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Quel che resta sulla buccia

Il Salvagente indaga, analizzando i pesticidi presenti su arance e pere

Ven 28 Feb 2020 | di Enrico Cinotti | Attualità
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L’hanno ribattezzato il “pesticida nemico dei bambini” perché può alterare alcune regioni del cervello, specie nei più piccoli, e può danneggiare la formazione del feto. “Neurotossico per lo sviluppo” è stato il giudizio con il quale la Commissione europea ha deciso di vietare dal 31 gennaio scorso l’uso del chlorpyrifos. Stessa sorte toccata alla molecola gemella - nella funzione e negli effetti - il chlorpyrifos-methyl. Parliamo di due insetticidi per anni molto utilizzati specialmente nei frutteti: il primo in particolar modo nelle arance e il secondo soprattutto sulle pere, ritenuto - forse non proprio a ragione - l’unica arma contro la cimice asiatica che sta “distruggendo” la produzione italiana degli ultimi anni. 

Pesticidi talmente utilizzati che era legittimo sospettare di ritrovarli nei frutti di stagione raccolti prima della messa al bando. Per questo motivo il Salvagente nel numero di marzo in edicola ha acquistato 10 campioni di arance e 10 di pere, tutte rigorosamente made in Italy, il 16 dicembre 2019, poche settimane prima che scattasse il disco rosso della Ue, per portarle in laboratorio. Il risultato? 

Su 2 campioni di pere abbiamo trovato il chlorpyrifos-methyl, mentre in 4 arance le analisi di laboratorio hanno segnalato chlorpyrifos, in un caso in abbinamento con il methyl. Parliamo di prodotti conformi alla vendita visto che quando sono stati trattati e messi in commercio le due molecole erano consentite e comunque le concentrazioni riscontrate sarebbero state al di sotto dei limiti di legge. Di sicuro però, almeno in un caso, le arance acquistate da Lidl, la concentrazione riscontrata di chlorpyrifos, 0,079 mg/kg, mette in crisi l’Adi, la dose giornaliera tollerata stabilita dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che per questa sostanza è di appena 0,001 mg per chilo di peso corporeo. A conti fatti per un adulto di 70 chili è consigliato ingerire al massimo 0,07 milligrammi di chlorpyrifos: mangiando un chilo - circa 4-5 frutti - di quelle arance supererebbe la soglia consigliata. Per non parlare di un bambino di 20 chili: a quelle concentrazioni, con un paio di arance, rischia il pieno giornaliero di un pesticida neurotossico proprio per i più piccoli. Il problema è che mentre per queste sostanze le dosi tollerate sono molto basse, proprio perché capaci di riverberare i propri effetti sulla salute del consumatore anche a concentrazioni infinitesimali, i limiti di legge alla concentrazione nei cibi sono invece “esageratamente” alti: prendiamo le arance, il chlorpyrifos era consentito fino a 1,5 mg/kg mentre l’Adi è fissata di 0,001 mg per chilo di peso corporeo. Una vera e propria assurdità normativa giocata sulla pelle del consumatore. Per questo è importante che questo tipo di molecole siano state messe al bando - seppur tardivamente - dall’Europa: speriamo che d’ora in avanti nemmeno una traccia di queste pericolosissime sostanze attive finisca nei frutti, anche se c’è chi - come la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova - chiede la proroga per il methyl.
Nel test del Salvagente non abbiamo cercato solo i due famigerati principi attivi, ma abbiamo sottoposto i 20 campioni a un’analisi multiresiduale. I risultati, con qualche eccezione, ci dicono che tra i due frutti sono le pere quelle ad aver subìto un numero più elevato di trattamenti prima di essere raccolte. Nel campione acquistato da Todis abbiamo rinvenuto tracce di ben 12 trattamenti e, se togliamo il campione bio di NaturaSì, dove l’azienda ci spiega che la presenza di captan è dovuta a contaminazione accidentale per la vicinanza di pereti convenzionali, nella stragrande maggioranza dei campioni il numero di principi attivi rilevati non è così comune ad altri test che abbiamo condotto. Va anche detto che la produzione di pere in questi anni ha dovuto fare i conti sia con l’emergenza cimice asiatica e nel 2019 anche con l’alternaria, un’infestazione fungina che attacca i frutti. La soluzione adottata da molti produttori, a giudicare dalla lista delle molecole, è stata quella di “pompare” più chimica. Ma siamo sicuri che sia sempre utile e mai controproducente? 


 

“Contro la cimice fa poco ed è nocivo per l’uomo”

Neurotossico per l’uomo e inefficace come insetticida: da qualsiasi lato lo si voglia prendere, il chlorpyrifos - e la sua “variante” methyl - mostra criticità. «Vogliamo porci una domanda? Perché sono quasi dieci anni che si fanno trattamenti con il chlorpyrifos e la cimice asiatica è aumentata? La cimice asiatica è tecnicamente difficile da combattere con insetticidi, compreso il chlorpyrifos. I motivi sono legati alla elevata mobilità della cimice, alla sua polifagia e al fatto che svolge parte del ciclo in aree non coltivate. L’uso ripetuto di insetticidi poco efficaci nei suoi confronti ha creato le condizioni favorevoli per prosperare, visto che uccide tutti gli altri insetti potenziali antagonisti». Giovanni Dinelli, ordinario di Agronomia generale all’Università di Bologna, ci invita a guardare l’altra faccia del famigerato insetticida: pericoloso, senza dubbio, ma anche poco o per nulla utile nel contrasto alla cimice asiatica. «Purtroppo - aggiunge - per metterlo al bando ci sono voluti 30 anni: troppi visto che parliamo di una sostanza neurotossica per i bambini e interferente endocrino che per definizione non ha una soglia di sicurezza. Analogamente troppo tempo è stato perso ritenendo che questo fitofarmaco potesse essere risolutivo contro la cimice asiatica».

 


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