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Faccio l’agricoltore per amore di Anna

Piero e Carla con la loro fattoria sociale favoriscono l’inserimento di persone svantaggiate

Gio 30 Gen 2020 | di Nadia Afragola | Ambiente
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Esiste un’azienda agricola a servizio delle persone. Una fucina di idee e di progetti, molti dei quali già tradotti in realtà. è la casa di Anna, nata nel 2015 per volere della famiglia Pellegrini, e riconosciuta biologica nel 2016. Oggi fa parte delle fattorie sociali del Veneto e dà spazio ad inserimenti lavorativi di persone in condizioni di svantaggio sociale. 
Le prime braccia che hanno iniziato a lavorare quei terreni sono state quelle di Piero Pellegrini, padre di Anna, una ragazza con una forte disabilità e un bisogno preciso da assecondare: un luogo di condivisione, di incontro, dove vivere a contatto con la natura. Quel luogo si trova a Venezia, precisamente a Zelarino, dove hanno sede le serre, gli orti, gli spazi ludici, il rustico che ospita camere e ristorante. Un modello che lavora per essere in grado di autosostenersi e, anche se l’agricoltura ha sempre avuto una funzione sociale, avere la capacità di generare benefici di carattere sociale, quali quelli terapeutici-riabilitativi, nei confronti di particolari gruppi della popolazione non è così scontato. Piero, il fondatore, è un fiume in piena: «Ho 73 anni e una figlia con una forte disabilità, sopraggiunta a sei mesi: una forma gravissima di encefalite che l’ha resa completamente disabile. Sono un imprenditore che ha scelto di fare l’agricoltore per amore di mia figlia. Volevamo dare ad Anna un luogo dove vivere serenamente. Il resto è venuto dopo. Dare un’opportunità di lavoro a persone in difficoltà, che non hanno più chance, è stata una conseguenza. Ci sono disabili, ex detenuti, le nuove povertà e tutta quell’umanità che da noi trova un’occasione di riscatto».  
 
Di quante persone si compone il suo gruppo di lavoro?
«Ci sono i lavoratori fissi che mandano avanti il tutto, parliamo di dieci persone e poi c’è la gente della quale abbiamo parlato prima, in tutto 28: 14 sono disabili, 8 minori, 4 sono da noi perché devono svolgere lavori socialmente utili e poi c’è chi deve espiare delle colpe e magari è in carcerazione domestica». 
 
La sua è una fattoria biologica, didattica e sociale. La credibilità come si conquista? 
«Non ho chiesto soldi a nessuno, credo dipenda in parte da questo. Ho portato avanti un progetto con le mie risorse, almeno nella fase iniziale. Vuol dire che non sono un furfantello: senza dare giudizi affrettati o superficiali, se metti mano al tuo portafogli per realizzare un’idea, la tua idea, parti da una posizione di forte credibilità. La nostra sfida, giornaliera, è quella di fare in modo che il nostro progetto sia sostenibile e generi profitto. Una volta partiti ci siamo messi sul mercato, come le verdure che produciamo. Le vendiamo al mercato e sul nostro e-commerce, con un giro di consegne che i nostri ragazzi fanno in bici».
 
Poi c’è il ristorante… 
«La gente viene da noi senza sapere che siamo una fattoria sociale. Viene perché si mangia bene, per una ricorrenza. La credibilità si ottiene facendo bene il proprio lavoro: il mondo se ne frega del sociale. Non accetteranno mai di spendere il 5% in più solo perché sono in un contesto “impegnato”. Non siamo finanziati dall’Asl, dal Comune. Qui a fine anno chi paga è chi ti parla, ecco perché serve equilibrio anche nei conti».
 
In cucina ha trovato un suo validissimo alter ego, lo chef Italo Cristofani. 
«Già… anni fa ha deciso di lasciare i lustrini e le paillettes delle cucine negli alberghi italiani, 5 stelle, a Londra per amore di una vicentina, una sommelier. Tornato in Italia ha iniziato a lavorare nella casa circondariale di Vicenza, insegnando ai detenuti come stare dietro ai fornelli e come gestire un catering. Dal venerdì alla domenica lo trovate in cucina da noi a seguire i ragazzi che nel frattempo sono arrivati dall’Alberghiero». 
 
Cosa è la normalità per lei?
«Normale è una parola volgare, che usiamo in maniera superficiale. In tanti ragazzi che hanno dimora da noi trovo più normalità che fuori dalle nostre mura. Anna ha una profondità di spirito che non trovi facilmente in giro. Chi usa mani, piedi e testa per fare un lavoro e non ha bisogna di troppa assistenza è normale, ma oltre queste specifiche avrei riserve su tutti». 
 
Che cosa significa includere?
«Non siamo educati dalla fanciullezza all’inclusività. Ci dicono che noi siamo bravi a fare inclusione semplicemente perché aiutiamo delle persone, che hanno bisogno di essere seguite, capite. L’umanità non è preparata ad affrontare le difficoltà». 
 
Grazie a voi un mondo migliore è possibile.
«Quello che facciamo serve a dimostrare che si può fare attività sociale, di assistenza, di recupero, di inclusione generando guadagni per la fattoria. Dietro di noi non c’è la Regione, nessun prete. Non chiediamo di fare attività caritatevoli, non siamo un’appendice del sistema sanitario. Siamo un progetto in grado di stare sul mercato, facendo i ristoratori, i fruttivendoli, gli albergatori e attività culturali, dove ci facciamo pagare il giusto non di più perché stiamo facendo del bene».   
 
Cosa vede nel suo futuro? 
«Io e mia moglie Carla abbiamo fatto quello che dovevamo e potevamo fare. Mi auguro che l’azienda sia in grado di camminare con le sue gambe grazie alle giovani risorse che stiamo allevando».

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