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Tom Hanks: La gentilezza non passa di moda

È uno dei pilastri di Hollywood e potrebbe rifugiarsi nella sua torre d’avorio e invece no. Tom Hanks è l’incarnazione perfetta del divo gentile

Ven 28 Feb 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 15

Se sta facendo jogging al parco e incrocia una coppia di neosposini alle prese con le foto di nozze, torna indietro e si fa un selfie con loro. Tom Hanks è fatto così. Ha pure confessato di recente che ogni volta che qualcuno lascia lo smartphone incustodito lui lo prende, si scatta una foto e lo rimette a posto. Il suo scopo è far sorridere la persona in questione, quando sfoglierà la gallery. Magari è una giornata no o magari ha solo bisogno di allentare la tensione.

Parliamoci chiaramente: chi glielo fa fare? Potrebbe circondarsi di bodyguard, comprarsi un’isola privata e starsene per i fatti suoi tutto il tempo. E invece no, la gente gli piace davvero. Non come quelle star che posano sul red carpet accanto ai fan solo per quella manciata di secondi, il tempo che occorre ai fotografi per immortalare lo scatto. Poi scappano via alla velocità della luce, terrorizzati che i comuni mortali possano intaccare la loro allure di divinità hollywoodiane.

Lui no: era così 20 anni fa, quando l’ho incontrato alla mia prima conferenza di cinema in assoluto, e lo è ancora oggi. Il due volte Premio Oscar interpreta un altro personaggio amatissimo in “Un amico straordinario”, in sala il 5 marzo e presentato in anteprima al Festival di Toronto. Si tratta di Fred Rogers, uno dei beniamini della tv per bambini a stelle e strisce, un uomo capace d’influenzare generazioni intere e la cui interpretazione gli è valsa un’altra nomination all’ambita statuetta. Ogni volta che ne parla inizia a cantare le canzoni del programma, “It’s good to talk”, in pratica un inno al dialogo e alla benevolenza reciproca.

È vero che ha iniziato a cantarla persino in casa a sua moglie?
«Il testo va bene per qualsiasi occasione, dice che fa bene condividere i sentimenti, parlarsi e ascoltarsi. E ammetto che funziona, invece a volte noi nelle discussioni vogliamo solo “vincere”, avere ragione. Il mondo punta al litigio e alla competizione, ci vuole coraggio ad essere ottimisti».

Come se la cava a parlare delle sue emozioni?
«Dare il volto a Fred Rogers mi ha insegnato ad essere un ascoltatore più attento. La compassione arriva quando ti esponi e ti rendi vulnerabile».

Vedeva il programma da bambino?
«A 11 anni ero troppo “vecchio” per lo show, era in bianco e nero e lui usava delle marionette che faceva parlare con la sua voce anche se avevano la bocca cucita. Mi sembrava solo strano e non lo capivo affatto».

E ora?
«Mi pento di non aver guardato il programma con i miei figli quando erano piccoli, avrei imparato molto sull’essere genitore».

Una lezione in particolare?
«Sì, Fred mostrava ai piccoli che va bene essere tristi, mentre di solito noi adulti cerchiamo di distrarli. A quell’età, intorno ai 2 anni e mezzo, i bambini hanno le paure più strane, come ad esempio essere risucchiati dal lavandino e lui ci ha scritto su una canzone».

Come ha intercettato il copione del film?
«Che tu ci creda o no, l’ho letto otto anni fa, ma girava ad Hollywood da tanto. Quando la regista Marielle Heller me lo ha riproposto ho deciso di leggerlo da capo. Lui è una tale istituzione in America che divide l’opinione pubblica, o lo si considera un santo o un truffatore, viene oggettificato, e invece io volevo destrutturarne il mito per capirne meglio le motivazioni».

Ci è riuscito?
«Pur essendo un pastore non ha mai invocato Dio nelle trasmissioni, né ha mai commercializzato nulla, quindi ho capito che è un uomo come tanti, eppure trasformato in leggenda».

Il giornalista cinico che lo intervista nel film cerca qualche lato oscuro. Non ce n’erano?
«Il cinismo oggi dilaga e la gente, allora come ora, cerca il marcio nelle situazioni, ma a volte non ce n’è davvero e siamo disabituati a crederlo». 

Qual è la sua più grande lezione?
«Portare speranza a chi ne ha bisogno, a volte basta chiedere “come stai?”. La gentilezza rende il mondo un posto migliore. E lui ha messo sempre prima gli altri, parlando a tutti i bambini e a ciascuno dicendo che è speciale e che vale».

Si vede che lei ama stare in mezzo alle persone. È davvero così?
«Sì, la gente mi incuriosisce e penso sia un bene scoprire che le cose che abbiamo in comune sono più di quelle che ci dividono. Sono uno di quelli che si sveglia con un sorriso».

Cosa hanno bisogno di sentirsi dire i bambini di oggi, che sono spesso distratti da mille dispositivi?
«Restano sempre bambini e quindi meritano di essere aiutati dai grandi, che dovrebbero ripetere loro che è naturale sentirsi confusi e spaventati. Succede a tutti. Chi non si è mai chiesto se è onesto con se stesso oppure si comporta da impostore? Oppure s’interroga sulla sua disposizione verso gli altri, soprattutto quando perde la pazienza e manda al diavolo qualcuno».

Lei è appassionato di auto d’epoca e macchine da scrivere, dice di amare i piaceri semplici della vita. Sembra l’uomo perfetto. Ce l’avrà o no qualche difetto?
«Quando a diciannove anni facevo un lavapiatti in un ristorante, sgattaiolavo verso il frigo e bevevo di nascosto un pochino di latte al cioccolato, questo conta?».
 

 

DIVO DAL CUORE D’ORO

Thomas Jeffrey Hanks, classe ’56, due volte Premio Oscar – e candidato alla statuetta quest’anno per “Un amico straordinario”, in sala il 5 marzo e in anteprima al Festival di Toronto – ha quattro figli e due nipoti (dal primogenito Colin, nato dal matrimonio con Samantha Lewes), resta una delle star più benvolute ad Hollywood. Appassionato di auto d’epoca e macchine da scrivere, ha persino un asteroide a suo nome e la cittadinanza onoraria greca, perché la seconda moglie Rita Wilson è di origini elleniche. I suoi personaggi sono iconici sia in carne e ossa che in versione cartoon, come dimostra la saga di Toy Story. Eroe romantico degli Anni Ottanta (“C’è posta per te” vi ricorda qualcosa?), ha regalato al cinema alcuni ruoli cult che includono “Forrest Gump”, il naufrago di “Cast Away” e l’avvocato sieropositivo di “Philadelphia”. 

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