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Elio Germano, divo ribelle

Riservato, schivo anzi quasi ermetico: Elio Germano è sempre in fibrillazione quando parla di sé. Lascia sempre che siano i progetti a diventare protagonisti e mai lui. Anche quando trionfa ad uno dei festival di cinema più importanti al mondo

Lun 30 Mar 2020 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
Foto di 9

Lo sguardo di Elio Germano vaga per la stanza, come se fosse sempre assorbito da altri pensieri e la mente vagasse altrove. Tutto, insomma, pur di non trovarsi sotto i riflettori, quelli dei fotografi o quelli dei giornalisti. Succede ogni volta, anche quando la stampa è tutta dalla sua parte e quasi lo porta in trionfo all’incontro alla Berlinale, alla vigilia della vittoria. Niente da fare, lui non cede alle lusinghe e neppure alla pressione. Se può, tace. Così di fatto l’incontro con le testate italiane in Germania è costellato di silenzi, lunghe pause di riflessione, dettagli tecnici e sguardi sempre più intensi, per non dire intimidatori. È solo scena la sua, perché in fondo fa parte della categoria degli “attori impegnati”, anche se rifugge quest’etichetta. Per Germano il mestiere della recitazione non va profanato e contaminato con la mondanità, il glamour e – per carità! – le notizie sul privato. Si parla solo e strettamente dei due ultimi ruoli in Volevo Nascondermi e Favolacce.


Partiamo dal pittore Antonio Ligabue a cui presta il volto in Volevo nascondermi. Dubbi prima di accettare la parte?
«Non l’avrei potuto fare senza tutto il lavoro prostetico che c’è stato a monte. Il nostro dipartimento italiano è un’eccellenza nel campo, anche se ancora in fase di sperimentazione. Per me ha comportato 3-4 ore di trucco al giorno, un certo sacrificio senza il quale non sarebbe stato possibile dar vita a questa trasformazione». 

Ci spieghi meglio.
«Non volevo fare il rachitico o il matto ma con una struttura prostetica mi sono sentito liberò di vivere l’umanità di Ligabue con un certo distacco. Ho puntato sul lavoro interpretativo per non raccontare o recitare la sua deformità. E ho detto altri attori sul set: “Non vedetelo come protagonista, lui era considerato uno scarto da chi se lo prendeva a casa”. Il pittore è stato l’ultima comparsa nella vita delle persone attorno a lui».

I suoi quadri sono in effetti l’espressione più vera di quello che sente e vive, giusto?
«Il territorio è sempre presente nei dipinti, dalle piante sul Po dove viveva alla vegetazione delle zone circostanti, che a lui sembrava quasi una giungla, nella battaglia con i suoi animali esotici, quelli interiori, in mondi che non conosceva. E a questo mescolava i monti della sua infanzia mettendo nei lavori un triplice livello di lettura, con un senso di appartenenza legato ai ricordi. Era questo il suo modo di raccontarlo».

Artista contemporaneo eppure reietto e deriso. Da quali materiali ha attinto per la preparazione?
«Ho fatto una ricerca enorme partendo dalle interviste di chi lo conosceva e ho rivisto i pochi video delle sue dichiarazioni su internet. Ho scoperto invece un’aneddotica straripante con storie al limite del verosimile». 

Intimidito?
«No, il mio è stato un approccio umile, non volevo tirare il personaggio per i capelli, anche perché già ne aveva pochi. La fascinazione che ha esercitato su di me mi ha fatto sentire piccolo e mi ha portato a fare un passo indietro, cercando di capire come l’invocazione di spiriti e folletti ad esempio lo aiutasse a sconfiggere i demoni interiori. Usava amuleti e scaramanzie e io ho cercato di assecondare la storia accettandone l’imprevedibilità».

In che modo?
«Il mio non è un ritratto pietistico, ho voluto restituire a Ligabue tutta la sua ricchezza espressiva e nella sua estremizzazione un po’ ci somiglia. È in fondo la parte più fragile di noi che diventa dignità, ne fai la tua chiave d’esistenza. E a pensarci bene, i ricchi e potenti della sua epoca chi se li ricorda più?».

L’attore Flavio Bucci che l’ha interpretato in tv è venuto a mancare proprio negli stessi giorni dell’arrivo al cinema del film, una triste coincidenza. Ha visto il suo lavoro prima delle riprese?
«No, non ho guardato nulla, neppure gli spettacoli teatrali su Ligabue. Mi sono affidato solo alle testimonianze di prima mano, anche se poi ho scoperto che a volte la gente ci raccontava storie che in realtà erano prese dallo sceneggiato. Bucci ha mostrato la fragilità al servizio degli altri ma mi ferisce che sia ricordato solo per questo ruolo. Non lo schiacciamo in   una parte sola, è una cosa che gli attori non sopportano».

Insomma ha fatto un po’ l’investigatore, giusto?
«O il giornalista che deve separare le fake news dalle notizie vere. Un video di Ligabue di dieci minuti mi ha davvero svoltato il lavoro e aiutato moltissimo, ho cercato di assorbirne l’essenza come una spugna».

Cos’ha capito di questo pittore?
«Lui voleva solo poter essere se stesso e io mi sono impegnato a restituirgli la dignità che merita, senza compromessi. Ligabue non ha neppure cambiato il modo di dipingere per accontentare il pubblico e io ho dimenticato la recitazione e mi ci sono immerso. Ma non saprei commentare il risultato: commedia o tragedia dipende da quanto vicino o lontano tu sia ad un soggetto».

Dopo Ligabue, diventa il padre di una famiglia di periferia in “Favolacce”, un altro film che ha vinto a Berlino, stavolta come migliore sceneggiatura. Il tono rispetto a “Volevo nascondermi” è totalmente diverso.
«Sì, in “Volevo nascondermi” sono un personaggio mostruoso con un’anima delicata, qui ho un’esteriorità piacente che nasconde qualcosa di mostruoso. Mi sembra una potente metafora per riflettere sull’esistenza e quello che vediamo fuori dalla finestra».               

 


IL GOLDEN BOY DEL CINEMA ITALIANO

Il romano Elio Germano, che il 25 settembre compie 40 anni, ha appena conquistato la Berlinale – dopo la vittoria al Festival di Cannes - vincendo l’Orso d’argento come migliore attore per la performance in “Volevo nascondermi”, biopic sul pittore Antonio Ligabue. Alla manifestazione ha anche partecipato con un altro film in concorso, “Favolacce”, che dovrebbe uscire il 16 aprile. Enfant prodige, ha iniziato da bambino con le pubblicità per continuare con la recitazione durante il liceo e poi fondare anche un gruppo rap, le Bestierare. Con “Il cielo in una stanza” debutta al cinema e da allora non si è più fermato, ha collezionato ruoli cult da “Il giovane favoloso”, biopic su Giacomo Leopardi, e “Magnifica presenza” di Ferzan Ozpetek. Dai Nastri d’argento ai David di Donatello, ha collezionato ogni genere di riconoscimento, rendendolo uno degli attori più amati da critica e pubblico. Riservatissimo, si sa pochissimo della sua vita privata, anche se si vocifera che abbia due figli.

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