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Violenza assis­­tita

Pochi fondi, numeri alti. È emergenza per i figli delle donne vittime di violenza

Ven 28 Feb 2020 | di Speciale di Emanuele Tirelli | Attualità
Foto di 8

Dal procuratore generale della Corte Suprema di Cassazione arriva il dato dei femminicidi per il 2019: 103, meno dell’anno precedente, quando se ne sono contati 135. Il calo però di tutti gli omicidi è generale, quindi i femminicidi aumentano in percentuale. Gli ultimi numeri dell’Istat riferiscono invece che, nel 2017, 44mila donne hanno chiesto aiuto ai centri antiviolenza. Una vittima su quattro viene uccisa da una persona che conosce. Tre su quattro, in casa. Le donne che hanno iniziato un percorso per liberarsi delle violenze domestiche nel 63,7% dei casi hanno figli: quasi sempre sono minorenni. Poi ci sono i dati di Save the Children. L’ultimo report dedicato parla di 427mila minori che in cinque anni sono stati vittime dirette o indirette di violenza domestica in Italia.

LA VIOLENZA: DIRETTA O INDIRETTA
«Il minore la subisce sempre - dice Samantha Tedesco, responsabile advocacy di SOS Villaggi dei Bambini -. Può essere diretta: fisica o psicologica. Può essere indiretta: il figlio vede o percepisce. Ne soffre comunque, proprio perché si trova in famiglia, in un periodo di crescita, e perché i soggetti coinvolti sono quelli a cui sa di dover volere bene, sa di doversi affidare a loro. Si parla di violenza anche quando nessuno dei due genitori può occuparsi del figlio, quindi indipendentemente dall’età».

I FONDI: LO STATO E' IN RITARDO
Il problema è di doppia natura. Per un verso, riguarda quelli per gli orfani di femminicidio: dopo la morte di un genitore e la carcerazione dell’altro, i bambini vengono affidati quasi sempre ai nonni. Oltre alla difficoltà emotiva, c’è anche quella economica. Il Governo è in ritardo con l’erogazione delle somme previste e alla fine del 2019 ha promesso che avrebbe provveduto nei primi mesi del nuovo anno. Un altro verso riguarda i centri antiviolenza. Troppo pochi. Il punto di riferimento è la Convenzione di Istanbul, che ne prevede 1 ogni 10mila residenti. Per lo stesso numero di abitanti in Italia ce n’è 0,05 (sono 281 in tutto).

1522: MULTILINGUE E GRATUITO
È necessario rivolgersi alle forze dell’ordine o ai Servizi Sociali. O chiamare il 1522, numero attivo h24, multilingue e gratuito. Poi interviene il Tribunale per i minori. Oppure si può chiedere aiuto direttamente alle strutture d’accoglienza, che si occuperanno dell’iter necessario. «Tutto avviene in modo abbastanza rapido - sottolinea Tedesco -. Ci sono anche tante ragazze che decidono di denunciare: più dei ragazzi, e di solito tra i 12 e i 15 anni. Sono esasperate da una situazione in cui vedono la propria madre incapace di sottrarsi alla violenza. Il minore non viene mai esposto direttamente a nessun tipo di rischio. Cerchiamo anche di preservare rapporti e abitudini con luoghi, amici e parenti. Dovrebbe essere l’agente maltrattante ad essere allontanato, immediatamente. Non accade sempre e a volte c’è bisogno di un trasferimento del nucleo familiare. Spingiamo, però, affinché la rete di affetti continui a esistere, sia all’esterno che all’interno delle nostre strutture. La permanenza nella Comunità dura due anni: mentre la famiglia viene rimessa in sesto, l’iter giudiziario si conclude con l’allontanamento dell’uomo».

AZIONE EDUCATIVA
«Abbiamo degli interventi specifici sui ragazzi e sull’educazione all’affettività. È un lavoro di prevenzione, che consente di supportare la madre incapace di tutelare il nucleo - continua Tedesco -. Ma è anche un’azione culturale, per imparare fin da piccoli che la violenza non è possibile in nessuna circostanza. Sarebbe molto utile se tutto questo avvenisse sistematicamente nelle scuole. La percezione è che una fetta importante di persone tolleri la violenza entro certi limiti». 



 

Effetti... collaterali

Le conseguenze negative sulla crescita dei bimbi che assistono a scene violente

A volte, si tratta di esplosioni di violenza improvvise. Altre, di circostanze prevedibili, che conducono a una serie di comportanti volti a evitare la deflagrazione dell’ira. In ogni caso, i figli che vivono in un ambiente di violenza familiare subiscono uno stress costante. «È un livello di attivazione fisica, cognitiva ed emotiva molto alto, perché molto alto è il pericolo che lo scoppio arrivi da un momento all’altro», dice Marta Mogicato, psicoterapeuta di SOS Villaggi dei Bambini.

Come si comportano?
«Non c’è spontaneità, non c’è naturalezza, ma un’attenzione rivolta al genitore maltrattante e a quello maltrattato. Questa centratura verso l’altro non permette di guardarsi dentro, di capire cosa vogliono, quali sono le loro emozioni, i loro desideri di sviluppo personale. E questa grande tensione può portare a diversi disturbi psico-patologici, come quelli dell’ansia, a incubi notturni o a disturbi del comportamento alimentare, ma anche alla somatizzazione, ai disturbi dell’umore, alla depressione e alle difficoltà nella gestione delle emozioni. Credo che la cosa più pericolosa sia la costruzione di una certa idea di relazioni. Nel sistema familiare ci formiamo un’idea, anche stereotipata, prototipica, di quale sia il ruolo dei genitori e di quali siano le interazioni di coppia e genitoriali nei confronti dei figli. Loro hanno invece un modello violento, dove ci sono un persecutore e un perseguitato: il rischio è che si identifichino in una di queste polarità, con una ricaduta anche sulla scelta del proprio partner. Se la catena non viene interrotta, se non c’è un lavoro di consapevolezza, il fenomeno della violenza domestica si perpetua di generazione in generazione».

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate con i minori accolti nelle vostre strutture?
«Sicuramente quella di farli riappropriare della dimensione della fanciullezza. Fanno fatica a togliersi l’abito di adulto. Hanno costruito un sistema proprio, hanno sviluppato delle capacità maggiori rispetto alla loro età, che non sono sane. Lavoriamo anche sul senso di colpa, che spesso sviluppano quando non sono riusciti a proteggere il genitore maltrattato, i fratelli e le sorelle. Quando però riescono a respirare un’aria diversa, a vivere un contesto di serenità, a dire delle cose e a capire che non ci saranno conseguenze catastrofiche, allora sentono un grande senso di liberazione. E questo è un po’ l’inizio della rinascita».

Esistono dei campanelli d’allarme da percepire a scuola? 
«Notare delle grandi anomalie. Per esempio, quando qualcuno perde il controllo improvvisamente in maniera non coerente con quello che di solito è il suo modo di relazionarsi agli altri. Oppure, all’estremo opposto, si può trattare di bambini e di ragazzi invisibili, che non creano mai problemi: a casa si sono abituati a essere ubbidienti per non far scattare l’ira e la violenza. Un bambino sano, magari, si comporta generalmente bene e sa stare alle regole, ma ogni tanto ha anche qualche intemperanza, dice qualcosa che non è esattamente ciò che l’adulto si aspetta in quel momento. Essere sempre così estremamente adeguati e avere una grande paura di portare a casa una nota o un brutto voto, può essere un segnale. Sono bambini e ragazzi che, crescendo, rischiano di avere delle personalità passive».



 

SOS Villaggi dei Bambini 

Trentatré donne con i loro figli in una rete di alloggi, per un totale di novanta persone l’anno. È il progetto “Mamma e bambino di SOS Villaggi dei Bambini”, che accoglie anche le gestanti nel periodo della gravidanza e durante i primi anni del figlio. La Casa SOS per le donne vittime di violenza, e per i loro figli, risolve il problema dell’alloggio e dell’indipendenza economica, insieme all’assistenza psicologica, legale e sanitaria. Poi ci sono gli Appartamenti per l’autonomia, all’esterno del Villaggio, per recuperare il rapporto madre-figli e iniziare a essere indipendenti dal punto di vista lavorativo. 


 

CHIEDETE AIUTO 

Botte in casa per lei e per sua madre, poi la denuncia. La vita impossibile di Nina dai nove ai quindici anni

Nina mi trasmette serenità, mi parla di una vita nuova, di una rinascita. Ma anche di anni difficili, con le botte in casa per sua madre e per lei; con la paura di non arrivare al giorno dopo. 
Nina è nata in Serbia nel 1996. I suoi genitori si sono separati quando aveva due anni e sua madre si è trasferita nel nord-est d’Italia nel 1999, con un nuovo compagno con il quale ha avuto due figli. Nina l’ha raggiunta quando aveva nove anni: un anno prima che nascesse sua sorella.

Quando è iniziato tutto?
«Due mesi dopo il mio trasferimento, mi ha aggredita verbalmente perché avevo parlato con il padre di un amico di mio fratello. Quando sono tornata a casa l’ho detto a mia madre e lui mi ha picchiata talmente forte da distruggermi il naso e la bocca. Una volta, una delle tante, ho visto mia madre volare dalla cucina. Ho accompagnato mio fratello in camera da letto, mentre lui la stava trascinando per i capelli verso il balcone. Ho minacciato di chiamare la polizia per farlo smettere. Lui mi ha spinta via, ha preso a calci e pugni mia madre e ha spaccato il telefono».

Come vivevate questa situazione?
«Non sapevamo mai con quale stato d’animo sarebbe rientrato a casa. Non guardavo a me stessa, ma volevo impedire che le botte arrivassero a mia madre e ai miei fratelli, sui quali esercitava violenza psicologica. Sentivo un forte senso di responsabilità, anche perché mia madre era impotente, annientata».

Ne avete parlato con qualcuno?
«Non durante quegli anni. C’era pure un senso di vergogna, soprattutto da parte di mia madre: non voleva che la gente sapesse della nostra infelicità. Pensavo anche che dovesse essere lei a prendere una decisione così forte per la nostra vita. Dove saremmo andati, cosa avremmo fatto? A mia madre era vietato lavorare, quindi come ci saremmo mantenuti?».

Poi siete scappati.
«Alla fine del 2010, una sera, lui è rientrato a casa molto arrabbiato. Non beveva, non faceva uso di droghe, ma aveva iniziato a giocare alle slot machine e quella volta aveva perso molto. Ha preso il bancomat e un orologio di mia madre ed è uscito. Abbiamo pensato che quella sera ci avrebbe uccisi, così abbiamo raccolto qualche vestito, un po’ di oro e soli dieci euro in contanti, e siamo andati via, tutti e cinque, veloci, perché lui era in un bar di fronte casa. Abbiamo dormito nell’auto, in un parcheggio, e la mattina dopo abbiamo venduto l’oro per poter raggiungere la Serbia».

Ma?
«Lui ha convinto mia madre a tornare. Dopo qualche mese, ha avuto un attacco epilettico e noi abbiamo deciso di salvargli la vita chiamando il 118. Gli è stato diagnosticato un tumore al cervello, che però si era formato in pochissimo tempo e che non era responsabile di tutto quello che lui ci aveva fatto. Quando è tornato a casa, ha ripreso a picchiarci. Poi, un pomeriggio, mia madre mi ha chiesto come al solito di portare i miei fratelli al parco: ci avrebbe raggiunti dopo. Il suo compagno ha cercato di buttarla giù dal balcone, ma lei è riuscita a scappare, è venuta a prenderci e siamo andati dai Carabinieri. Dopo la denuncia, ci hanno portati in una comunità e poi in una casa di SOS Villaggi dei Bambini. Avevo quindici anni».

Cosa è cambiato?
«Siamo sempre stati positivi e il sostegno di educatori e psicologi ci ha mostrato la possibilità di una vita normale. Quando sei abituato a certe situazioni, la serenità e la felicità, per quanto ricercate, sono cose strane. Per noi è stata una rinascita. A volte, quando ne parliamo, ci sembra la vita di qualcun altro. Siamo stati ospiti della Comunità e i nostri parenti ci hanno aiutato economicamente dalla Serbia, ma mia madre ha iniziato a lavorare fin da subito». 

Che conseguenze ci sono state e ci sono nella tua vita?
«Ci sono strascichi dal punto di vista relazionale, nel senso che faccio fatica a far entrare qualcuno nei miei spazi. Non è mancanza di fiducia, però mi sono sentita prigioniera per tanti anni».

Quanto è stato importante parlarne con qualcuno?
«Essenziale. La prima volta che l’ho detto a due mie amiche, poco prima di andare via, è stato come togliermi un grande macigno di dosso. Se mia madre ne avesse parlato con qualcuno, magari, nel tempo, sarebbe stata condotta a una decisione. O magari qualcuno avrebbe fatto qualcosa risparmiandoci molta sofferenza. Anche condividerlo lì al Centro è stato importante. Ti fa sentire meno solo. Ti fa capire che puoi farcela e che puoi avere una vita felice».

È anche per questo che hai scelto di raccontare la tua storia?
«Ho portato la mia testimonianza pure ad alcuni studenti delle scuole superiori. È liberatorio per me, ma lo faccio perché sono sicura che tra le persone a cui ne parlo ce n’è qualcuna che ha bisogno di sentirsi dire che può farcela a chiedere aiuto. Basta il primo passo: denunciare. Oppure, se sono ragazzini, riferirlo a un adulto, come un professore, che possa fare qualcosa».

Quali conseguenze ci sono state per lui?
«È stato condannato a sei anni e dieci mesi. Prima in carcere, poi ai domiciliari per le sue condizioni di salute. È scappato in Serbia ed è stato arrestato di nuovo al confine con la Svizzera, mentre stava provando a rientrare in Italia».

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