acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Federica Fornabaio: la bacchetta rosa

Dopo la vittoria con Marco Carta e Arisa a Sanremo, pubblica il suo primo cd di piano solo

Gio 08 Ott 2009 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 2

Alle bambole ha sempre preferito il pianoforte, specchio e anima delle sue paure, da cui fuggire, da cui tornare. Tra i suoi tasti si è rifugiata negli anni del Liceo. Con le sue corde, da sempre, ha provato a raccontare di sé ed oggi quei racconti ha deciso di renderli pubblici, incidendo il suo primo disco. Ma Federica Fornabaio è venuta alla ribalta qualche mese fa per un primato: è stata la prima donna che, come direttore d'orchestra, ha vinto il Festival di Sanremo in entrambe le categorie, con Arisa e Marco Carta.

Come sei arrivata all'Ariston?
«Grazie alla Warner Music a cui ho inviato tempo fa qualche mio brano e il mio curriculum. Poiché sono abilitata anche alla direzione d'orchestra per la musica pop, hanno pensato di imbarcarmi in questa avventura».

Come hai vissuto quella esperienza?
«è stata stupenda da un punto di vista umano. Sicuramente ho vissuto tante ansie e ho affrontato fatiche fisiche: se penso a Sanremo, penso alla innumerevole quantità di scale da fare per arrivare sul palco!».

E di Paolo Bonolis che ricordo hai?
«Il primo giorno, avevo le prove alle 15. Per cercare di superare l’ansia e per familiarizzare con l’ambiente, mi sono presentata all’Ariston alle 10 del mattino. Mentre mi aggiravo per il teatro, con la coda dell’occhio, vedevo che Bonolis, seduto in platea, mi scrutava. Sicuramente pensava: “questa chi è?”. Poi sono salita sul palco per le prove. Lui si è avvicinato e mi ha detto “Buongiorno, Maestro!”».

Cosa provi con la bacchetta in mano?
«Un senso di potere!».

Quando sei nata artisticamente?
«A 15 anni, quando ho chiuso gli spartiti ed ho cercato di capire cosa ci fosse dietro le musiche che suonavo da quando ne avevo 6. è stato allora che ho cominciato ad umanizzarla. Ciò che suoniamo non è un insieme di fredde note dettate dal genio del compositore. Dietro quelle note c’è la vita di chi le ha scritte».

La tua prima composizione?
«A 17 anni. Un mio amico, che aveva perso la ragazza in un incidente, mi chiese di comporre qualcosa. Ricordo che, quando lo sentì, rimase fortemente colpito, perché con la musica ero riuscita ad esprimere tutta la sofferenza che provava. Lui, in qualche modo, mi ha fatto credere in quello che facevo».

E i tuoi genitori?
«I miei (il padre è ingegnere e la madre insegna latino al Liceo - ndr), gli amici dei miei e i miei amici hanno sempre notato in me qualcosa di particolarmente estroso e creativo. Pensa che una volta una mia compagna di classe alle elementari scrisse un tema su di me, su quanto ero strana! Lo conservo ancora».

Una delle tue composizioni è “L’ossessione del mare”: quale è il mare al quale ti ispiri?
«Non è quello della balneazione! Come potrai capire dal colorito del mio volto, amo la Luna che si specchia nel mare, il suono delle onde, il luccichio dell’acqua».

Che suono ha il mare? E la Luna?
«Il mare è un la. La Luna, per me, è un re».

Nella tua musica “parli” anche di fuga: da cosa fuggi?
«La fuga mi ha sempre rappresentata. è fuga dalla negatività, è una fuga fisica. Anche se è solo il tentativo di allontanare le difficoltà per avere il tempo di corazzarsi. Non si può fuggire in eterno. Anche l’amore per il pianoforte, in un certo senso, è nato dal desiderio di fuggire, di rifugiarmi in un mio mondo».

Come vivi il momento in cui devi suonare?
«Con terrore. Ho paura di sbagliare e ho la sensazione che tutte le persone che sono lì siano pronte a giudicarmi. E questo è il retaggio di anni di esami al Conservatorio. Ricordo una volta una persona, alla fine di un saggio, mi disse: ”hai fatto 6 errori”! Assurdo. La musica non è perfezione. La musica a volte va sporcata. L’errore è un atto umano».
Cosa pensi che manchi ai Conservatori?
«Vivono lontano dalle logiche  discografiche, promuovono un tipo di musica di nicchia. Io, in questo senso, mi sento una privilegiata: ho potuto incidere un disco con della musica non sempre facilmente accessibile».

Una strada che è stata aperta da Allevi.
«Lui, con la sua personalità, è riuscito a far giungere la musica ad un grande pubblico».

L’esserti dedicata sin da bambina alla musica ti ha sicuramente differenziata dalle tue coetanee: come hai vissuto questa diversità?
«Malissimo! Alle superiori venivo interpretata male. I miei interessi, le mie passioni, tutto ciò che dicevo o facevo veniva interpretato come la mia voglia di mettermi in mostra o di voler dimostrare qualcosa! Ma non era così. Erano semplici interessi che non coincidevano con quelli degli altri».

Quanto tempo dedichi allo studio?
«In realtà è variabile il mio impegno. Ci sono giorni in cui mi chiudo completamente e suono tutto il giorno. Altri in cui non mi voglio specchiare e allora non lo guardo neanche».

Il pianoforte, quindi, è lo specchio di ciò che senti?
«è la mia anima. Non avrebbe avuto senso niente se così non fosse stato».  


Condividi su: