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Noi vinceremo

Marco Omizzolo, oggi Cavaliere al Merito della Repubblica, da anni lotta al fianco di tutte le vittime di caporalato

Ven 28 Feb 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 9

Ha l’aria buona Marco. Di quelli di cui ti puoi fidare. Con il volto incorniciato da una barba folta e quella calma di chi riflette, osserva e memorizza. Eppure quest’uomo, con la sua determinazione, i suoi silenzi, ma anche con le sue parole sempre trasformate in azioni, è riuscito in questi anni ad accendere i fari su una realtà (una delle tante, purtroppo) alla quale si è sempre preferito non guardare e che, anche oggi, la cosiddetta società civile fa fatica a vedere: il caporalato e le agromafie. Lui, forse per primo, ha guardato quegli uomini con il turbante che attraversavano le strade della sua Sabaudia, ha osservato Samir, lo ha aiutato quando lo ha visto cadere dalla bicicletta e poi ha deciso di vivere come loro, sotto padrone, per capire, smascherare, scrivere e provare a cambiare la Storia. Lo conoscono tutti Marco Omizzolo in terra pontina, lo conoscono nella comunità indiana sikh, ma anche all’estero dove spesso viene chiamato per raccontare cosa accade non solo in Italia, perché gli stranieri capiscano che non hanno confini le mafie, che sono in grado di valicarli e di fare affari con chiunque, soprattutto quando non ci si rimette nulla, se non un essere umano. 

Cominciamo dal riconoscimento che hai ricevuto dal Presidente Mattarella a dicembre 2018.
«Sono stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, quale caso significativo di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani. Un riconoscimento fondamentale perché arrivato con un tempismo straordinario: stavo perdendo mio papà e arrivava dopo dieci anni di impegno, di analisi, di lavoro sul campo. Un riconoscimento che ho subito condiviso con i braccianti indiani che hanno fatto questa battaglia con me: è stato un premio collettivo».

Cosa ti ha detto il Presidente? 
«“Il caporalato è un crimine incivile per questo Paese”. Ed io gli ho risposto: “Ma noi siamo più forti, vinceremo”. E lui: “Senza alcun dubbio!”. È stato un riconoscimento importante perché mi ha anche salvaguardato: per prima cosa da quel momento quasi più nessuno nelle Istituzioni può dire che il fenomeno è marginale e inesistente e che è inutile intervenire a livello di inchiesta. Inoltre, dopo quel premio, il livello delle minacce nei miei confronti è diminuito». 

Prova ulteriore che le minacce arrivano se si è soli o isolati...
«Esattamente! Quel premio è una scorta istituzionale. Questura, Prefettura e Forze dell’Ordine sono più attenti. Certo le intimidazioni sono continuate, ma in forma minore. L’estate scorsa alla stazione ferroviaria di Latina hanno scritto nel sottopassaggio che io agisco contro le agromafie per diventare proprietario delle aziende agricole confiscate. Oppure hanno continuato a buttare nel giardino di casa animali morti… ma almeno non ci sono stati più proiettili e macchine distrutte. Diciamo che è un momento di maggiore tranquillità. E nel frattempo continuano le operazioni delle Forze dell’Ordine. I processi sono aperti e gli indiani si sono costituiti parte civile. E il 22 ottobre del 2019 i braccianti indiani pontini sono scesi di nuovo in piazza contro lo sfruttamento insieme ai tre sindacati confederali e a me».

Quindi possiamo dire che qualcosa è cambiato rispetto a pochi anni fa?
«C’è maggiore consapevolezza e partecipazione da parte delle associazioni e dei singoli cittadini e la comunità si sente meno sola. È stato bello ad ottobre vedere tante bandiere e associazioni: c’era anche Amnesty, Libera, gli istituti scolastici… Un mondo vasto e non solo Omizzolo, la Flai Cgil e i lavoratori». 

Come è la situazione retributiva?
«Sicuramente passi in avanti sono stati fatti grazie alla legge 199 del 2016. Ma esiste una diffusa condizione di sfruttamento che coinvolge sempre più, oltre agli indiani, i richiedenti asilo africani, pakistani e bangladesi. Si registra una situazione più articolata e complessa. Chi ha partecipato agli scioperi in genere ha visto migliorare le proprie condizioni di lavoro. Inoltre, non chiamano più padrone il datore di lavoro, richiedono il contratto di lavoro e sanno leggere meglio le buste paga. Nel contempo alcuni di loro sono stati sostituiti da quelli che chiamo “i più fragili tra i fragili”, ossia i richiedenti asilo dentro centri di prima accoglienza malamente gestiti. C’è da applicarsi per una lettura più aggiornata del fenomeno e una radicale riforma del sistema di accoglienza nella direzione di un riconoscimento puntuale del diritto di accoglienza e dei relativi servizi di formazione. Inoltre, la promulgazione del decreto sicurezza uno ha peggiorato la situazione... Amnesty lo ha denunciato in un dossier chiamato “I sommersi dell'accoglienza”, che merita di essere letto e diffuso. Noi lo rileviamo sul campo. La cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari ha messo ai margini per legge dello Stato italiano molte persone che diventano poi preda dei caporali».

E la tua situazione?
«Vivo a Roma ormai perché in provincia di Latina vivo sotto vigilanza da parte delle Forze dell'Ordine e in particolare dei Carabinieri e per questo ringrazio le Forze dell’Ordine, il Prefetto di Latina Trio e la Procura. I Carabinieri sono spesso sotto casa mia quando sono a Sabaudia. Partecipo a poche iniziative in provincia di Latina, perché rischio di peggiorare la mia situazione. Ammetto di sentirmi un po’ un esule o un profugo per sicurezza. Di contro ho un rapporto molto forte coi braccianti indiani e la Cgil. Gli episodi denunciati e la vigilanza mi rendono più sicuro e non mi impediscono di continuare il mio operato, le mie denunce e analisi evolutive del fenomeno».

E all’estero come vanno le cose? 
«All’estero hanno lo stesso problema, anche se esso non si presenta in modo così organizzato e strutturato come in Italia o nell'area del Mediterraneo. Hanno mafie, caporalato e grave sfruttamento lavorativo anche nel nord Europa: Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Germania, Romania, etc. Addirittura alcune aziende agricole in provincia di Latina sono di imprenditori del nord Europa e sono coinvolte in processi per sfruttamento lavorativo. Il fenomeno è diffuso e le agromafie sono nella filiera agro-alimentare europea. Basti pensare che secondo l'Eurispes il business di questo settore criminale annuale è di circa 25 miliardi di euro. Sono una montagna di soldi che servono per finanziare un'economia criminale. Quando vado all’estero sgranano spesso gli occhi: sembra che gli racconti situazioni dell’Ottocento. Ma faccio notare che due alti commissari delle Nazioni Unite hanno riconosciuto in Italia nuove forme di schiavitù, di gravissimo sfruttamento e caporalato e che i dati parlano di un crimine diffuso a livello europeo e addirittura anche negli Stati Uniti».

Avete altre manifestazioni in programma?
«Le manifestazioni restano una prospettiva e una possibilità importante, ma dobbiamo organizzare progetti che permettano a chi vive condizioni di fragilità di divenire informato, autonomo e così capace di emanciparsi da solo e nel contempo con la sua comunità da certe situazioni. Bisogna migliorare le condizioni di questi ragazzi. Vorrei aprire un ufficio con questo spirito a Sabaudia per offrire servizi precisi a chi viene sfruttato: corsi di italiano, consulenza legale ad ampio raggio sul tema cittadinanza, sulle procedure, assistenza sanitaria specifica per le donne, mediatori culturali e corsi di storia e di diritto del lavoro. L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite denuncia anche l’uso di sostanze chimiche illegali e altamente cancerogene nelle campagne italiane comprese quelle pontine, quindi tutto ciò sarebbe da monitorare. Bisogna stare attenti. Il tema della salute pubblica, del lavoro e dell'ambiente sono facce della medesima medaglia e dobbiamo tenere insieme questa complessità per sviluppare l'antivirus migliore contro queste attività criminali. Proprio recentemente in un convegno pubblico organizzato dalle maggiori cariche istituzionali della Provincia di Latina e dalle forze politiche come Fratelli d'Italia e Lega è stato affermato che le agromafie e lo sfruttamento sono marginali e che i casi riscontrati sono solo occasionali. Non possiamo permetterci questo genere di tesi. Si tratta di un pericoloso revisionismo che rallenta la lotta per i diritti di tutti, italiani compresi».

Il 21 marzo, Giornata della Memoria delle vittime innocenti delle mafie, chi ricorderete? 
«Ricorderemo tutti i lavoratori e le lavoratrici morti nella loro attività di denuncia delle agromafie. Anche in provincia di Latina. I morti a causa dello sfruttamento… Solo negli ultimi tre anni in provincia di Latina ci sono stati 13 suicidi. Il primo nome da ricodare è Jerry Masslo, sudafricano a cui questo Paese deve riconoscenza e onore. A Terracina l’estate scorsa si è impiccato un ragazzo indiano e la notizia non ha suscitato alcuna reazione. Sono morti che devono invece pesare su chi ha compiti legislativi e istituzionali. Le loro storie devono diventare patrimonio comune. Perché non accada più».


 

MARCO OMIZZOLO

Sociologo Eurispes, direttore editoriale di ISTISSS Editore e responsabile scientifico dell'ass. In Migrazione, Marco Omizzolo, nato a Sezze nel 1975, scrive per riviste come Libertà Civili, Corrieredellemigrazioni, Il Manifesto, Articolo21, Zeroviolenza e L’Epresso. Ha recentemente pubblicato  “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” (Feltrinelli).

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