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Beppe Severgnini: Sognavo di essere giornalista

Siamo migliori di come fingiamo di essere

Ven 28 Feb 2020 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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Beppe Severgnini è la sua chioma bianca e quegli occhiali neri che in più occasioni hanno fatto di lui un vero e proprio fumetto. È un giornalista che ha fatto la storia del nostro paese, editorialista del “Corriere della Sera” e contributing opinion writer per “The New York Times”. Ha scritto a lungo per “The Economist” e tutti i suoi libri sono bestseller. Fa parte della schiera di coloro che ebbero la fortuna di lavorare per il Giornale di Indro Montanelli (1981-1994). Nel 2001 la Regina Elisabetta II gli ha conferito il titolo di Officer of the British Empire. A Bruxelles, nel 2004, è stato votato “European Journalist of the Year”.

Chi è Beppe Severgnini? 
«Un ragazzo di Crema che voleva fare il giornalista e lo scrittore ed è riuscito a realizzare il suo sogno. Sono fortunato e lo riconosco».

Nei suoi libri, indaga l’italianità. A che conclusioni è giunto?
«Noi italiani siamo migliori di quello che fingiamo di essere». 

Lo abbiamo incontrato al Festival Collisioni, a Barolo (Cuneo), dove ogni anno arrivano fiumi di persone. 
«La gente ama stare in compagnia. Noi italiani ci piacciamo a vicenda, al contrario di quello che sostiene la politica, che dovrebbe sfruttare questa nostra socialità. Amiamo partecipare a festival come questi e se c’è un caos festoso, meglio. Collisioni fa parte di un set fantastico di eventi come Pordenone (Pordenone Legge), Mantova (Festival della Letteratura), Torino (Salone del Libro) e Milano (Book City). Collisioni piace perché unisce folle, volti noti, personaggi di spicco e, come nel caso di Barolo, borghi di grande fascino».

Qual è stata la lezioni più grande che le ha dato la sua vita professionale?
«Mai dare nulla per scontato e mai sedersi sugli allori. Regola semplice, ma carica di valore per chi ne apprezza il significato. Rimanere curiosi e trovare sempre stimoli nuovi che non ti annoino, è quello che mi auguro e auguro a tutti, nella vita». 

Perché oggi fare del buon giornalismo è così difficile? 
«Una volta facevi il giornalista se avevi una testata per cui farlo, la TV, la radio o un giornale. Non esisteva distinzione tra buon giornalismo e giornalista. Era il mezzo a decretare la tua professione. La tecnologia poi ha scardinato questo sistema, per cui tutti ora possono comunicare con l’intero pianeta. Tutti possono essere potenziali “giornalisti”. Ecco che ritrova corpo l’importanza della formazione, degli studi e dell’esperienza. Se sei bravo, svetti su un mare di qualunquismo, altrimenti ne fai parte. L’errore che molti colleghi hanno fatto è stato adagiarsi, perché erano già collaboratori di una testata, e non considerare che il mondo stava evolvendo e che la professionalità avrebbe fatto la differenza».

Tv: perché lo spettacolo non corrisponde quasi mai al contenuto?
«Penso a Lilly Gruber e a 8 ½, un programma in cui sono stato ospite fisso, che funziona e che aiuta a capire cosa sta succedendo nel paese, condensando quante più informazioni possibili in un’ora. Ma la tv non è tutta così, ci sono programmi che in 3 ore non fanno altro che preoccuparsi dello spettacolo più che del contenuto. È una cosa che mio malgrado capisco, fare tv costa e le urla, lo sport e il sensazionalismo portano più audience rispetto ad un approfondimento politico».

Avremo il coraggio di invertire la rotta?
«Ci vogliono i budget e la pazienza per attenderli».

E perché si è arrivati alla cultura dell’odio? 
«È sempre esistita, solo che i frustrati prima si ritrovavano al bar e la loro cassa di risonanza erano quei quattro muri. Ora uno smartphone ti permette di farti ascoltare da chiunque e questo genera una sensazione di onnipotenza difficile da controllare. Per arginare il problema si dovrebbe applicare il codice penale anche ai comportamenti on line e obbligare le persone ad utilizzare la propria identità. L’eliminazione dell’anonimato placherebbe molti leoni da tastiera».  

Fuga di cervelli?
«Parliamo delle opportunità che in Italia scarseggiano. È la ragione del problema l’aspetto su cui lavorare. Creare occasioni per i giovani li manterrebbe naturalmente nel loro paese».



 

Commendatore della Repubblica

Beppe Severgnini è editorialista e vice-direttore del Corriere della Sera, dov’è arrivato nel 1995. Dal 2013 è contributing opinion writer per The New York Times. È stato corrispondente in Italia per The Economist (1996-2003). Ha lavorato per il Giornale del maestro Indro Montanelli (1981-1994). Nel 2004, a Bruxelles, è stato votato “European Journalist of the Year”. È autore di 17 libri e nel 2001 la Regina Elisabetta II gli ha conferito il titolo di Officer of the British Empire. Nel 2011 è stato nominato Commendatore della Repubblica italiana.

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