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L'handicap psicologico o la marcia in più?

Rinunciamo a noi stessi per farci accettare: invece è il contrario

Ven 28 Feb 2020 | di Alberico Cecchini | Editoriale
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Lavorare nella comunicazione e nella pubblicità nel modo in cui lo faccio è per me il mestiere più incredibilmente bello che avrei mai potuto immaginare. Aiutare le aziende, i professionisti a farsi conoscere, tirando fuori la loro parte migliore, è una soddisfazione che va ben oltre il fatto dei soldi. Portare i miei clienti a quella notorietà nel loro settore che li aiuta ad essere riconoscibili, scelti e rispettati, mi dà una soddisfazione che non è solo professionale. Ma è un bagno nell'umanità che vivo come una missione che non ho affatto scelto per caso. Aiutare gli altri ad esprimere il proprio valore è più di un lavoro. 

Quando ero bambino ero molto chiuso, arrossivo e mi offendevo spesso. Era il mio modo per difendermi. Mi piaceva stare solo con gli altri bambini, gli adulti mi intimorivano e non mi piacevano, tranne poche persone, quelle che sentivo più vere e positive appunto come sono in genere i bimbi.

Ho sempre sentito fortemente l'essenza delle persone, la loro energia e se non era sufficientemente pulita, evitavo qualsiasi relazione per tutelarmi e non sentirmi a disagio. 

Nell'adolescenza ho provato ad integrarmi nelle amicizie, che però mai sentivo piene come prima e mi sentivo diverso. Fino ad odiare questa diversità che mi sembrava l'ostacolo principale al mio grande desiderio di relazioni spensierate ed insieme vere e profonde. 

Avevo la chiara percezione di avere come un handicap psicologico, perché non riuscivo mai ad esprimere tutto il meglio di me, tutto il mondo di cose belle ed immense che premeva dentro di me per uscire. 

Mi sembrava di non vivere la mia vita e le mortificazioni si cumulavano, nonostante i successi negli studi, nel lavoro, con gli amici, con le donne. Perché mi ero integrato per farmi accettare, ma avevo rinunciato alla parte migliore di me. Infatti, percepivo chiaramente che tutto era troppo superficiale e insufficiente per me.

Non c'è vita senza espressione di se stessi in relazione con persone che sappiano cogliere chi siamo.

Ma se non ci esprimiamo pienamente come possono gli altri cogliere la meraviglia della nostra persona? Se non valorizziamo la nostra unicità siamo anonimi, spenti, sostituibili.

Ma non ho mai smesso di cercare, fino a che, grazie a Dio, non ho incontrato chi mi ha sostenuto a sperimentare una vera cultura di vita. Allora ho avuto quella libertà dagli altri che mi ha permesso di iniziare ad essere Alberico molto più pienamente. Senza aspettare più il consenso degli altri, senza lasciarmi intimidire dalla paura del giudizio. Ho iniziato ad essere io indipendentemente dagli altri e a molti non sono andato più bene così, ma non ho perso nulla. Anzi ho iniziato a ritrovare me stesso e ho scoperto la mia missione per gli altri: cogliere, valorizzare e trasformare in successo l'unicità della loro persona e del loro lavoro. 

Se per paura di non venire accettati ci siamo omologati e spenti, ricordiamoci che siamo stati creati originali, unici ed irripetibili e che proprio in questa unicità risiede il valore immenso di ognuno di noi.

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