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Chirurgia estetica

Aumentano gli interventi, anche tra i maschi. ma, rispetto al passato, costano meno ed ora c’è anche la chirurgia umanitaria e quella per curare la violenza sulle donne

Ven 31 Gen 2020 | di Emanuele Tirelli | Attualità
Foto di 23

Crisi economica, recessioni, crescita del Pil molto più bassa rispetto a tanti altri Paesi europei. Ma la chirurgia plastica in Italia tiene botta e aumenta di numero. Non ci sono dati concreti, perché non esiste un albo nel quale registrare tutti gli interventi di questo tipo. Ma, anche se molti sono stati i pazienti che hanno fatto ricorso alla chirurgia plastica ricostruttiva, connessa quindi a patologie e traumi, l’impennata evidente riguarda la parte legata meramente all’estetica. Dalla Sicpre (Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica, l’unica dello stivale riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Salute in questo settore) dicono che l’incremento nell’ultimo decennio è stato del 20%. Le tecniche sono migliorate, i tempi di recupero sono brevi, il numero dei chirurghi plastici è cresciuto e i costi si sono abbassati. E l’immagine condiziona sempre di più la vita quotidiana.

AL PRIMO POSTO IL SENO
L’intervento più richiesto è ancora quello per aumentare il seno. In una sorta di classifica, a pari merito, seguono quello al naso e la liposuzione, fino ad arrivare alla chirurgia che corregge i segni dell’invecchiamento.

E GLI UOMINI?
È stata considerata a lungo come esclusivo appannaggio delle donne, se non in casi eccezionali. Oggi gli uomini sono raddoppiati, passando dal rapporto di 1 a 8 a quello di 1 a 4. La loro scelta si concentra soprattutto su naso e addome, per l’obesità in crescita, ma anche sulla ginecomastia, quindi per il seno più sviluppato. Pure l’età è trasversale. Si va dai diciottenni agli over60, con richieste che differiscono a seconda della data di nascita, e che per i primi riguardano prevalentemente seno, naso e orecchie. Per gli altri, invece, la riduzione dei segni dell’invecchiamento. Appare, almeno parzialmente, superata anche l’impossibilità di agire su mani e collo, in questo caso con la medicina estetica del laser e delle iniezioni di grasso.

A PORTATA DI TUTTI... O QUASI
Non più solo vip e benestanti. I prezzi sono iniziati a calare all’inizio degli anni Novanta, ed è per questo che oggi la clientela comprende tutte le fasce economiche: l’abbassamento è del 30-40%. Se negli anni Ottanta bisognava sborsare 20 milioni di lire per un lifting, oggi lo stesso intervento costa in media 6-7 mila euro. I soldi vengono messi da parte, in alcuni casi si paga a rate o si chiede un finanziamento.

IL TURISMO DELLA BELLEZZA
Turismo medico, turismo sanitario, turismo della bellezza. Il concetto, però, è sempre lo stesso: varcare i confini italiani per risparmiare. Negli ultimi tempi la Turchia è una delle mete preferite per il trapianto di capelli. Ma non è affatto la sola. Ci sono molti siti dedicati e in lingua italiana, con pacchetti che comprendono soggiorno in hotel a quattro o cinque stelle, pensione completa, transfer da e per l’aeroporto, a volte anche il volo e un tour per visitare qualche luogo nelle vicinanze. E, naturalmente, l’intervento chirurgico. Tra le destinazioni di questi ultimi anni spiccano anche Tunisia, Slovenia, Slovacchia, Grecia (soprattutto per il botox). E per chi vuole andare più lontano, Thailandia, Costa Rica, Messico, Argentina e Taiwan. Il risparmio parte dal 30 e arriva ben oltre il 50%. Un vecchio detto, però, dice che il risparmio non è mai guadagno, soprattutto in questi casi. Finché va tutto bene, non ci sono problemi, ma quando arrivano le complicazioni o si parla della gestione del post-operatorio, è tutto un rivolgersi alla sanità pubblica italiana o a quella privata, spendendo ancora più soldi, spesso con difficoltà di accesso alla cartella clinica nel Paese dell’intervento.

PRIMA DI INIZIARE...
«Per fare un concorso in una struttura pubblica è necessaria la specializzazione - dice Francesco D’Andrea, presidente della Sicpre -. Per la libera professione, basta la laurea in medicina e chirurgia, tranne per radiologia e anestesia. Non si può quindi parlare di abusivi, ma in molti casi di improvvisati. E questo vale anche per la chirurgia estetica, meno per quella ricostruttiva che si svolge generalmente in strutture pubbliche. Bisogna allora informarsi attentamente e non affidarsi a Internet e al passaparola. Ci si può rivolgere alla Sicpre, che raccoglie al suo interno tutti specialisti, o domandare all’Ordine dei Medici della città di riferimento. Il cittadino deve essere sempre informato sulla professionalità del medico al quale si rivolge, anche per interventi che possono sembrare semplici, perché si tratta pur sempre di corpo e salute. Nelle strutture pubbliche vediamo tanti casi secondari, cioè operati da improvvisati che hanno fatto grandi danni al paziente: la crescita degli ultimi anni arriva al 30%».

QUANDO IL MEDICO DEVE DIRE “NO”
“Cosa mi rifarebbe?”, “Vorrei cambiare tutto”, “Posso somigliare all’attrice nella foto?”, “Vorrei tornare a quando avevo vent’anni”. Sono solo alcune delle domande-richieste che spesso vengono rivolte ai chirurghi plastici. «Dobbiamo fare una valutazione obiettiva della situazione - continua D’Andrea - e individuare la possibilità di ottenere quello che il paziente chiede. Vendere fumo non serve. Se quindi una persona ha già una parte ben conformata e la vuole come quella dell’attore o dell’attrice, o spera di ottenere risultati che noi non possiamo garantire, bisogna rifiutare. Insomma, quando le richieste sono estreme o al di là delle possibilità reali di risoluzione, il chirurgo deve ricordarsi sempre del proprio ruolo e dire di no».



 


Cambia l’immagine, non l’insoddisfazione

Da cosa nasce il desiderio di (ri)costruire il proprio aspetto esteriore?

Emanuele Tirelli

IL primo vero cambiamento c’è stato con la diffusione capillare della televisione, con il passaggio dalla voce della radio all’immagine del piccolo schermo. L’esplosione di Internet e dei social negli ultimi anni ha moltiplicato un fenomeno culturale che cresce sempre di più, ma che resta legato al concetto di insoddisfazione, sulla quale vanno ad agire la parte puramente estetica della chirurgia plastica e la medicina estetica.
 «Desiderio di identificazione con l’immagine che si sta osservando, di mitizzazione, di tentativo di somigliare a questi prototipi - dice Paolo Cotrufo, professore e presidente del corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica all’Università Vanvitelli di Caserta -. L’idea che si vuole dare di sé passa attraverso la costruzione della propria immagine, coincidente con quella che la società considera giusta, bella e di moda o, in direzione opposta, anticonformista e in controtendenza con i canoni di questi anni. Ma questa trasformazione, che arriva alla medicina e alla chirurgia estetica, passa anche per l’antiaging, la palestra, l’abbigliamento... Sono tutti elementi che crescono e si muovono insieme».

INCONTRI TRA IMMAGINI
Il modo in cui scegliamo di apparire sembra voler dire di noi molto di più di quanto siamo davvero o qualcosa di diverso. «Al di là di come ci sentiamo, vogliamo decidere noi stessi cosa trasmettere agli altri. E questo si lega anche a una trasformazione delle relazioni interpersonali, per cui si hanno molto meno frequentemente dei legami stabili e duraturi, con meno occasioni di conoscersi in profondità, e molto più spesso incontri tra immagini di sé».

SE TUTTO DIPENDE DA UN DIFETTO
C’è chi soffre di dismorfofobia e quindi si focalizza su un punto del proprio corpo, ritenendo che tutti i problemi dipendano da una malformazione di quella determinata parte, laddove molto spesso la malformazione non esiste nemmeno. «Questi casi clinici sono una minoranza rispetto al numero di chi fa ricorso alla chirurgia estetica. Parliamo invece di insoddisfazione: non sono bello o non sono come vorrei. L’intervento illude le persone rispetto alla possibilità di curare quest’insoddisfazione modificando il proprio corpo, ma si tratta di uno spostamento dal livello psicologico a quello fisico. Questo vuol dire che, anche in presenza di un miglioramento estetico, l’insoddisfazione non passa perché non era legata all’oggetto dell’intervento. D’altronde, chi principia a cambiare il proprio corpo è difficile che smetterà, soprattutto se ha iniziato in giovane età. Anche la “potenza” ha un ruolo importante. Il corpo rappresenta la natura, mentre l’apparato psichico è la nostra cultura, la nostra storia. Modificarsi vuol dire in qualche modo diventare più forti della natura stessa».                            

QUANDO IL CORPO ESPRIME L’ANIMA
Paolo Cotrufo si occupa delle principali affezioni del funzionamento psichico, con un interesse approfondito negli anni per le compromissioni del corpo come espressione di problemi psichici. Laureato in Psicologia a Padova e dottorato in Scienze del Comportamento a Napoli, Cotrufo è professore alla Vanvitelli di Caserta, dove ha fondato (ed è direttore-responsabile) l’Osservatorio sui Disturbi Alimentari. Dal 2007 è psicoanalista membro della Società Psicoanalitica Italiana. Il suo ultimo libro è “Mia madre odia le carote. Corrispondenza psicoanalitica tra sconosciuti. Anoressia, corpo, sessualità” (Mimesis Edizioni), scritto insieme a Zoe, autrice di un blog.         

ITALIA QUINTA AL MONDO
L’Italia è quinta nella classifica mondiale dei Paesi che ricorrono a procedure estetiche, dopo Stati Uniti, Brasile, Giappone e Messico. Gli interventi di liposuzione in Italia sono stati 55.000 nel 2018, un mercato che vale oltre 300 milioni di euro.



 

La chirurgia plastica ricostruttiva per curare la violenza sulle donne

Quando la chirurgia può riparare alle ferite subìte dal corpo
 
Emanuele Tirelli
 
Il 6 febbraio, a Milano, c’è un summit interdisciplinare. Il primo c’è stato lo scorso 25 novembre nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, nell’ospedale dell’Università Federico II di Napoli. Al centro dell’incontro, le mutilazioni genitali femminili. Ma la violenza sulle donne abbraccia anche ustioni da agenti chimici e ferite da armi bianche. «In questo caso – dice Francesco D’Andrea, direttore della Scuola di Specializzazione della Federico II e presidente Sicpre -  la chirurgia plastica ricostruttiva non può agire sul trauma psicologico, però può contribuire sensibilmente alla cura del corpo e all’estetica, che qui è lontana da qualunque concetto di vanità». 
 
C’è stato un aumento in questi anni?
«Non si tratta di una crescita vera e propria del fenomeno, quanto dell’aumento delle donne che trovano la forza di denunciare e di farsi curare. Fino a poco tempo fa queste violenze venivano nascoste quasi del tutto, per vergogna, per paura, per motivi culturali. Adesso invece se ne parla sempre di più e bisogna continuare a farlo. Nel nostro caso, la crescita dei casi manifesti è del 10% negli ultimi dieci anni. E mentre le mutilazioni genitali femminili riguardano esclusivamente donne immigrate o figlie di immigrati, gli altri tipi di violenza sono distribuiti in egual misura con le italiane. La mia speranza, da uomo e da chirurgo plastico, è che un giorno non ci sarà più bisogno di noi, perché il problema non esisterà più».
 
Come si interviene?
«Per le ustioni, bisogna rimuovere subito l’agente ustionante e poi medicare per evitare le infezioni. La chirurgia ricostruttiva può procedere solo sulla cicatrice. Più in generale, si va dai trapianti di tessuto che sono alla base della nostra disciplina nella parte ricostruttiva, fino alle tecniche più moderne di medicina rigenerativa attraverso le cellule staminali, che si trovano in maniera abbondante nel tessuto adiposo. Possiamo quindi partire dalla liposuzione per aspirare il grasso che viene elaborato per l’estrazione delle cellule da iniettate nelle zone dove c’è necessità: il lipofiling curativo. Che si faccia ricorso alla ricostruttiva contestualmente all’arrivo in Pronto Soccorso o in un secondo momento, la paziente è sempre assistita dal servizio pubblico».
 
State lavorando a delle linee guida?
«L’obiettivo di questi summit non è solo quello di sensibilizzare le coscienze e di contribuire a far parlare dell’argomento sempre di più, ma pure di mettere insieme gli specialisti per elaborare delle linee guida a livello ministeriale, su come muoversi nel campo delle mutilazioni genitali femminili, delle violenze e dei grandi traumi, con protocolli da adottare in tutta Italia. In questo modo potremo rendere i trattamenti omogenei e assicurare risultati migliori sia dal punto di vista estetico che funzionale».                                                                
 
IL PRESIDENTE DELLA SICPRE
Presidente della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica Sicpre, Francesco D’Andrea lavora all’Università Federico II di Napoli, dove è Ordinario di chirurgia plastica, direttore della Scuola di Specializzazione e del Master Universitario di II livello, nonché del Reparto di Chirurgia Plastica del Policlinico della Federico II. I suoi principali campi di interesse sono la chirurgia ricostruttiva della mammella, la chirurgia plastica dei traumi e degli esiti di trauma, la chirurgia estetica del viso e del corpo.

 

 


Quando la chirurgia si fa umanitaria

Esiste una chirurgia plastica ricostruttiva che non ha a che fare con l’estetica, ma con malformazioni e ustioni

Per un paziente trasferito e operato in Italia, se ne trattano cento nel suo Paese. È una questione di costi. La chirurgia plastica ricostruttiva ha anche una declinazione ancora poco conosciuta ai più, che prende il nome di umanitaria e non ha a che fare con l’estetica, ma con malformazioni e ustioni. La 3i – Interethnos Interplastic Italy ha già portato a termine 66 missioni in sedici luoghi diversi, su più di 7600 pazienti. L’ha fondata nel 1988 e ne è presidente Paolo Morselli, professore di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica all’Università Alma Mater di Bologna.

Perché?
«Perché ce n’è bisogno. Se parliamo di malformazioni, consideriamo che l’Italia ha una natalità molto bassa e che al quinto mese di gravidanza è possibile sottoporsi all’ecografia morfologica: se vengono evidenziate delle malformazioni importanti, si può interrompere la gravidanza. Sempre guardando all’Italia, abbiamo una serie di norme di sicurezza che spesso valutiamo fastidiose, ma che ci permettono di ridurre notevolmente alcuni tipi di incidenti. In molte aree povere dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa, la natalità è alta, l’ecografia morfologica è alla portata di pochissime persone, e non ci sono adeguate condizioni di sicurezza capaci di evitare ustioni e traumi da folgorazioni, incendi, incidenti stradali».

E per le ustioni da acido di cui sono vittime le donne? 
«Nel 1988 siamo stati i primi occidentali a trattarle in Bangladesh. Ma in generale la nostra filosofia è quella di rendere indipendenti questi luoghi. Ecco perché vogliamo sempre accanto a noi dei giovani medici locali, affinché si appassionino, si formino e siano in grado di essere autonomi. Se non hanno la strumentazione necessaria, la doniamo noi. Sempre in Bangladesh, è nato un centro ustioni con 500 posti letto. Non lo abbiamo costruito noi, ma ci siamo fatti “usare”, come accade anche altrove, per spiegare numeri e necessità alle istituzioni locali».

È tutto in regime di volontariato?
«L’équipe usa le proprie ferie dal lavoro per poter partecipare alle missioni. E i soldi sono frutto di donazioni prevalentemente da parte di comuni cittadini, sensibili al problema e che conoscono il nostro modo di pensare, e come operiamo». 

Perché donate il vostro tempo e la vostra professione altrove e non in Italia?
 
«Il Sistema Sanitario Nazionale permette a tutti di poter essere trattati gratuitamente, di essere curati da queste patologie. L’Italia è incredibilmente avvantaggiata rispetto alla maggior parte del mondo, quindi la mia risposta è “perché non ce n’è bisogno”. Altrove, invece, esiste un’estrema urgenza dinanzi alla quale non si può distogliere lo sguardo».           

Emanuele Tirelli
 

 


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