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Kathmandu: il cerchio della vita

Nella valle di Kathmandu, tra induismo e buddhismo, inquinamento e fiumi di fango, giungla e vette mozzafiato, scimmie e quel namasté che racchiude il senso di un popolo

Gio 30 Gen 2020 | di Angela Iantosca | Mondo
Foto di 28

L’aria pesante, i clacson suonati a ripetizione, gli incroci intasati, i fili elettrici intrecciati in grovigli impossibili da sciogliere. E ancora, i panni stesi ovunque, la merce in vendita sui marciapiedi, i fuochi allestiti per riscaldarsi. Ma anche gli abiti rossi e viola, i volti segnati da quel punto rosso sulla fronte, le collane che sembrano rosari, i piedi scoperti, i capelli lunghi e neri, le motociclette impolverate, le strade che con la pioggia si trasformano in fiumi di fango, le impalcature di bambù e le case incomplete, i semafori che non ci sono, l'inquinamento che rende necessario l'uso di mascherine per coprire la bocca e il naso. E poi gli stupa e i templi indù, le vestizioni e i sacrifici, le preghiere pronunciate sottovoce e le campane suonate per rendere più forti le parole indirizzate agli dei e le mucche e le capre e le galline per strada, la spazzatura gettata ovunque, l'asfalto disconnesso, le pietre, la terra battuta, i ponti che si trasformano in stenditoi, le bottiglie e la plastica nei fiumi sacri, la pace all'interno dei monasteri, il caos all'esterno. 
Kathmandu è come uno tsunami di odori, colori, suoni. E sapori. Sa di cumino e coriandolo, di fritto sin dalle prime luci dell'alba, quando i tamburi suonano e la musica si innalza con le preghiere. Sa di passato e di una modernità che stride e che non riesce a trovare un senso in un mondo ancora antico, ma che dice di essere già nel 2076. 

ANNO 2076
Non lo so in che tempo siamo. A sei ore circa di fuso orario dall'Italia, a poco più di due ore di fuso dal ricco Qatar, il Nepal vive in un suo tempo. Quello del suono delle campane, dei sacrifici di animali, della dea Kalì che pretende sangue dai suoi devoti il sabato e il martedì; siamo nel tempo dei piedi scalzi per entrare nei templi, del silenzio di Buddha e del rumore degli indù. Nel tempo dei corpi che vengono bruciati alla fine del tempo terreno, perché possano rientrare nel ciclo della vita, ritornando alla terra, all'acqua, al fuoco, al cielo; ma anche il tempo di internet, dei telefonini usati da chi vive sugli elefanti e dei bambini che, pur nella miseria, hanno un cellulare con il quale passar il tempo. E poi è il tempo dei serpenti, dei cavalli alati, dei mille volti delle divinità e della disparità tra i sessi, dei matrimoni combinati, di Youtube usato per guardare il mondo fuori da lì e imparare l'italiano.

PRIMA DI PARTIRE
Mettete da parte pregiudizi, concetti assoluti di normalità, presunzione di conoscenza, superiorità occidentale. Lasciate a casa la superficialità, il riso fine a se stesso, la necessità di comprendere tutto. Abbandonate le vostre categorie che tanto vi rassicurano, prima di intraprendere questo viaggio. Solo se vi lasciate andare e se siete disposti a sentire, sentirete o troverete ciò che non stavate cercando. Ponetevi domande e ponetele solo se capite di non offendere chi vi è di fronte. Non schernite i rituali che per chi li compie hanno un valore profondo. E provate a sentire quanto sia profondo per loro il senso di quel Namasté, che riconosce la parte divina che è in ognuno di noi. Perché Dio è in noi, nel cielo, nella terra e anche in quel sasso che state per calciare. E il sole non è altro che l'occhio di Dio che ti guarda. Me lo ha detto un uomo vestito di arancione nel tempio di Vishnu, al termine della vestizione della statua che lo rappresenta. Ma me lo hanno fatto capire le scimmie libere di correre da un tetto all'altro, di tagliare la strada, di urlare e mangiare ciò che gli capita sotto mano, me lo hanno fatto capire le mucche che incedono libere, le galline, le papere che attraversano la strada rapide. E anche la gioia negli occhi dei Newari quando si incontra un coccodrillo, un rinoceronte, un orso. E quel vivere a contatto con la terra e quella signora che a Patan nella piazza principale della cittadina, ha cominciato a sciogliersi lentamente i capelli, ha tolto i calzini, ha preso un catino e ha cominciato a lavarsi i capelli, mentre tutti intorno continuavano ad occuparsi delle proprie faccende. 

KATHMANDU: LA CAPITALE
La capitale è polvere e caos, è povertà, case addossate, campi di lamiere lungo il fiume, case diroccate ancora piegate dal terremoto del 2015 che provocò ottomila vittime. Ma è anche Piazza Durbar, Patrimonio mondiale Unesco dal 1979. Una piazza che ha custodito i palazzi della dinastia Malla e degli Shah che governarono la città. Un tempo residenza della famiglia reale nepalese e ancora oggi casa della Kumari, Durbar Square è il fulcro della città. 

LA KUMARI: LA DEA VIVENTE
All’incrocio tra Durbar Square e Basantapur Square sorge un edificio di mattoni rossi a tre piani che è la dimora della Kumari, la fanciulla designata per rappresentare la dea vivente della città che, al raggiungimento della pubertà, torna ad essere una comune mortale. Insieme ad altri visitatori supero la soglia della porta e mi metto nel cortile in attesa. Teniamo il volto sollevato verso l'alto. Ci guardiamo, ma non accade nulla. La guida ci suggerisce di giungere le mani in preghiera. Passano pochi secondi prima di vederla la Kumari, scelta dai sacerdoti all’interno della comunità newar, una delle etnie più popolose del Nepal, perché lei deve appartenere alla casta buddista dei Sakya, la stessa alla quale apparteneva Gautama Siddharta, diventato il Buddha. Inoltre, deve possedere le "32 perfezioni”, tra le quali la bellezza, la pelle chiara e profumata, la dentatura perfetta. Nel momento in cui viene identificata, viene prelevata e portata in questa casa, da dove uscirà pochissime volte all'anno, portata su una portantina, perché i suoi piedi non possono toccare il suolo. Il titolo cesserà al primo mestruo o qualora dovesse ferirsi e perdere sangue o perdere un dente. 

IN VOLO SULL'HIMALAYA
Ci svegliamo la mattina all'alba per arrivare prima possibile in aeroporto, da dove partono i voli per osservare da vicino la catena dell'Himalaya che circonda la valle di Kathmandu. Costa 165 euro il volo, ma ne vale la pena! Dopo i controlli d'obbligo, ci imbarchiamo. Ad ognuno viene assegnato un finestrino. Allacciamo le cinture di sicurezza e partiamo! A bordo le hostess ci danno delle caramelline e, con la gentilezza che contraddistingue questo popolo, nel corso del volo ci indicano le montagne che abbiamo di fronte. Sembra un mare increspato la catena, tra valli occupate da nuvole e nebbie e vette innevate. Sembra così raggiungibile ognuna di quelle cime che è incredibile pensare di trovarsi di fronte alle montagne più alte del mondo. Quando l'aereo si avvicina all'Everest una hostess ci invita ad andare nella cabina di pilotaggio per osservare la montagna in tutta la sua grandezza: la sua punta solletica le nuvole che la circondano come una corona. Pochi secondi e riprendiamo i nostri posti, mentre come bambini curiosi passiamo da un finestrino all'altro per non perdere nessun “frame” di quella visione ad alta quota. 

IL Più IMPORTANTE TEMPIO INDUISTA 
Lungo il corso del fiume Bagmati, consacrato al dio Pashupati, manifestazione di Shiva, si trova il tempio di Pashupatinath, il più importante tempio induista del Nepal, uno dei sette gruppi di monumenti che permettono alla valle di Kathmandu di essere considerata Patrimonio dell'Umanità. Mentre ci avviciniamo all'ingresso, incrociamo gruppi di turisti e famiglie in abiti eleganti appena usciti dal tempio. Superiamo una porta e raggiungiamo il fiume. Da lontano il fumo che si solleva alto annuncia ciò che qui accade ogni giorno, senza sosta. Ci fermiamo sul ponte che sovrasta il fiume. Proviamo a scattare delle foto. Ma la mano si ribella al gesto. Gruppi di familiari attorniano i corpi dei morti. Una donna piange circondata dai suoi familiari. Dolore? Rito? Mi stupisce quel pianto che proviene da chi credo accetti la morte come parte integrante della vita. Ci allontaniamo da quella scena e ci spostiamo in una parte più alta del tempio, per osservare con rispetto quella cerimonia millenaria: la cremazione. Davanti a noi i corpi stesi su letti di marmo, rivolti verso il fiume. Sono avvolti in sudari bianchi. I familiari scoprono il viso, bagnano il volto e lavano gli occhi. Poi li cospargono con petali di fiori. Li avvolgono in teli arancioni e li spostano dalla parte in cui si trovano le pire, a seconda della casta di appartenenza: a seconda dell'importanza delle persone si sceglie un luogo diverso per la cremazione. Dura pochi minuti il fuoco. Il corpo si fa cenere e fumo e cade nel fiume. Mentre questo accade, un altro corpo viene preparato, nuova legna viene apprestata e un altro figlio si accinge ad accendere la pira… Intorno a noi, qualcuno scatta foto o si fa selfie. E le scimmie imperterrite e dispettose continuano i loro giochi. 

L'EQUILIBRIO DELLO STUPA
I riti indù mi turbano, non lo nascondo. I corpi che bruciano, i sacrifici di animali, le gocce di sangue sul pavimento che fanno immaginare gli strilli degli aniamli. Ma ogni visita ai templi induisti è seguita dall'incontro con gli stupa buddhisti e questo riporta equilibrio nella mia anima. Anche lo stupa di Boudhanath svolge questa funzione. Quando arrivo a investirmi è il suono del mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, che si sente ovunque, è inciso ovunque: è il mantra della compassione, che ci ricorda che siamo fiori di loto. Dal 1979 riconosciuto dall'Unesco come patrimonio dell'umanità, con i suoi 36 metri è uno dei più grandi al mondo.
 
DASHINKALI E LA DEA KALì
In una rientranza naturale, accanto ad una foresta, alla confluenza di due corsi d'acqua, si trova Dakshinkali, un tempio dedicato alla Dea Kali. Lungo la strada bancarelle che vendono corone di fiori, cibo galline, esposte in gabbie. Arriviamo al tempio, togliamo le scarpe e indossiamo i calzini. Entriamo. Suoni di campane, galline, per terra acqua, usata per pulire il pavimento sul quale scorre il sangue degli animali che vengono sacrificati il martedì e il sabato. Passiamo davanti alla statua della dea e ci allontaniamo. Si respira un'aria pesante lì vicino alla feroce divinità… 

DESTINAZIONE GIUNGLA 
A circa sei ore di viaggio in autobus da Kathmandu (200 km di distanza) si trova il Parco Nazionale di Chitwan, che in lingua hindi significa 'cuore della giungla'. Il Parco dal 1984 è Patrimonio dell'Unesco ed è uno dei più importanti dell'Asia. Lungo il percorso il paesaggio cambia e cambiano anche le abitazioni: più grandi, più distanziate le une dalle altre, più pulite. Qui la gente vive per lo più di agricoltura e turismo. Al nostro arrivo nella struttura scelta, diverse le attività che ci attendono, oltre all'acqua calda e alle stanze riscaldate. La mia stanza si affaccia sul fiume che scorre di fronte. Mi affaccio dal balcone e osservo: alcuni elefanti mi passano di fronte, portati dai loro padroni che li conducono usando i piedi nudi appoggiati sulle orecchie. Ci rigeneriamo con un pranzo a base di riso, verdure e yogurt e poi cominciamo e nostre attività. Un piccolo bus ci porta all'attracco delle canoe. Indossiamo i salvagente e saliamo, uno alla volta. Davanti e dietro due nepalesi ci indicano gli animali che incontriamo lungo il percorso, mentre con una pagoda e una canna di bambù ci fanno scivolare sull'acqua. Incontriamo coccodrilli, molte specie di uccelli e un rinoceronte. Mi colpisce lo sguardo delle nostre guide che si entusiasmano ogni volta incontriamo un animale. Lungo il fiume alcuni bambini giocano, un anziano colpisce un serpente con un bastone, mentre delle donne lavano i panni. Proseguiamo lentamente, fino a vedere da lontano un coccodrillo di tre metri: immobile. Dopo poco scendiamo dalle canoe e proseguiamo la nostra avventura salendo su un elefante. Si chiama Jungle Kalì: è una femmina ed ha 41 anni. La nostra guida si siede sulla sua testa e lei inizia a incedere, lenta, delicata e regale. Intravediamo due caprioli, mentre il sole comincia a tramontare alle nostre spalle. Ad aspettarci al nostro rientro un gruppo di donne che si esibisce in un ballo tradizionale. Anche noi ci uniamo alla danza, prima di ritirarci con il buio della notte. Il mattino dopo, appena pronta, mi dirigo sulla terrazza, ad osservare le canoe che scorrono lente. Mi si avvicina un ragazzo del luogo, che ammira estasiato l'alba, come se la vedesse per la prima volta. Dopo qualche minuto di silenzio richiama la mia attenzione oltre il fiume, in un punto preciso: ed eccoli lì gli orsi... 

VERSO IL MONASTERO  
Prima di dirigerci a Panauti per l'esperienza di Homestay, facciamo tappa al Monastero di Namo Buddha, che dista un paio d’ore da Kathmandu. A causa del fango siamo obbligati a lasciare il nostro mezzo di trasporto e a proseguire a piedi. La strada è dissestata, piove e c'è nebbia. Da lontano intravediamo la silhouette del monastero nel quale si può anche dormire. Al nostro arrivo decidiamo di mangiare qualcosa, prima di procedere con la visita. C'è un bar ristorante dove i monaci cucinano piatti vegetariani e preparano delle tisane con zenzero miele e limone. Dopo pranzo, entriamo nel monastero. Sembra disabitato. Lasciamo le scarpe e andiamo a visitare la sala al piano di sopra. È un trionfo di colori e oro, di foto e statue del Buddha. Lungo le pareti i posti in cui sedersi e poi il gong all'entrata. Non si possono fare foto all'interno. Poi riprendiamo la strada verso Panauti, scendendo dalla collina, in mezzo al fango.

A CASA DI RAJANI
All'arrivo a Panauti, conosciamo la famiglia con la quale trascorreremo una notte. A me viene assegnata Rajani: una donna dallo sguardo dolce, con un cappello rosa di lana in testa e un pastrano. Ci dice di seguirla. Ci perdiamo tra i vicoli di Panauti, superiamo dei ponti circondati di spazzatura e sbuchiamo davanti la sua casa. All'ingresso incontriamo il marito, Ram Prasad, ed insieme entriamo. Le porte, come quelle di tutte le case nepalesi, sono basse e gli ambienti piccoli. Lasciamo le scarpe al primo piano e proseguiamo a piedi scalzi, salendo su una scala ripida di legno. C'è un salottino nel quale ci fermiamo insieme a bere un te. Le stanze sono molto fredde, non ci sono i riscaldamenti e il bagno è all'esterno. Ma c'è l'acqua calda, un lusso in quei contesti: nel corso della serata, durante la chiacchierata, scopriamo che nella divisione in caste la nostra famiglia si può considerare una famiglia borghese. La sera Rajani prepara per cena bufalo, verdure, riso, brodo di lenticchie. Una volta pronta la cena iniziamo a mangiare. Ma a tavola non si siedono né Rajani, né le sue figlie, Linda, la maggiore, Luniva, la minore: loro sono donne e mangeranno dopo. Osservo i miei ospiti, mangiano con le mani, come molti in Nepal. Faccio lo stesso anche io. Dispongo le dita a cucchiaio, mischio gli ingredienti con il riso bianco e porto la mano alla bocca… Terminata la cena, la moglie ci invita a provare l'abito tradizionale, mentre il marito va a dormire. È più sorridente ed espansiva ora che lui non c'è. Ci dà la gonna e il velo rosso. Le sue mani esperte trovano soddisfazione in quei gesti. Ci mette collane, il tika in fronte e anche un fiore tra i capelli. Sorridiamo, scattiamo foto, anche con lei. Poi ci spogliamo e andiamo a dormire. Dopo una colazione rapida e sostanziosa a base di frittata, patate, succo, caffè, una ciambella fritta e un altro dolce fritto, ripartiamo. Rajani ci saluta dicendo che siamo come figlie per lei, ci abbraccia e mentre ci allontaniamo vedo i suoi occhi lucidi.

LA BELLEZZA
Quando sono atterrata nella capitale del Nepal e ho cominciato a muovermi in quel mondo ancora sconosciuto, mi sono subito interrogata sul concetto di bellezza, su ciò che intendiamo noi per “bello”, se sia giusto considerarlo parametro universale, se il senso della vita possa considerarsi univoco e soprattutto se le nostre priorità abbiano diritto di esistere quando si scontrano con quelle di chi non ha niente o ha pochissimo, di chi vive senza riscaldamento, di chi non sempre ha la luce e l'acqua calda, di chi lava le pentole in bacinelle consumate dal tempo e allatta i propri figli sulla strada dove ci si stende anche per dormire il pomeriggio, mangiare, pregare; dove si osserva chi passa, ci si tolgono i pidocchi sotto gli occhi di tutti, si tesse e soprattutto si attende. Non ho trovato una risposta e non la troverò mai perché non può esserci una risposta, perché non siamo noi occidentali il metro sul quale misurare gli altri, siamo solo un punto di vista, uno dei 7 miliardi di sguardi possibili sul mondo.    

 


IL TEMPIO DELLE SCIMMIE           
Swayambhunath è un antico  complesso religioso buddhista situato in cima ad una collina nella  valle di Kathmandu ad ovest dell'omonima città. È anche conosciuto come il Tempio delle scimmie per via delle numerose scimmie che popolano il sito. Per i buddhisti newari Swayambhunath riveste un ruolo primario ed è probabilmente uno tra i più sacri luoghi di pellegrinaggio, secondo solo a  Boudhanath (nella foto a sinistra), che per la grandezza del suo mandala è uno dei più grandi stupa del Nepal.

 


CASANEPAL                   
Nel 2007 nasce a Kathmandu CasaNepal, un centro di accoglienza fondato da Apeiron (apeironitalia.it) per donne vittime di violenza. In Nepal le donne sono ostacolate nell'acquisizione della cittadinanza, nel godimento dei diritti politici, successori, di famiglia, nella tutela della salute riproduttiva. Una su 5 in età riproduttiva subisce almeno una violenza fisica e più di 1 su 10 è vittima di violenza sessuale. La violenza di genere è la principale ragione dei suicidi, prima causa di morte tra le donne in età riproduttiva.                                                              

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