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Kristen Stewart: Ora comando io

Una delle voci pių potenti, ma fuori dal coro di Hollywood, Kristen Stewart č un’antidiva poco convenzionale che ha riscritto le regole del mondo dello spettacolo

Gio 30 Gen 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Kristen Stewart può fare tutto, dai drammi apocalittici come “Underwater” alle spy story al femminile come “Charlie’s Angels”. Tutto, tranne probabilmente restare ferma e calma durante un’intervista. Ai tempi di “Twilight” si diceva fosse tanta, troppa, la pressione su una ragazzina alle prime armi, ma è cambiato ben poco dopo oltre dieci anni, milioni di dollari guadagnati e uno status symbol per cui molte colleghe venderebbero un parente (e non uno antipatico, ma il preferito). Si raggomitola ancora sulla sedia, afferrandosi le ginocchia con le mani, picchetta con le dita sul tavolo o agita nervosamente le gambe: cambiano le modalità, ma c’è sempre un modo per capire il livello di ansia che la coglie al momento non solo di parlare, ma addirittura di comparire in pubblico. Al Festival di Zurigo si è coperta il viso sotto un cappello da baseball e di rado si è concessa qualche sguardo di sottecchi alla folla. I balbettii impacciati non appartengono solo al suo repertorio recitativo, ma restano una costante di ogni sua interazione quotidiana. Per rompere il ghiaccio proviamo a partire dai ricordi d’infanzia, sperando la riportino in una dimensione spensierata e giocosa.
 
Anche lei, come tutti i bambini, si divertiva ad indossare i vestiti della mamma e a fingere di recitare una parte davanti allo specchio?
«In realtà sono sempre stata una bimba timida, anzi ricordo il primo ruolo come un vero e proprio shock. Non ero una che si buttava sul palco a raccontare storie, ma con una madre sceneggiatrice e un padre primo assistente alla regia mi capitava di guardare molti film e di trovare affascinante il lavoro di gruppo sul set. Soprattutto mi piaceva l’idea di saltare la scuola, se avessi iniziato a recitare. E così ci ho provato».
 
Iniziare con Jodie Foster dev’essere stato incredibile. O no?
«Ho compiuto 11 anni sul set, dopo mesi e mesi di provini in cui la parte era andate ad un’altra ragazzina che ci ha lavorato per settimane, ma non funzionava. Quando mi hanno chiamata ero terrorizzata da Jodie, ma alla fine mentre lavoravamo mi sentivo davvero come una specie di figlia sua, ne assorbivo l’energia perché era pazzesca e volevo solo imitarla».
 
In che modo?
«Vederla all’opera mi ha insegnato che essere protagonista non vuol dire trovarsi al comando, al primo posto nella gerarchia o sottolineare la propria leadership. Lei è una professionista capace di far sentire tutti parte del progetto e come primo esempio di super star sono stata fortunata, perché ha un’integrità incredibile che ho sempre ammirato».
 
L’ha spaventata di più l’idea di girare “Underwater” con tutti gli scenari apocalittici o di toccare un mito come la Seberg? 
«Non sono i ruoli a farmi paura, ma l’idea che ogni progetto poi mi porti sotto i riflettori. Non mi piace pensare alla fama, ma ci faccio i conti ogni giorno, quando lotto per mantenere – invano – un pezzettino di privacy». 
 
Perché allora continua a fare l’attrice?
«Perché attraverso il racconto di queste storie riesco a mostrare una parte di me, metto la mia esistenza – dettagli esclusi – nella recitazione. Quello che chiedo è di parlare di più dei film e meno di me».
 
Per questo evita i social media?
«Non ho aperto alcun profilo perché non ne ho bisogno, mi posso tranquillamente esprimere altrove, nell’arte ad esempio, ma capisco che per altri possa essere una necessità e non li giudico».
 
Sembra molto diplomatica e finora non si è mai esposta neppure in politica. Lo farà mai?
«Non mi considero una persona politica o sovversiva o altro, ma credo che alcune opinioni debbano restare personali e riservate. In genere non ho timore di far ascoltare la mia voce, ma mi colpisce molto la strumentalizzazione o il fatto che ora le idee siano così polarizzate e diventino così estreme che si tende a frequentare solo chi la pensa come noi».
 
Sceglie i film in modo da poter mandare un messaggio?
«Di sicuro non voglio perdere tempo in progetti inutili che non dicano nulla. Credo fermamente nel potere di cambiamento che innesca l’arte, per esempio le prese di posizioni della Seberg per l’uguaglianza sono tutt’altro che naive, come ci hanno fatto sempre pensare. Le sue intenzioni sono state fraintese, invece lei cercava solo di puntare l’attenzione su come ingiustamente alcuni cittadini, quelli di colore, venivano trattati».
 
Il fenomeno “Twilight” è esploso prima che potesse accorgersene. Cosa l’aveva attratta verso il film?
«Quando leggi il libro ti senti come Bella, immersa nelle sue esperienze, in maniera viscerale. E l’ho fatto anch’io, che ero adolescente proprio come lei e volevo portare sullo schermo il divertimento, ma anche la confusione dell’età, quando senti il tuo corpo che si risveglia e inizia a provare desideri mai sperimentati. È quel tempo in cui la gente ti dice cos’è giusto e cosa sbagliato e tu ti fidi».
 
Cosa consiglia ad un giovane che si affaccia ora in questo mondo affascinante e misterioso chiamato showbusiness?
«Per raccontare storie devi scavare per trovare dentro di te i segreti più nascosti e le emozioni più profonde. Nonostante tutto sono ancora un’idealista, vede?».                                                                                     

 


NON SOLO “TWILIGHT”

Kristen Jaymes Stewart spegnerà 30 candeline il 9 aprile, ma ha già vissuto molte vite. Nuovo volto della campagna Chanel, ha due film in uscita al cinema (il 30 gennaio con “Underwater” e il 12 marzo con “Charlie's Angels”), mentre non ha ancora una data italiana “Seberg”, il biopic presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e poi in giro per il mondo, incluso il Festival di Zurigo. Ha esordito a 11 anni come figlia di Jodie Foster in “Panic Room”, ma la popolarità è esplosa con “Twilight”, basata sul bestseller vampiresco di Stephenie Meyer (Fazi editore). All’epoca l’idolatria degli adolescenti è stata accresciuta dalla storia d’amore con il collega Robert Pattinson. Inizia così ad alternare ruoli indie e blockbuster, come “Biancaneve e il cacciatore”, fino a diventare nel 2010 l’attrice più pagata di Hollywood. Da “Still Alice” con Julianne Moore a “Sils Maria” con Juliette Binoche e “J.T. Le Roy” con Diane Kruger (che ha scioccato il Festival di Toronto) e poi diventa la musa di Woody Allen per “Cafè Society”. Nella prossima pellicola “Happiest Season” interpreta una ragazza omosessuale alle prese con il classico incontro con i genitori della partner. 

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