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Michael Douglas: Il metodo dei douglas

Il mito del padre Kirk vivrà ben più dei suoi 103 anni terreni e lui, Michael Douglas, ha intenzione di eguagliarlo

Ven 28 Feb 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Leggenda narra che sia stato un colpo di fulmine. L’ha vista e ha deciso che sarebbe stata sua moglie. Dopo vent’anni di matrimonio, il tempo ha decisamente dato ragione a Michael Douglas. L’ha capito conoscendo prima la sua dolce metà, Catherine Zeta-Jones, che di stare un passo indietro non ha mai avuto intenzione, neppure per il figlio di un’icona del cinema come il compianto Kirk. Ha sempre fatto e detto come voleva e quella grinta le dona tremendamente perché ne aumenta il fascino e ne amplifica l’intelligenza. Lui ci ha visto lungo, come ha spiegato al Festival della TV di Monte-carlo, e non se l’è lasciata sfuggire. È stata la sua roccia durante il cancro e non ha mai dovuto spegnere oppure oscurare seppur di poco la propria luce per lasciare che a brillare fosse lui. Una “fimminazza”, come si dice al Sud… e nell’accezione migliore del termine. Se l’è meritata, però: Michael Douglas ha un’ironia sopraffina, uno spirito indomito e una classe innate. Saluta tutti, stringe mani, si concede per i selfie, sorride senza condiscendenza. E capisci subito che i suoi talenti non si esauriscono sul palcoscenico. Possiede quel garbo umano che conquista e disarma chiunque.

Nella sua carriera si è preso sempre grandi rischi, a partire dall’abbandono della serie che le ha regalato il successo, “Le strade di San Francisco”.
«Sono fatto così e per fortuna quel salto nel buio non è finito in uno schianto. Ho abbandonato il telefilm dopo quattro anni perché ero convinto di essere pronto a fare il produttore e così è nato “Qualcuno volò sul nido del cuculo”». 

Le hanno dato del pazzo?
«Soprattutto perché la tv la guardavi gratis e per il cinema dovevi pagare e questa differenza è stata rimarcata per anni. Ma se Clint Eastwood e Steve McQueen ce l’hanno fatta prima di me allora potevo provarci anch’io».

E oggi la tendenza si è invertita.
«”Dietro i candelabri” non lo voleva fare nessuno studio cinematografico ed è toccato alla tv, così ci ha pensato HBO Film e ha ottenuto grandi consensi. Ed eccoci qua, svariati anni dopo, a lodare l’arrivo dello streaming per l’enorme libertà creativa che ha concesso a tutti noi, un’autentica miniera d’oro».

E Netflix l’ha scelta per “Il metodo Kominsky”, infatti.
«Ne vado fiero perché è un diverso tipo di abbonamento e non implica pubblicità, mentre offre una distribuzione globale di una storia e anche in 40 lingue diverse. Ho ricevuto il primo premio della mia carriera proprio in tv, in Germania, il Bambi Award, e ne vado molto fiero anche perché mi ha permesso di capire quanto fosse apprezzata la mia voce profonda e sexy, peccato che fosse quella del doppiatore, al cui confronto io sembravo Topolino». 

Il cerchio si chiude con il premio alla carriera del Festival della TV di Monte-Carlo?
«In Europa mi sento sempre a casa e non lo dico perché mio fratello Joel ha vissuto a Nizza e faceva alcuni tornei sportivi con il Principe Alberto, ma perché davvero mi pare che il tempismo sia perfetto». 

Quando ha detto a suo padre Kirk che voleva fare l’attore non ne è stato contento: le ha dato poi qualche consiglio?
«Mi disse: “Figliolo, fai solo del tuo meglio e del resto infischiatene”. In effetti quando esci di scena, sapendo di aver dato il massimo, puoi davvero passare oltre. Ed è questo che ho detto ai miei figli, tutti attori, che hanno voluto fare questo mestiere nonostante sia davvero precario. E chissà cosa accadrà tra 20 anni con l’intelligenza artificiale… mi auguro ci sia sempre spazio per gli artisti».

In tv abbiamo riscoperto il suo lato comico. Quanto si è divertito?
«Spero di essere una persona divertente e sono contento se questa parte di me è arrivata al pubblico, che di solito mi identifica nei ruoli romantici». 

Cosa la fa star bene, fuori dal set?
«Il golf mi fa sentire come se bigiassi a scuola, ma dopo tre buche se la partita non va come dico io inizio seriamente ad arrabbiarmi». 

Non prende bene i fallimenti, vero?
«Affatto, ma nella vita serve equilibrio, quindi se sbaglio cerco di capire che parte ho avuto nell’insuccesso e di scoprirne le cause».

Quando ha scoperto di avere un tumore ha fatto i conti con altre fragilità. Cosa le è rimasto di quel periodo?
«La paura maggiore era che non mi tornasse più la voce e che quindi non avrei mai più recitato. Ma Steven Soderbergh, con cui avrei dovuto girare “Dietro i candelabri”, ha congelato la produzione e mi ha aspettato per oltre un anno. Mi si è spezzato il cuore, non credevo di farcela e invece sono guarito. Anche se, con 20 kg in meno, non sembravo proprio Liberace. Anche in quel caso mi hanno dato il tempo di tornare in forma e riprendermi. È stata la motivazione che mi serviva per andare avanti».

Gli amici in questo ambiente sono rari. E lei se li tiene stretti, come Danny DeVito, che ha voluto nella serie nei panni del suo urologo, vero?
«Danny è uno dei miei amici di lunga data e nella serie mi fa pure l’esame alla prostata! Io e lui dopo il college formavamo una strana coppia, eravamo pure coinquilini, che ricordi incredibili… e abbiamo una tale sincronia che la nostra in scena sembra quasi una danza perfetta, in cui nessun ballerino pesta i piedi all’altro, ci conosciamo alla perfezione. Grazie a lui ho capito che essere il protagonista vuol dire mettere gli altri a proprio agio, dare al set il tono giusto perché gli altri ti guardano e ti prendono da esempio».

Sua moglie dice che la lascia vincere, conferma?
«Per descrivere una donna straordinaria come lei le parole non sono minimamente sufficienti e adeguate».

Quali sono i momenti domestici che preferisce?
«Quelli con la piccola di casa, Caryn, che ormai ha sedici anni ed è in quella fase in cui ogni momento con papà è raro e prezioso finché stiamo ancora sotto lo stesso tetto, quindi ne approfitto. E mi godo quella meravigliosa pace che ti regala spendere il tempo con chi ami».


 

IL FIGLIO DI UNA LEGGENDA

I numeri di Michael Kirk Douglas sono da capogiro: 75 anni, 2 Oscar, 2 mogli, 3 figli, ma soprattutto un padre leggendario, Kirk, scomparso il mese scorso a 103 anni. Una stella di Hollywood si è spenta mentre un’altra continua a brillare. Anche se non pensava di sopravvivere al tumore, come ha rivelato al Festival della TV di Monte-Carlo che l’ha insignito della Ninfa di cristallo alla carriera, a 50 anni dal debutto tv e dal recente ritorno con “Il metodo Kominsky” su Netflix. Nel frattempo, solo negli ultimi tempi, si è unito al team dei supereroi Marvel nella saga di “Ant-Man” e si è concesso anche qualche ruolo nostalgico, come in “Wall Street” di Oliver Stone. E pensare che all’inizio non solo aveva contro il parere del padre ma anche ruoli poco fortunati, fino alla svolta del piccolo schermo con “Le strade di San Francisco” in un’epoca in cui il salto al cinema per gli attori tv era una chimera. Ma lui ha saputo diversificare i progetti, si è dato alla produzione con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, che conquistò l’Oscar. Con l’amico Danny DeVito ha conquistato tutti in 
“All’inseguimento della pietra verde” e nel sequel “Il gioiello del Nilo” ottenendo una vera e propria svolta. Inarrestabile: da “La guerra dei Roses” a “Basic Instinct”, ha dominato il box office, passando per “Attrazione fatale” e “Il presidente”. Si è cimentato in ogni genere con il solito talento imprevedibile. E ha conquistato Catherine Zeta-Jones, che ha sposato in seconde nozze nel 2000 e che l’ha reso due volte padre.

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