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Cate Blanchett: Gli altri siamo noi

Sguardo glaciale, figura eterea e grinta felina: il Premio Oscar Cate Blanchett non abbraccia le sfide, se le va direttamente a cercare, come la serie “Stateless” di Netflix, sui centri di detenzione degli immigrati in Australia

Lun 30 Mar 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Cate Blanchett non è una che resta a guardare. La si potrebbe chiamare una “donna d’azione”, anche perché non chiacchiera molto, anzi passa direttamente ai fatti. Questo doppio Premio Oscar, prossimo presidente di giuria alla Mostra del cinema di Venezia (ha ricoperto lo stesso ruolo a Cannes lo scorso anno), ha letteralmente stregato la Berlinale con l’anteprima mondiale del suo nuovo progetto. Si chiama “Stateless”, una serie che ha scritto, prodotto e interpretato con il marito e che presto vedremo su Netflix. La storia dei protagonisti si svolge in un centro di detenzione per immigrati in Australia, sua terra natale. Il messaggio sembra forte e chiaro: gli altri siamo noi. Dietro quel filo spinato non ci finiscono criminali, ma esseri umani in cerca di asilo, ma ci restano a tempo indeterminato, come la dignità potesse essere messa in stand by assieme alla cittadinanza.

Sembra che molte cose la facciano arrabbiare di questi tempi.
«È così, vedo le nuove generazioni alle mercé di regimi corrotti dal potere e mi chiedo dove sia la democrazia. Ma sono anche orgogliosa di questi giovani che scendono in piazza e lontano per non perdere la speranza. Il cinema e la tv amplificano questo messaggio e combattono al loro fianco questa ingiustizia».

È questo che l’ha spinta a creare “Stateless”?
«Tutto è cominciato nel 2014 quando ho iniziato a lavorare con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Lo scopo era proprio di eliminare il concetto di “stateless” ossia di persone senza cittadinanza, gli apolidi. Di fatto diventano invisibili, non possono crearsi un futuro, non hanno accessi a viaggi, all’istruzione e all’assistenza sanitaria».

Ha fisicamente visitato dei campi?
«Sì e ho capito che tutti lì si sentono “non visti”, ecco com’è nata l’idea della serie, elevando il titolo a poesia. Purtroppo è un problema globale che coinvolge milioni di persone, costrette in condizioni disumane di cui non si parla mai, per cui non ricevono nemmeno la dignità e il decoro di sentirsi parte di una conversazione sociale, totalmente senza identità».

Come ha sviluppato l’idea?
«Seguendo quattro persone molto diverse tra loro da un punto di vista culturale ed economico, che finiscono nel deserto australiano in un cento di detenzione, un’immagine forte di un luogo dove si finisce alla ricerca della propria identità».

È uno specchio sul mondo di oggi?
«A me sembra che il mondo oggi sia peggiorato e la gente ha un disperato bisogno di parlare di queste tragedie, altrimenti dove finisce la nostra umanità? Sono situazioni delicate ma hanno bisogno di una risposta. La serie non punta il dito, ma offre punti di vista diversi, da quello del rifugiato a quello della guardia, analizzando il sistema giudiziario da varie angolazioni».

Il pericolo che si corre?
«Che questi argomenti vengano velocemente politicizzati. È la democrazia, bellezza, e diventano spesso polarizzati sui social media, ad esempio, finendo per diventare meri slogan. Prendiamo la rivoluzione femminista degli Anni Sessanta: le donne all’epoca hanno creato dibattici pubblici per trovare un modo di convivere, dobbiamo fare qualcosa di simili».

Perché è importante che sia l’industria dell’intrattenimento ad occuparsene?
«Il potere di un’immagine parla alla nostra società con una forza maggiore, non descrive l’atrocità ma la fa vedere».

Che tutto ciò avvenga nella sua terra natale la intristisce?
«Per tradizione l’Australia è colonia, terra d’accoglienza dove molte culture coesistono. Questa eredità ci ha migliorati, ci ha arricchito e cambiato. Siamo tutti umani o almeno lo eravamo. Quindi, come ho letto sul Guardian, il trauma non è solo di chi viene criminalizzato mentre chiede asilo ma anche di chi lo rinchiude, è un dolore collettivo e non possiamo ignorarlo».

Gli stateless sono appunto persone senza stato, outsider in qualunque situazione. Lei si è mai sentita così? 
«Costantemente: guardo la mia vita come un fotografo che è al tempo stesso fuori e dentro la scena che fotografa o un attore su un palco. Per non parlare poi della sindrome da impostora che ho avuto per tutta la vita. Insomma questo per dire che l’arte è pericolosa, offre una prospettiva disarmante che ci accusano essere “liberale”, come se nel termine ci fosse qualcosa di male».

C’è un’esperienza che l’ha particolarmente segnata?
«L’esperienza in Giordania e Libano con i bambini. Li ho visti nei posti più disperati ma nei loro occhi e in quelli degli altri rifugiati mi ha colpito la dignità, pur nelle condizioni disumane in cui vivevano. Ecco dove ho trovato io stesso la speranza, che poi si è galvanizzata e mi ha portato all’azione. È come il gas della nostra macchina, bisogna agire».
 


CINQUANTENNE ETEREA

Catherine Elise Blanchett è attrice e ora produttrice australiana. Il 14 maggio scorso ha compiuto 50 anni, continuando ad inanellare successi professionali, due Premi Oscar inclusi (uno per “The Aviator” e uno per “Blue Jasmine”). Ha presentato in anteprima mondiale a Berlinale Series e Berlinale Talents, al Festival di Berlino 2020, la serie “Stateless” (presto su Netflix), che ha scritto, prodotto, creato e interpretato con il marito sceneggiatore Andrew Upton, con cui è sposata dal 1997 e con cui ha tre figli naturali (Dashiell, Roman e Ignatius) e una adottiva, Edith. L’idea di raccontare i centri di detenzione per immigrati in Australia è nata dal lavoro con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Si tratta di una delle tante iniziative umanitarie di cui l’attrice e filantropa si occupa. Papà francese, mamma inglese: ha esordito a teatro dopo gli studi in arte drammatica per poi arrivare al cinema. Dalla saga de “Il signore degli Anelli” a “Elizabeth: The Golden Age”, ha diversificato i ruoli interpretando anche Bob Dylan in “Io non sono qui”, per cui ha vinto la Coppa Volpi alla Biennale. Dalla matrigna di Cenerentola alla ladra di “Ocean’s” 8, sa essere ipnotica e versatile, eterea e letale.

 


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