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Latte ‘macchiato’

Antibiotici, cortisonici e antifiammatori nella bevanda dei bambini

Ven 31 Gen 2020 | di Riccardo Quintili e Valentina Corvino | Attualità
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E' senza dubbio una ricerca che farà discutere. E davvero speriamo che sia così, perché i risultati dello studio effettuato dalle Università Federico II di Napoli e da quella spagnola di Valencia, e delle analisi del Salvagente su 21 latti, freschi o Uht, venduti in Italia, meriterebbero grande attenzione. Entrambe dimostrano, infatti, che nella bevanda più consumata, dopo l’acqua, dai bambini, ma molto presente anche nella dieta degli adulti, si possono trovare tracce di farmaci: cortisonici, antinfiammatori e antibiotici.

A svelarli è stato un nuovo metodo di analisi, in grado di quantificare contenuti che ai test ufficiali sarebbero passati inosservati. Dunque concentrazioni sempre sotto i limiti di legge. Che questo basti a farci tirare un sospiro di sollievo non convince gli esperti ai quali il Salvagente ha inviato le analisi su 21 latti e la ben più corposa ricerca delle Università di Napoli e Valencia su 56 campioni che trovate nelle pagine 24-25.

Il punto critico, infatti, e la domanda rivolta loro è se un’assunzione continua di antibiotici, anche in dosi tanto basse, possa essere dannosa. Soprattutto per bambini molto piccoli che fanno uso di latte una o più volte al giorno. Di fronte a questi dubbi non c’è risposta certa e non potrebbe essere altrimenti, visto che è la prima volta si rilevano concentrazioni come queste. Ma nessuno è in grado di escludere due pericoli.
Il primo è che possano rendere più facile la creazione di batteri antibiotico-resistenti. La popolazione microbica, magari quella patogena presente nel nostro intestino in numero molto basso nelle persone sane, potrebbe essere selezionata da un’esposizione continua. A sopravvivere, dunque, sarebbero solo i microrganismi resistenti, creando nuove specie di superbatteri. E sappiamo bene che questi organismi spaventano gli scienziati di tutto il mondo. Alcuni effetti li abbiamo visti in Toscana, con i 42 morti a causa di uno di questi superbatteri, il New Delhi, isolato negli ospedali della regione. Ma si tratta solo della punta di un iceberg che ogni anno nel mondo fa 700mila morti.
Il secondo pericolo questi farmaci alterino il microbiota umano. I miliardi di batteri suddivisi in oltre diecimila specie diverse ospitati dal nostro intestino ci aiutano nel metabolismo, nella sintesi delle vitamine, servono per il nostro sistema immunitario, metabolizzano alcune sostanze tossiche. Logico il loro stato di equilibrio sia particolarmente importante nella nostra vita. A maggior ragione negli organismi più deboli.
Lo ripetiamo, non ci sono certezze che le dosi di farmaci che abbiamo trovato nel latte possano davvero rappresentare un rischio: servono studi su una situazione che forse era ipotizzabile, grazie all’uso massiccio di antibiotici negli allevamenti, ma che ora è innegabile. E molte delle aziende che abbiamo informato (come Esselunga, Conad e Granarolo), si dicono disposte a proseguire nell’impegno per coniugare benessere animale e assenza di farmaci. Anche loro sono rimaste sorprese dallo studio. E chi, come ha fatto Conad, lo ha sottoposto al vaglio di esperti del calibro di Carlo Nebbia, professore di farmacologia veterinaria e tossicologia dell’Università di Torino e membro del board Efsa sui contaminanti nella catena alimentare si è sentito rispondere: “Anche se le concentrazioni rilevate sono al di sotto dei LMR (e quindi legalmente conformi) in considerazione della natura dei potenziali consumatori (neonati) sarebbe a mio avviso opportuno che tale farmaco non fosse presente”. 
Come spiega il professor Alberto Ritieni, nel servizio di copertina del Salvagente in edicola, adesso il metodo per scoprire altri casi c’è e si tratta di una risorsa preziosa. Ma forse, come stimola il veterinario Enrico Moriconi, è anche il caso di cambiare le nostre abitudini da subito: per fare marcia indietro sull’uso così massiccio di farmaci sugli animali serve però limitare il consumo di alimenti di origine animale e gli allevamenti tanto intensivi come quelli delle mucche da latte.  

Il professor Alberto Ritieni: “Ora che sappiamo, non possiamo far finta di niente”

Alberto Ritieni, assieme ai colleghi del dipartimento di Farmacia Federico II dell’Università di Napoli, Luana Izzo, Giulia Graziani e Anna Gaspari e a quelli dell’Università di Valencia, è autore dello studio sul latte che trovate in queste due pagine. La ricerca, pubblicata sul Journal of Dairy Science, mostra i risultati di analisi ottenuti con il nuovo metodo e lo strumento utilizzato dagli scienziati (l’Orbitrap-MS) a partire da 56 confezioni di latte italiano.
“Il latte era un test - racconta Ritieni al Salvagente - e attraverso questo lavoro siamo riusciti a mostrare le potenzialità di un’analisi che unisce alla sua rapidità, alla praticità, l’efficacia e la robustezza e la sua riproducibilità”.
Quanto a sensibilità il risultato è davvero notevole, tenuto conto che trovate molecole da 10 a 100 volte sotto quelle che riescono a vedere i laboratori di alcuni zooprofilattici...
Per di più mettendo assieme metaboliti diversi come le micotossine e i farmaci. 
Nello studio sono state trovate quantità bassissime di farmaci, ma non proprio trascurabili secondo tutti gli esperti che abbiamo consultato. Soprattutto quando i consumatori sono bambini...
Nelle nostre conclusioni sottolineiamo che dato che il latte è raccomandato nella loro nutrizione, i neonati e i bambini in età infantile sono particolarmente esposti a queste sostanze e potrebbero risultare più vulnerabili. La loro capacità a metabolizzare questi agenti tossici non è ancora ben sviluppata. Per questo un monitoraggio costante degli allevamenti sarebbe necessario per assicurare la salute di questi piccoli consumatori.
È quanto ci ha spiegato il professor Francavilla. E quanto ha ribadito anche il professor Carlo Nebbia dell’Università di Torino nel parere dato a Conad per la presenza di dexamethasone. Pur non essendo un antibiotico, ma un glucocorticoide fluorurato di sintesi, il professor Nebbia scrive: “In considerazione della natura dei potenziali consumatori (neonati) sarebbe a mio avviso opportuno che tale farmaco non fosse presente”.
Credo che abbiano ragione entrambi. E ora che abbiamo il metodo e gli strumenti in grado di rivelare anche in maniera relativamente economica queste presenze non possiamo non domandarci che effetto possano avere su organismi deboli e ancora poco formati. Pensate ai neonati non allattati al seno che hanno già il microbiota stressato. Che effetto può avere su di loro l’assunzione costante, anche se in dosi infinitesime, di antibiotici, cortisonici, antifiammatori? Prendere le misure necessarie, nella filiera degli allevamenti, per evitare questi rischi credo sia un’azione necessaria.


IN COLLABORAZIONE
L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it
 

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