acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Nada Malanima: il piacere di essere libera

C'era una volta la bambina che vinse Sanremo con “Il cuore è uno zingaro”...

Gio 08 Ott 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 3

Nada Malanima, una donna emozionante e potente come la sua voce. Vinse, minorenne, Sanremo, facendo innamorare tutta l’Italia, bella e dolcissima quando spaurita e in lacrime celebrava il suo trionfo, decisa e grintosa mentre cantava. Ora è completamente diversa, ma quelle sue doti fondamentali - sensibilità, bellezza, intelligenza, grinta - son rimaste. Ha cambiato musica, senza rinnegarsi, sapendo guardare avanti, diventando autrice, cantautrice di se stessa. Una punk, nell’anima e pure in alcuni suoi look che riscopriamo nel bellissimo documentario “Il mio cuore umano”, di Costanza Quatriglio. Un film nel quale si racconta com’è, senza nostalgie, riprendendo le fila del suo libro autobiografico omonimo, mostrandoci cos’è diventata, cosa pensa, aprendoci quel “cuore umano” che ci fa commuovere mentre sbuccia una mela al marito, parla della madre, racconta la sua musica. E ci fa vibrare sentendola cantare, nei vecchi filmati (con tanto di interviste del mitico Sandro Ciotti, di Arbore e Mollica giovanissimi, di un Claudio Lippi d’epoca), ma soprattutto in quelli recenti.

Nada, lei odia nostalgia e celebrazioni. E ora è protagonista di un documentario?
«Quando Costanza mi ha parlato di questa idea rimasi perplessa. Di solito il documentario è qualcosa di autocelebrativo, da fine carriera. E poi non amo parlare del mio passato, soprattutto quello lavorativo: io sono sempre e inevitabilmente proiettata in avanti. Avevo detto di no, anche se l’incontro con lei mi aveva colpito. Era impazzita per il mio libro, non era un interesse superficiale, ma vero, riflessivo e profondo. E quel volume parlava di una parte della mia vita precedente alla fama, la mia vita di Gabbro, la mia storia vera, quello che sono. Lei voleva raccontare una persona umana che ha avuto la fortuna e il destino di fare un lavoro particolare».

Un amore a prima vista.
«Parlando con lei sentivo tutto così vero, era come farlo con un’amica, una sorella. Capiva la mia storia, tutto quello che mi era successo, cosa sono diventata. Intuiva la mia vita intima, i miei sentimenti, le svolte che mi hanno segnato. Per questo mi sono lasciata guidare da lei, dalla sua delicatezza, pulizia, profondità. Doti preziose, soprattutto al giorno d’oggi, perché nel mio ambiente e nel mio lavoro è molto difficile trovarle».

Nel film la vediamo sempre diversa: fidanzatina d’Italia, lolita, capelli lisci, ricci, anni ’80. Nada è una, nessuna e centomila?
«In qualche modo sì, e soprattutto ho avuto una lunga carriera ed è normale che sia cambiata e abbia sempre cercato qualcosa di nuovo. Non faccio fatica a confessarlo: quando iniziai, ero troppo piccola per quel mondo, io volevo cantare ma non essere famosa, fu mia madre a spingermi, a portarmi a Roma. Ce l’ho avuta con lei per molto tempo, per avermi strappato da Gabbro. E quando ho capito, anni dopo, quando vita e carriera erano nelle mie mani, che comunque mi aveva dato qualcosa d’importante, fu lei a cominciare a pensare d’avere sbagliato».

Un messaggio forte in un tempo di veline o giovani pronte a tutto per il famoso quarto d’ora di fama.
«Non rinnego né mi vergogno del mio passato, anzi. Ho fatto sacrifici, lavorato tanto. Però Sanremo e quello che venne dopo lo vissi con inconsapevolezza, avevo 15 anni. L’amore per la professione è arrivato dopo. Ho rinunciato alla facile notorietà per diventare me stessa, fare la mia musica. E ora ho la fortuna di non dover frequentare i salotti buoni della musica o sottostare ai dettami delle major. Certo, pensando alla tua domanda, non posso fare a meno di pensare che ai miei tempi per diventare un caso nazionale dovevi comunque essere brava, avere talento. Ora, invece, non è così».

Nada Malanima, un’indipendente dura e pura.

«(Ride - ndr). Io posso ritirarmi nella mia splendida casa in Maremma, isolata dal mondo e in cui trovo l’ispirazione guardando lo splendido paesaggio circostante (è un’area protetta - ndr). Lì c’è anche un piccolo studio, una sala in cui suono e faccio le prime incisioni, lì nascono le mie canzoni, lì le sente per la prima volta il mio giudice più severo, mio marito. E, non avendo la brama di esserci a tutti i costi, di apparire, faccio uscire un album solo quando ne sento la necessità. E mi scelgo i produttori di volta in volta, perché devono crederci nel progetto, come e più di me».

Al suo concerto, in platea, c’era anche un Pippo Delbono entusiasta. Tra forze della natura, lui lo è del teatro, ci si intende?
«Mi ha fatto molto piacere, so che aveva provato tutto il giorno, era stanchissimo. E mi ha detto una cosa bellissima alla fine: “Sai? Ero arrivato qua curioso ma stanchissimo, chiedendomi se avrei resistito. Mi hai dato una carica che non dormirò per tutta la notte”. Il giorno dopo sono andato a vederlo nel suo “Racconti di giugno”. Sono rimasta senza fiato: è straordinario. Lui è un’altra persona con cui ci siamo capiti al volo, non so come, ma sarebbe bello lavorare insieme».

Ultima curiosità: le piace il cinema?
«Certo, quello di Bergman e Kubrick in particolare, ma anche quello che indaga la realtà e l’umano come questo film di Costanza Quatriglio. Mi piace chi non si cristallizza, come avviene a molti artisti della mia generazione. Io invece, con gli anni, divento sempre più underground e mi trovo bene con le band di giovanissimi e, se posso, aiuto gli esordienti bravi cantando le loro canzoni».       


Condividi su: