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Il mare rende liberi

“Touroperator”: una mostra con i resti di quel 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa

Lun 30 Mar 2020 | di Emanuele Tirelli | Attualità
Foto di 12

Il 3 ottobre è una data simbolica, è la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza. E cade proprio nel giorno in cui, nel 2013, 368 bambini, donne e uomini hanno perso la vita a largo di Lampedusa. È questo il principio di “Touroperator”, la mostra che Massimo Sansavini ha realizzato con i resti degli scafi e con quello che gli scafi contenevano. Tutto il materiale che ha recuperato era sotto sequestro nel “Cimitero delle barche” dell’isola siciliana, all’interno dell’ex base militare americana Loran. 

Perché si è interessato a questi resti?
«Ho iniziato a interessarmi del fenomeno dell’immigrazione, degli sbarchi, delle morti, ma soprattutto delle vite. E ho cercato di capire come l’arte contemporanea potesse dare un aiuto alla comunicazione di queste vicende, al di là delle notizie fornite dai mezzi d’informazione. Quelle barche sono in un luogo chiuso, sotto sequestro, in attesa della fine dei processi. Poi vengono distrutte. Se le avessero lasciate nel porto, sarebbero state rubate e usate nuovamente con gli stessi fini. Il loro destino, la distruzione, mi ha lasciato stupito. È l’unica traccia fisica che abbiamo per raccontare nel futuro tutto quello che è accaduto e che sta continuando ad accadere. Così mi sono attivato per avere un’autorizzazione speciale dal Tribunale di Agrigento e sono partito con un camion alla volta di Lampedusa».

Aveva già un’idea di come utilizzare quello che avrebbe portato nel suo studio?
«Sì. Volevo realizzare una mostra che non rappresentasse la tragedia ma la speranza, e per questo avevo bisogno di elementi rossi, gialli, verdi… Insomma, avevo bisogno di colori differenti e diversi dal blu e dall’azzurro utilizzati quasi sempre per le barche. Quindi ho selezionato le assi, ho usato gli attrezzi per riparare i motori, ho preso scatolette di cibo, coltellini, spazzolini da denti, medicinali e piccoli giochi per bambini. Ho trasformato le poche cose che i migranti erano riusciti a portare con loro durante i viaggi e che erano rimaste sulle barche».

Perché ha scelto questo titolo?
«Per puntare il dito contro coloro che approfittano di tutta questa disperazione: non parlo solo degli scafisti, ma delle intere organizzazioni criminali che concertano viaggi e sfruttamento. Ho scelto di renderlo nello stesso modo in cui è scritta l’insegna “Arbeit macht frei” che campeggia sul cancello d’ingresso al campo di concentramento di Auschwitz. Mentre queste persone cercano salvezza e speranza, in Europa tiriamo su muri e barriere per evitare che qualcuno arrivi da noi, considerandolo un invasore». 

Le sue 50 opere sono uno strumento di resurrezione?
«Anche. E di prosecuzione, di memoria. Durante la visita e la lettura dei “QR code” si possono conoscere numeri, storie di vita, drammi e desideri».

Pensava che un tema del genere avrebbe interessato?
«In verità, credevo che avrebbe interessato qualcuno, ma non così tante persone ed enti, come invece è stato. Quello che è successo vuol dire che una gran parte della popolazione ha voglia di ascoltare e condividere il dramma dei migranti, di mostrarlo agli altri. Che la spinta del mio lavoro trova accoglienza in molte persone».

Cosa può fare l’arte?
«Nel mio caso, in maniera delicata e con opere apparentemente leggere e giocose, racconta quello che è successo, parla in modo chiaro per trasferire sentimenti ed emozioni. La mostra vuole creare comprensione e possibilità di integrazione. Vuole favorire una riflessione sulla necessità di conservare la nostra umanità. È per questo che vengono coinvolti anche gli studenti e i loro docenti. Bisogna fare tesoro del passato perché non si ripresenti nello stesso modo orrendo, perché il sacrificio di quelli che non ci sono più non sia stato vano».    

 


MASSIMO SANSAVINI 

Dopo gli studi in scultura al'Accademia di Belle Arti di Ravenna viene invitato in Brasile dal Direttore della Biennale di Arte di San Paolo dove trascorre un anno per realizzare la mostra Woo-Doo e altre storie, allestita al Museu Brasileiro da Escultura di San Paolo. L'esposizione viene accolta al Museo Nazionale di Belle Arti di Rio de Janeiro per volontà dell'architetto Oscar Niemeyer e in seguito ospitata in diverse città dell'America Latina. Collabora come scenografo per la Rai e realizza progetti di moda e design per la Maison Enrico Coveri. Nel 2005 realizza “Neverland” una mostra ospitata in Germania e patrocinata dal Ministero degli Esteri. Nel 2007 espone negli Stati Uniti in occasione di “Art Miami” e “FTL Moda” a Fort Lauderdale. Nel 2009 prende parte alla mostra presentata da Philippe Daverio “A+B+C/Futurismo” ad Alessandria. Nel 2010 “Road to Futurism” viene accolta al National Art Museum of China a Pechino e al Guandong Museum of Art. nel 2011 è invitato alla 54° Biennale di Venezia. Dal 2013 espone al Macro, all'Auditorium Conciliazione e al Complesso Santa Rita a Roma e al Museo di Santa Giulia a Brescia. Nel 2016 presenta la mostra “Touroperator” che sino ad ora è stata accolta anche al Parlamento Europeo a Bruxelles.       

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