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Riyadh: cuore della rivoluzione culturale araba

Un Regno che apre finalmente le porte al mondo. E che vuole essere scoperto e capito per poter cambiare

Ven 28 Feb 2020 | di Alessandra De Tommasi | Mondo
Foto di 19

La sera prima di partire per Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita, ho ricevuto un memo di 18 pagine dall’organizzazione culturale che mi ha invitato a visitare il Regno. Il primo pensiero è stato puro sgomento: ho svuotato il contenuto della valigia sul letto per rifarla da capo. Quasi sopraffatta da tutto quello che il vademecum prospettava, mi sono chiesta come potesse essere tanto vicino e pure tanto distante dalla mentalità degli Emirati Arabi, che avevo visitato varie volte. La risposta non l’ho trovata in quelle fitte istruzioni, ma solo quando ho davvero messo piede nel Paese. Ma andiamo con ordine. 

IL VISTO
Tutto quello che si dà per scontato in un viaggio tradizionale in questo caso va rivisto e corretto. Basti pensare che i primi visti turistici (https://visa.visitsaudi.com/) sono stati concessi solo a settembre 2019, perché prima si poteva arrivare qui solo per motivi lavorativi. Un bel cambiamento – uno dei tanti – per un luogo con una storia di appena 88 anni. Il Colosseo, per capirci, ne ha quasi 2000 e la piramide più antica circa 5000. È importante ricordarlo per fare le dovute proporzioni e guardare la rivoluzione culturale in atto con gli occhi di una nazione giovanissima, quasi neonata.

DRESS CODE
Parlare di “dress code” non è affatto fuori luogo, perché viene richiesto un abbigliamento consono e rispettoso. Che tradotto a grandi linee vuol dire pantaloni sotto il ginocchio per gli uomini mentre per le donne si consiglia caldamente l’abaya in pubblico, o almeno magliette a maniche lunghe e pantaloni fino alla caviglia. L’abaya è l’abito tradizionale – per lo più nero – che ricopre interamente il corpo femminile come un soprabito largo, di solito abbinato all’hijab (il velo a volto scoperto). Trovarne uno in Italia prima della partenza è quasi impossibile, ma anche cercarne uno al volo appena atterrata non è stata impresa semplice. Nessuno mi aveva suggerito di scaricare una app che mi indicasse i tempi di preghiera musulmani, che cambiano quotidianamente con cinque appuntamenti al giorno. Cosa vuol dire? Che i negozi chiudono nel bel mezzo della giornata, anche in grandi centri commerciali, anche per mezz’ora, ma chi non è del posto non ne capisce la ragione. Superato lo scoglio dell’orario, arriva quello dei camerini. Essendo i negozi tutti videosorvegliati, raramente hanno i camerini, per proteggere la privacy delle clienti, quindi per provare qualcosa bisogna armarsi di dialettica mista a supplica ed imbucarsi, dietro autorizzazione, in qualche magazzino. Su tutte le vetrine – o quasi – campeggia la scritta “solo per famiglie”. Anche in questo caso sorge una certa confusione: siamo sole, la mia collega ed io, e non sappiamo come comportarci. Chiediamo spiegazioni: il cartello si rivolge ai maschi single e serve – ci dicono – ad evitare approcci indesiderati. Ora si spiega perché, come ci confessa una ragazza del posto, fino a qualche anno fa per conoscere una coetanea, i ventenni lanciavano il numero di telefono dai finestrini delle auto. Risolto il capitolo “abbigliamento appropriato”, passiamo ad altro, notando nel frattempo nelle donne accanto a noi alcuni dettagli, come l’assenza di gioielli in pubblico. 

CAMMELLI O PINGUINI?
Sopra o sotto l’abaya, comunque, gli strati sono più del necessario e non solo per esigenze di decoro. Chi pensa che il deserto sia caldo anche d’inverno non ha visto le foto dei cammelli sotto la neve di qualche tempo fa. Nella comunità internazionale che compone il team dello spettacolo della Riyadh Season, a cui sono invitata, c’è chi indossa gli UGG e chi il cappotto in piuma d’oca. Mi è bastata una serata fuori per smettere di pensare che stessero esagerando. Non solo per le escursioni termiche tra il giorno e la notte, ma per il crollo di temperature che pare colpisca almeno una settimana al mese la zona della capitale. Ecco perché il capitolo sull’abbigliamento è più vasto del previsto.

ISTRUZIONI PER L’USO
Facciamo un piccolo passo indietro per evitare ritardi indesiderati in aeroporto. Sono proibiti alcolici e droghe, prodotti contenente carne di maiale, medicine senza la ricetta medica, radio trasmittenti e affini, carte da gioco, oggetti religiosi (come croci o immagini sacre) e materiale pornografico. Ed è consigliato acquistare una SIM card locale per varie ragioni, non solo per non spendere un capitale di traffico telefonico, ma anche perché non sempre il wi-fi è presente in luoghi pubblici per chiamare, ad esempio, un Uber (non è detto che gli autisti del taxi parlino inglese o accettino altre forme di pagamento che non siano i contatti). È buona norma chiedere il permesso prima di scattare una foto, soprattutto alle donne, per cui buonsenso e cautela devono prevalere. Siccome anche nei ristoranti gli ingressi per i maschi single e per le famiglie sono diversi, meglio controllare sempre e comunque evitare ogni effusione in pubblico.  

PRONTI, VIA!
Con questo in mente, si parte. Il che, considerate le raccomandazioni varie, è già un viaggio prima del viaggio. Sono in atto grandi rivoluzioni, è vero, ma questo resta sempre il più conservatore dei Paesi arabi e la mentalità non può trasformarsi nel giro di pochi mesi. Il mio hotel, ad esempio, si trovava accanto ad una Moschea e, senza considerare che fosse un venerdì mattina dopo la funzione, la mia collega ed io ci siamo messe a gironzolare nel mercatino lì di fronte. Entrambe vestite con l’abaya, eravamo le uniche donne presenti, il che di per sé ha destato comunque sguardi curiosi. Almeno quanto i nostri, per lo meno, alla vista di piante di liquirizia o angurie per terra, datteri presi a mani nude e qualche bambino scalzo nella sabbia. Varie volte hanno insistito a gesti per farci coprire il volto. Avevamo entrambe un foulard, ma non essendo un hijiab vero e proprio, spesso scivolava dalla testa finendo sulle spalle. Portare con sé delle mollette ci avrebbe di certo evitato l’impaccio, ma succede spesso nei viaggi di metterci un po’ a capire gli usi e i costumi del luogo, soprattutto quando si estendono ai turisti e tu lo ignori. 

IL QUADRO COMPLETO
Ci hanno spiegato che anche nella Capitale esistono zone più tradizionali e altre più moderne. Ma nessun discorso ci aveva mai preparato a quello che è stato ribattezzato il “Coachella arabo”, anche se con numeri nettamente maggiori rispetto all’evento musicale statunitense. All’interno della stagione culturale più importante della città, la Riyadh Season, si è svolto il MDL Beast, un weekend di musica elettronica che ha attirato anche molte star hollywoodiane, tra cui Armie Hammer, Ed Westwick, Alessandra Ambrosio, Ryan Philippe e Irina Shayk. Per capirci, ha totalizzato oltre 400mila presenze e un Guinness dei primati come palcoscenico temporale più alto al mondo. In realtà di stage ce n’erano cinque e tutti giganti, con diversi stili musicali e dj del calibro di David Guetta, oltre ad installazioni di cammelli volanti alti un metro e mezzo sulla folla. Oltre alla maestosità degli allestimenti, qualcos’altro ha colpito l’attenzione, come la disinvoltura nell’abbigliamento – molte ragazze non indossavano né velo né abaya – o i gruppi di amici misti, ma soprattutto lo sguardo di completo e assoluto stupore di tutti i presenti. Immaginate il pubblico di un concerto interamente sobrio. Beh, è possibile, ma non lo avevo mai visto dal vivo. E mai con gli occhi brillanti di meraviglia. Per noi è scontato, naturale, praticamente ordinario poter ascoltare musica o ballare, ma pensate a come sarebbe una vita intera senza poterlo fare per poi ritrovarvi davanti ad uno degli eventi musicali più elettrizzanti di tutti i tempi. Sarebbe come affogare in una torta Sacher di dieci metri senza aver mai assaggiato il cioccolato. Solo i bambini possiedono quel tipo di stupore, perché sperimentano il mondo per la prima volta. Ecco, qui esiste un popolo intero che lo fa e senza il filtro dell’alcool o di sostanze stupefacenti. Le reazioni, quindi, non sono mascherate o alterate da altro che non sia la più totale scarica di adrenalina possibile. Nessuno urla, fa a botte o si spintona: sono tutti troppo presi dalle note per pensare a qualcos’altro. È quello il divertimento assoluto, qualcosa di molto simile alla felicità totalizzante delle prime volte. 

UNA RIVOLUZIONE PACIFICA
Sono questi i primi effetti di una rivoluzione istituzionale pacifica che si chiama Vision 2030, un piano di sviluppo socio-economico ideato dal principe ereditario Mohammad bin Salman, il 34enne illuminato che sta cambiando una nazione intera, per traghettarla verso il futuro, attraverso la cultura. Che qui si dice sia il nuovo petrolio. Un business, certo, ma anche un vettore di cambiamento sociale potentissimo e velocissimo. Passa, ovviamente, anche attraverso l’uguaglianza di genere e una serie di diritti che le donne stanno guadagnando, in una progressiva apertura, ad esempio un’apertura rispetto alla guardiania, il sistema per cui un familiare maschio è di fatto il tutor di una donna su cui può esercitare un diritto padronale. Si possono raccontare le bellezze naturalistiche, tra cui la spettacolare Edge of the world nel deserto, e si possono decantare le efficienti infrastrutture di Riyahd o le delizie gastronomiche, ma la vera meraviglia da scoprire qui è proprio la rinascita di un popolo che inizia a guardarsi intorno, mettersi in discussione… e aprirsi ad un mondo che non vede l’ora di conoscerlo. 



 

IL PRIMO FESTIVAl DI CINEMA IN ARABIA

Si chiama Red Sea International Film Festival e ha già un record significativo: è il primo evento di cinema del Regno. In scena dal 12 al 21 marzo 2020 nella Old Town della città di Jeddah, patrimonio dell’UNESCO nel cuore del Mar Rosso, rappresenta una svolta epocale per l’intera nazione, perché permette di celebrare la cultura e l’arte attraverso voci provenienti da tutto il mondo. È un appuntamento storico, considerato il fatto che la prima sala cinematografia è stata aperta solo a maggio 2018 (dopo 35 anni). L’aria di rinnovamento passa dal filmmaker saudita Mahmoud Sabbagh, presidente del festival a soli 36 anni, pioniere del cinema indie nel Paese ed ex programmatore della sezione documentary del Sundance, la manifestazione di Robert Redford. L’evento è organizzato dalla Red Sea Film Foundation, un’organizzazione culturale no profit presieduta dal Principe Badr Al Saud, ministro della cultura. In programma anche un film antologico, Untitled omnibus feature, diretto da cinque donne registe arabe. La prima regista saudita, Haifaa Al-Mansour, con il film “La bicicletta verde” del 2012 ha in effetti innescato una rivoluzione culturale senza precedenti, di fatto accelerando il cambiamento legislativo che poi ha permesso anche alle ragazze di guidare, prima su due e poi su quattro ruote.




SCRITTURA E DESTINO SONO LA STESSA PAROLA

Una delle figure chiave femminili del cambiamento artistico in Arabia Saudita è italiana, si chiama Anghela Alò ed è la regista dell’evento più spettacolare della stagione culturale della capitale, la Riyadh Season, un tripudio di oltre 100 appuntamenti. A lei è stato affidato lo show conclusivo, il musical Leila, the land of imagination, al King Fahd Stadium, prodotto da Balich Worldwide Show (che si occupa, tra l’altro, delle cerimonie olimpiche). Con una potentissima metafora che racconta il Regno con gli occhi di una bambina, ha di fatto diffuso l’idea che il futuro della nazione sia donna. 

Perché una bimba al centro di tutto?
«La scelta simboleggia la nuova generazione, così come la piccola interprete, figlia di due medici, che studia inglese ad una scuola internazionale e parla anche l’arabo. Inizialmente pensavo a qualcosa di più conservatore, con un protagonista maschio, ma poi ci ho ripensato».

Un rischio?
«Forse, ma ne è valsa la pena, questo nome è arcaico, radicato nella cultura, eppure internazionale, con uno sguardo altrove». 

Davvero in Arabia si può parlare di “terra dell’immaginazione”?
«Immaginalo e rendilo realtà, perché no? L’arte qui lo sta rendendo possibile, con un cambiamento tangibile, perché, come ha detto il Principe, l’Arabia è luogo di sognatori. Pensa a quanto a lungo il popolo ha sognato l’intrattenimento pubblico, la musica nei locali, i diritti delle donne».

E ora?
«Si stanno attuando: ad agosto per la prima volta lo stadio aveva le tribune miste e questo spettacolo non è di rottura, si fa invece portavoce del cambiamento. Non mi è stato imposto alcun limite creativo e sono partita dalle fondamenta della società, la famiglia». 

Un dettaglio che l’ha colpita?
«Qui siamo nel deserto e sulla sabbia si scrive di tutto, un tempo persino le strategie militari. È affascinante: “scrittura” e “destino” sono la stessa parola. D’altronde raccontare una storia è proprio questo, innescare un cambiamento. E quello dello show è fatto di donne che da tutto il mondo si sono unite per testimoniare il salto nel futuro di questa nazione attraverso la cultura».

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