrivò dal Museo del Checkpoint Charlie e la performance si trasformò in un vero e proprio evento mediatico, con televisioni internazionali a filmare l’artista all’opera e giornali importanti a farne il racconto. Tanti uomini, uno legato all’altro, nei tre colori della bandiera tedesca, percorrevano trecento metri, simboleggiando l’unione tra le persone come messaggio opposto a quello che il Muro esprimeva. Già dal giorno successivo al completamento, iniziarono a coprire il dipinto che negli anni è sparito, seppellito da strati successivi di pittura. Ma a Berlino resta comunque una traccia del suo passaggio con la statua Boxers a Potsdamer Platz, due uomini intrecciati in una sorta di abbraccio ‘corpo a corpo’, a pochi passi dalla piazza progettata da Renzo Piano. Ma Haring ha lasciato anche molti muri colorati negli ospedali e nei luoghi di cura, come al Rush Presbyterian-St. Luke’s Medical Center a Chicago, dove ancora oggi una parete del reparto pediatria e l’atrio dell’ospedale portano la sua firma.                                               



IL SACRO FUOCO DELL’ARTE
Nato a Reading in Pennsylvania il 4 maggio 1958, Keith Haring inizia ad amare il disegno fin da bambino. Nel 1978 la sua prima esposizione a Pittsburgh. si trasferisce a New York dove si iscrive alla Scuola di Arti visive. Qui frequenta artisti importanti come Jean-Michel Basquiat, ma anche musicisti, performer e artisti di strada. Dal 1980 in poi raggiunge notorietà con le sue opere. Nel 1982 la prima mostra alla Soho Gallery di Tony Shafrazi a New York. Arriva al successo anche in Europa. Malato di Aids, muore a 31 anni il 16 febbraio 1990. I suoi lavori sono nei più importanti musei al mondo.

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