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In trincea per amore

Voler bene ad un tossicodipendente vuol dire iniziare una guerra contro un nemico invisibile e potente, la droga. Ne parla nel libro “In trincea per amore” la giornalista Angela Iantosca, direttrice della rivista

Ven 28 Feb 2020 | di Alessandra De Tommasi | Attualità
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Non ci si abitua mai ad una brutta notizia, neppure quando arriva dopo molte altre e sembra sia impossibile sopportarne il peso. Eppure, spalle curve e sguardo stremato, un genitore continua a provarci, soprattutto se è in gioco la salute, anzi la vita del figlio, alle prese con la droga. Spesso non ha voce e si sente solo, a volte pensa di aver fallito come padre o come madre. Il libro “In Trincea per Amore – Storie di famiglie nell’inferno delle droghe”, appena uscito in libreria per Edizioni Paoline, racconta il punto di vista di chi viene logorato dalle sostanze stupefacenti, ma senza averne fatto uso, perché ha un familiare tossicodipendente. Lo ha scritto la direttrice di questa rivista, Angela Iantosca, che da anni ne respira il dolore e la rabbia, ma anche il desiderio di sopravvivenza e la speranza continua.

Il titolo fa venire in mente il detto “In guerra e in amore tutto è lecito”. Com’è nata l’idea di associare questi due concetti?
«È nata ascoltando le storie, ascoltando attentamente le parole usate dai familiari dei tossicodipendenti, che loro malgrado si trovano a fare i conti con un inferno chiamato droga, una malattia che, se davvero la si vuole sconfiggere, prevede l’uso di ogni tipo di arma. “Ho fatto cose che un padre non dovrebbe mai fare pur di salvare mio figlio”, mi ha detto un giorno un papà tra le lacrime, perché quando si prova a salvare un figlio o chiunque abbia intrapreso un percorso di tossicodipendenza si deve prendere coscienza che non si sta agendo contro una persona in condizioni ‘normali’, ma si sta agendo per salvare una persona che è posseduta da qualcosa che gli impedisce anche di sentire le emozioni, di amare davvero una madre, un padre o un figlio, che ‘vive’ in funzione della sostanza, per ottenere la quale è disposta a scendere a qualsiasi tipo di compromesso, arrivando a rubare in casa, a far del male ad una sorella anche solo per ottenere cinque euro… Una guerra che lascia anche feriti e morti lungo il suo percorso, perché se non si interviene in tempo, in modo deciso, ciò che si rischia è proprio la morte».

L’esigenza di mamma Giovanna che le ha chiesto “parla di noi” è diventata un’urgenza, visto i dati legati alla diffusione in Italia. E che non coinvolgono solo chi si droga, ma anche le famiglie. In che misura?
«Un terzo della popolazione italiana dichiara di aver fatto uso almeno una volta nella vita di sostanze stupefacenti. Il 34% degli studenti, 880.000 persone, dichiara lo stesso. L’Italia è prima in Europa per uso di cocaina e terza a livello mondiale, dopo Stati Uniti e Canada, con il quale si contende il secondo posto. Solo nella comunità di San Patrignano dal 1978 ad oggi sono entrati circa 28.000 ragazzi, con una percentuale di successo del 70%. Ma dal 1971 ad oggi sono morti di overdose circa 25.000 persone. Solo nel 2018 sono morte 334 persone per abuso di sostanze. Tutti numeri che ci parlano di chi direttamente è coinvolto da questo dramma, ma che non può non farci pensare alle centinaia di migliaia di persone coinvolte loro malgrado. Senza considerare le conseguenze fisiche, psicologiche dovute all’uso di sostanze sia su chi le usa che sui familiari. In questo percorso che ormai ho cominciato anni fa, infatti, ho incontrato anche tanti familiari che non sono sopravvissuti al dolore, alla paura, alla sofferenza. A loro non si pensa mai. Forse è ora di cominciare: può essere utile per dar voce alla loro sofferenza, ma anche per far capire a chi si trova oggi a fare i conti con questa realtà che ci sono associazioni, persone pronte a tendere una mano. Non solo: credo che allargare il punto di vista, possa servire anche ai giovani per farli riflettere, fermare prima che sia troppo tardi».

In un capitolo lei scrive che “il troppo amore a volte può essere controproducente”. Quindi non sono solo i figli di famiglie disagiate ad essere colpiti da questa malattia, giusto?
«Assolutamente no. La droga è democratica e trasversale. Riguarda tutti. Non si ferma di fronte ai titoli di studio né al benessere. La si trova nelle periferie abbandonate, ma anche nel centro delle città, nei ricchi appartamenti e nelle case occupate. Di conseguenza, ad essere colpite sono tutte le famiglie, come si sente spesso dalle notizie di cronaca. Quando parlo di troppo amore mi riferisco alla tendenza dei genitori a voler proteggere, a voler tenere i figli chiusi in una campana di vetro, alla paura che spesso hanno di perderli, paura che li spinge a non prendere decisioni drastiche che invece potrebbero salvarli davvero… Per questo è fondamentale che anche le famiglie intraprendano dei percorsi per prendere coscienza delle proprie responsabilità rispetto alle dinamiche a volte malate dei figli». 

Molti genitori e familiari si salvano grazie alle associazioni che forniscono loro strumenti e supporto. Ce ne può parlare?
«In Italia ci sono decine di associazioni di genitori che lottano contro le droghe. Associazioni gestite da familiari che hanno vissuto lo stesso dramma, ma anche da ex tossicodipendenti che sanno come agire nel modo migliore quando ci si trova di fronte ad un tossicodipendente. Una quarantina di queste sono legate a San Patrignano, anche se da essa sono indipendenti, nel senso che si ragiona nell'ottica del “cosa è meglio per quel ragazzo”. Le associazioni solitamente si riuniscono più volte a settimana: ci sono incontri per i ragazzi che hanno scelto di entrare in comunità, incontri per genitori con figli in comunità già da tempo e incontri di genitori con figli entrati in comunità da pochissimo tempo. A queste riunioni partecipano anche genitori che hanno risolto il problema della tossicodipendenza e partecipano anche ragazzi che hanno terminato il percorso e sono tornati a vivere. Sono luoghi in cui si parla, ci si confronta, si chiede aiuto, si chiedono consigli su come agire, si danno le chiavi di lettura giuste per interpretare ciò che sta succedendo. Sono luoghi in cui si coltiva la speranza e in cui si prova a trasformare una ferita dolorosissima in una occasione di crescita».

Lei ha attraversato spesso la porta di San Patrignano, che aria si respira?
«Sono entrata la prima volta a marzo 2015 per realizzare un servizio per “La Vita in Diretta” (Rai Uno - ndr). E la mia vita è cambiata. In quel momento sono stata investita da tutte le emozioni di quei 1300 ragazzi in cammino ed è stato impossibile resistere alla necessità di raccontarli. La comunità è un luogo che consiglio a tutti di visitare. È un luogo di abbracci, di fatiche, di riflessioni. Un luogo di lavoro, prima di tutto su di sé. È un luogo in cui si impara tutto di se stessi, perché spesso i ragazzi arrivano lì dopo dieci, quindici anni di tossicodipendenza e di se stessi non sanno più niente o devono ancora scoprire tutto, avendo spesso cominciato da giovanissimi ad usare sostanze. È un luogo in cui le persone non ti lasciano mai solo, in cui tutti ti domandano come stai, in cui chi ti sta al fianco si interessa a te, per guidarti in un cammino che dura dai tre ai quattro anni. Dal 2015 sono stata lì decine di volte, trascorrendo con loro anche Natale e capodanno, ho condiviso decine di pranzi e cene, e splendidi momenti di parole e di silenzio su quella collina... Inoltre dal 2018 faccio parte del progetto di prevenzione della comunità, il WeFree, grazie al quale mi è stato chiesto di trasformare i testi del libro precedente in monologhi teatrali che porto in scena con i ragazzi della comunità». 

Molti genitori nelle storie del libro confessano di aver ignorato i segnali. Come si trova il coraggio di fermarsi e ascoltare davvero?
«È difficile. E l’errore di quasi tutti è la sottovalutazione dei segnali. Molti si convincono che siano momenti di passaggio, che sia l’adolescenza, che i cambi d’umore siano gli ormoni. Quello che si comprende dalle storie raccolte e dalle tante che non sono nel libro è che nessun segnale va sottovalutato, che i cambi d’umore devono essere un campanello d’allarme, che le abitudini alimentari che mutano devono far preoccupare, che le compagnie che si frequentano sono importanti, che una canna può essere il segnale di qualcos’altro. Sarebbe opportuno essere più presenti e assumersi la responsabilità del proprio ruolo, anche quando si pensa sia tardi!».

Andare in associazione non è solo un modo dei genitori di aiutare i figli, ma di capire se stessi. In che modo?
«Mettendosi in discussione, comprendendo quanta responsabilità hanno avuto nelle scelte del figlio, capendo quali sono i propri meccanismi malati, cosa c’è di irrisolto nella propria vita che ha influito sul sistema familiare. Non si parla di colpe, ma responsabilità. Chi fa questo percorso sarà in grado poi di riaccogliere in modo appropriato il figlio. Chi non lo fa, spesso, si trova a far rivivere al ragazzo che esce dinamiche del passato».

A chi consiglia assolutamente la lettura di questo libro?
«Ai genitori. Ai ragazzi perché possano capire cosa possono provocare le loro scelte. A chi desidera mettersi in discussione. A chiunque voglia capire quanto è importante parlare, confrontarsi e non avere paura di mostrarsi per quello che si è. A chi vuole riallacciare relazioni. Agli insegnanti che desiderano intercettare i segnali che arrivano dai propri alunni».

Come si riallaccia questo libro ai suoi precedenti? 
«Voler dar voce a chi non ce l’ha: questo è il filo conduttore dei miei libri. Ho cominciato occupandomi di donne di ’ndrangheta e poi dei bambini che nascono in quei contesti criminali e poi di un uomo nato nel corpo sbagliato e che ha avuto la forza di dire al mondo che la sua vera natura era di donna. E poi di ex tossicodipendenti e ora di genitori. C’è una frase sulle magliette del “WeFree” che mi piace molto: “Chi sei?”. “Sono proprio io!”. Ecco, questo è quello che voglio fare con i miei libri: fare in modo che le persone arrivino a riconoscere chi sono e abbiano la forza di dirlo a tutti, senza paura. È la cosa più difficile che ci sia, anche se dovrebbe essere la più semplice… essere se stessi!».
 


STORIE DI VITA

Angela Iantosca, classe ’78, è una giornalista e scrittrice che si occupa da vent’anni di temi sociali e cultura. Direttore artistico del neonato Festival InDipendenze, è direttore del mensile Acqua & Sapone dal 2017. Ha pubblicato “Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile” (Rubbettino 2013), “Bambini a metà – I figli della ‘ndrangheta” (Perrone 2015), “Voce del Verbo corrompere” (Bulgarini 2017), “La Vittoria che nessuno sa – storia di una donna nata nel corpo sbagliato” (Sperling&Kupfer 2017), “Una sottile linea bianca - dalle piazze di spaccio alla comunità di San Patrignano” (Perrone 2018). Dal 2018 è inserita nel progetto “WeFree” della comunità di San Patrignano (progetto di prevenzione alle tossicodipendenze) con il quale, insieme alla comunità, porta in scena i monologhi teatrali tratti da “Una sottile linea bianca”. Ambasciatrice del Telefono Rosa, finalista del Piersanti Mattarella 2016 e vincitrice del Premio Speciale Memoria nel Cuore, a gennaio è tornata in libreria con “In Trincea per Amore – Storie di famiglie nell’inferno delle droghe” (Paoline).

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