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Speciale bullismo

Dopo violenza sessuale e droga, bullismo e cyberbullismo sono i più temuti. chi sono le vittime? ne parlano gli esperti e chi ha vissuto quel dramma

Lun 30 Mar 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 17

Bullismo e cyberbullismo sono le minacce più temute da oltre un adolescente su 3, subito dopo violenze sessuali (31,73%) e droghe (24,76): 6 adolescenti su 10 hanno assistito ad atti di bullismo e/o cyberbullismo. 

Quasi la metà degli adolescenti ha vissuto sulla propria pelle atti di bullismo da parte di compagni (44,9%), un dato che cresce tra i maschi (46,5%). 

È quello che emerge dall’Indagine dell’Osservatorio indifesa di Terre des Hommes e ScuolaZoo che ha raccolto le opinioni di 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia su violenza, discriminazioni e stereotipi di genere, bullismo, cyberbullismo e sexting 
E ancora: il cyberbullismo colpisce di più le ragazze (il 12,4% delle giovani ammette di esserne state vittima, contro il 10,4% dei ragazzi), fenomeno al quale si somma la sofferenza provocata dai commenti a sfondo sessuale subìti dal 32% delle ragazze, contro il 6,7% dei ragazzi. 
Tra le molestie online, le provocazioni in rete, conosciute come “trolling”, disturbano il 9,5% degli adolescenti, ma colpiscono di più i maschi (16%) delle femmine (7,2%). 
«La violenza tra pari, online e offline, è una realtà con cui i nostri ragazzi e ragazze devono fare i conti. Realmente subìta, o soltanto percepita, entra nelle loro vite, probabilmente li agita e li condiziona e lascia dei segni sulla loro personalità - dichiara Paolo Ferrara, Direttore di Terre des Hommes -. È una violenza fatta di contatto fisico, ma ancora più spesso è un attacco alle proprie insicurezze, a quella identità che va formandosi, in modo sempre più marcato, proprio negli anni dell’adolescenza».
Il cyberbullismo viene percepito da 4 adolescenti su 10 (39,7%) come molto rischioso. Ma ad essere più preoccupati sono i maschi (43,2%), rispetto alle femmine (38,2%). Al secondo posto troviamo la paura di diventare bersaglio di trolling e di subire molestie online, con il 37,3%. Qui ad essere più preoccupate sono le ragazze (39,5%) contro il 31,7% dei maschi. La perdita della propria privacy è considerato un rischio dal 33,1% degli adolescenti, con lo scarto di un punto tra femmine e maschi, a favore di quest’ultimi. Il 32% delle ragazze teme di diventare bersaglio di appellativi volgari, cosa che preoccupa solo il 21,8% dei ragazzi. Essere adescate online è l’incubo di una ragazza su 3 (28,4%). Chi vive queste esperienze sviluppa sentimenti di vergogna, ansia e malessere - anche fisico - e le conseguenze, come la bassa autostima, si possono protrarre fino all’età adulta se l’adolescente non viene correttamente aiutato a superare il trauma.                   

I NUMERI
6 su 10 - 6 adolescenti su 10 hanno assistito ad atti di bullismo e/o cyberbullismo (Fonte Indiagine Osservatorio indifesa di Terre des Hommes e ScuolaZoo)

50% 
Secondo gli ultimi dati Istat, più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni riferisce di essere stato vittima di un episodio offensivo, non rispettoso o violento, negli ultimi dodici mesi

12,4% 
Il cyberbullismo colpisce più le ragazze (12,4% contro il 10,4 dei ragazzi) secondo Terre des Hommes e ScuolaZoo

32%  
Il cyberbullismo viene percepito da 4 adolescenti su 10 molto rischioso. Al secondo posto troviamo la paura di diventare bersaglio di trolling e di subire molestie online. La perdita della propria privacy è considerato un rischio dal 33,1% degli adolescenti, Il 32% delle ragazze teme di diventare bersaglio di appellativi volgari (Fonte Indiagine Osservatorio indifesa di Terre des Hommes e ScuolaZoo)

22% Secondo l’Istat il cyberbullismo colpisce il 22% di tutte le vittime del bullismo, ma rispetto al fenomeno tutto analogico, ha una piazza più estesa e la possibilità di colpire 24 ore su 24 in ogni giorno dell’anno

28,4% Essere adescate online è l’incubo di una ragazza su tre (Fonte Indiagine Osservatorio indifesa di Terre des Hommes  e ScuolaZoo)


Estremi ‘rimedi’
In Italia il 59% di vittime di cyberbullismo ha pensato almeno una volta al suicidio nel momento di sofferenza maggiore. Il 52%, confessa di provocarsi del male fisico intenzionalmente, l’82% dice di sentirsi frequentemente triste e depresso, e circa il 71% esplode in frequenti crisi di pianto. Sono i dati della ricerca elaborata da Skuola.net e Osservatorio nazionale adolescenza per “Una vita da social”, l’iniziativa della Polizia di Stato per il corretto uso di internet, e condotta su circa 8mila adolescenti di 18 regioni italiane e pubblicata nel 2017. 
Ogni anno, secondo l’Istat, 200 giovani si tolgono la vita: tra le cause principali il fallimento negli studi e il diventare oggetto di vessazione da parte dei coetanei (bullismo, cyberbullismo, revenge porn...).

 


Cyberbullismo: i carnefici sono stati vittime

La famiglia ha sempre un ruolo centrale sia nel bene che nel male

di Emanuele Tirelli

Soprattutto su WhatsApp, perché è un canale “protetto”. Postare foto e commenti su Facebook e altri social comporterebbe un rischio: mostrare offese e persecuzioni anche a chi potrebbe non essere d’accordo, e segnalarle, denunciare. È così che si muove il cyberbullismo, dice Giancarlo Macrì, psicologo e psicoterapeuta esperto in dipendenze, patologie, relazioni familiari e di coppia, per il Polo territoriale per le famiglie del Comune di Napoli. Ma, all’inizio della nostra conversazione, ci tiene a fare una premessa che riguarda gli adulti.

REALE E VIRTUALE
«Le relazioni stanno migrando da tempo. C’è chi lo fa per conoscere persone nuove, nonostante abbia una famiglia, e chi per giocare online. In generale è un comportamento percepito come protettivo, che però cambia il modo di relazionarsi. Se è vero che l’educazione avviene con l’esempio, le nuove generazioni imparano a ritirarsi anche loro da una realtà sociale, concreta, tangibile, con la sensazione che online possano fare quello gli pare. Così, le istanze aggressive, frutto di un’incomprensione reale o percepita, vengono sfogate in rete, e si gettano anche le basi per i rapporti vessatori, come accade con il cyberbullismo».

MOLTIPLICAZIONE
Le persecuzioni e gli insulti agiti nella vita reale trovano in Internet la possibilità di diffondersi e fare da ispirazione. L’emulazione è un aspetto centrale nei processi educativi e «se un ragazzino di Palermo vede cosa fa uno di Milano, e lo trova figo, lo ripete immediatamente. La distanza, anche in questi casi, è annullata: è l’altra faccia della medaglia della possibilità di essere tutti, e sempre, facilmente in contatto».

LA VITTIMA
«Tra i numerosi casi con i quali mi sono confrontato, c’è stato quello di una ragazzina presentata dalla famiglia come timida, con problemi di inserimento nel gruppo scolastico. Ho scoperto invece che, per farsi accettare, aveva inviato una sua foto mezza vestita a un compagno di scuola e che quella foto aveva fatto il giro di molte chat. Lei non voleva anda
re più a lezione, piangeva in classe e si sfogava con il cibo: i disturbi del comportamento alimentare possono essere una grave conseguenza di tutto questo, insieme alla depressione. Ho scoperto che anche la famiglia lo sapeva, e che dava la colpa alla ragazza. La vicenda è arrivata all’attenzione della direzione scolastica, perché la foto è stata condivisa con alcuni compagni coscienziosi, che hanno segnalato l’accaduto ai propri genitori».

IL BULLO
È una reazione a catena: chi compie atti di bullismo è stato vittima di una violenza. «Non parliamo di cinghiate, di violenza fisica», aggiunge Macrì. «Se il cyberbullismo fosse un sintomo, sarebbe quello di una persona vessata, che scarica la sua rabbia altrove, su qualcun altro. Quasi sempre la vittima è stata trattata in maniera squalificante, fredda, distante, e si è trasformata nel carnefice di qualcuno che ha individuato come debole. Mi sono capitati diversi casi di bulli che sono venuti da me con le famiglie. In una circostanza, per esempio, la chiave è stata nella presenza del padre, che si è reso conto e ha collaborato fortemente. Altrimenti ci si ritrova con dei genitori che non accettano i propri figli, perché non accettano se stessi. Tutti i genitori vedono i figli come proiezioni di sé. La differenza sta nel fatto che alcuni se ne rendono conto, e ci lavorano, e altri non lo fanno».                                                               

COSA FARE
Quando si parla di “povertà educative”, si fa riferimento a quei genitori che, per svariati motivi, non riescono con serenità nel proprio ruolo. Gli enti pubblici mettono in campo molte risorse, e la dispersione scolastica può essere un buon campanello d’allarme per far emergere determinate problematiche.
«Molte famiglie vanno avanti passando da un equilibrio precario all’altro. Non parliamo più di diffidenza, quanto di chiusura. Guardare invece ai problemi aiuta a risolverli. Considerare la possibilità di un aiuto, proietta verso una maggiore serenità del singolo e di tutto il nucleo familiare. Ma ognuno, noi, la scuola, i Servizi Sociali e i genitori, deve fare la propria parte, nessuno escluso».

 


“Il bullismo inizia quando l’adulto non presta attenzione”

La rete tra genitori, docenti e ragazzi è fondamentale per affrontare un fenomeno trasversale che non ha radici solo nel disagio sociale

di Emanuele Tirelli

L’assenza di attenzione è il concetto intorno al quale ruota tutta la conversazione con Iole Nigro, educatrice da oltre quindici anni nella provincia di Napoli. Assenza di attenzione: per chi manca nel comportamento e per chi la subisce. «Il bullismo non inizia con l’atto di violenza fisica o psicologica. Principia invece nel momento in cui un adulto non interviene. E per adulto intendo l’educatore, l’insegnante, il genitore e un semplice passante. Per arrivare a costringere un ragazzo a non uscire di casa e a evitare la scuola per paura, vuol dire che c’è stato un comportamento forte, reiterato, ed è impossibile che nessuno se ne sia accorto».

INTERVENTO
Manca allora quell’attenzione che si può declinare in un controllo preventivo e in un’azione dinanzi alle manifestazioni di una criticità. «Se un bambino o un ragazzo arrivano in classe con un coltello, significa che qualcuno a casa non ha controllato. Se un insegnante non interviene dinanzi a atto di bullismo, non segnala una circostanza, non fa altro che mancare nel proprio ruolo e aggravare la situazione. E oggi, purtroppo, sono molti i docenti che non mettono nero su bianco. Non voglio pensare che accada per evitare ulteriori ore di lavoro e di riunioni per la risoluzione del problema. Di sicuro c’è il timore di esporsi a eventuali ripercussioni. Però esiste una grande rete preposta al sostegno, all’intervento in determinate circostanze, sia con i docenti che con i ragazzi e le loro famiglie. Se queste maglie vengono slabbrate, recise nella comunicazione e nel lavoro sinergico, il percorso di chi invece interviene diventa molto più lungo e ostico, perché non trova supporto».

UN FENOMENO SEMPRE ESISTITO
Il termine “bullismo” fa la sua comparsa sui dizionari italiani nel 1996. «Questo fenomeno è sempre esistito, sia negli atti più blandi che in quelli più estremi. La diffusione di Internet e dei social ci dà la percezione che sia nuovo, ma questo vuol dire aver dimenticato la propria infanzia, la propria adolescenza: ne siamo stati sicuramente protagonisti o spettatori. È cambiata però la potenza del bullo e del suo comportamento. Fino a qualche anno fa, il bullo era quella persona che poi restava indietro, che non raggiungeva dei risultati e quindi smetteva di avere seguito. Oggi ha visibilità, diventa “figo”, e questo, parlo dell’attenzione che riceve, ha una grande influenza su chi vive una dimensione problematica e ha bisogno di considerazione. Purtroppo il termine è stato inflazionato e mi capita spesso di sentirlo a proposito di una semplice presa in giro. Definire certi comportamenti come atti di bullismo va ad aumentare involontariamente la percezione dell’atto stesso, rendendolo più grave di quello che è. Il fenomeno esiste e deve essere oggetto di grande attenzione, ma occorre evitare errori comuni e dannosi».

PROVENIENZA
Scarsa formazione scolastica, disagio economico e geografia non hanno un legame diretto con il bullismo. «La mia lunga esperienza in tessuti che vengono definiti comunemente “difficili” mi porta ad affermare che non ci siano collegamenti assoluti. Anzi, nelle dinamiche di strada ho vissuto molto poco l’aggravante del bullismo e ho trovato invece maggiore sensibilità, maggiore apertura all’accoglienza della differenza cognitiva, economica e geografica. È sicuramente una questione sociale, ma trasversale. Manifestare una mancanza di credito nei confronti dei giovani, delle loro potenzialità, tendere a non riconoscere loro la possibilità di un bel futuro sono elementi centrali nella creazione di un disagio forte, che può generare atti di bullismo».                         
 

 

CUORI CONNESSI

Da anni Luca Pagliari incontra migliaia di ragazzi, spesso insieme alla Polizia di Stato, per fare informazione, raccogliendo testimonianze e richieste di aiuto

di Angela Iantosca

“Le parole nel cuore lasciano sempre un segno… a volte ci aiutano a vivere meglio altre volte ci portano a non vivere”. Comincia così il racconto di Alessia, una ragazza sarda che un giorno ha cominciato ad essere oggetto delle attenzioni di tutti, solo per aver colorato le punte dei propri capelli di rosso. Comincia così la storia di Alessia raccontata dal giornalista Luca Pagliari, che da anni, spesso al fianco della Polizia di Stato, incontra migliaia di ragazzi per sensibilizzarli su temi difficili come quello del bullismo e del cyberbullismo.

Quando hai cominciato ad occuparti di bullismo?
«Sei anni fa. Perché se ne sentiva parlare spesso e ho pensato fosse importante affrontare il tema».

In questi anni hai visto cambiata la situazione?
«Da una parte noto che non è aumentata la consapevolezza nell’uso delle parole, dall’altra è cresciuta la tecnologia di cui dispongono i ragazzi. Di pari passo non è aumentata la nostra capacità di usare questi strumenti che potrebbero essere una opportunità per ognuno di noi».

Come hai individuato le storie che racconti?
«Le storie non le ho individuate, ma sono state loro che mi sono venute incontro, girando l’Italia, facendo queste campagne, in particola modo “Cuori Connessi” che mi porta in giro con Polizia di Stato e UniEuro. Sino ad ora abbiamo incontrato oltre 30mila studenti: di questi, qualcuno ha trovato la forza di parlare, di denunciare e di aprirsi. Sono storie anche positive, perché la rete, spesso usata in modo negativo, in alcuni casi è stata utile a far allargare orizzonti, a far conoscere il mondo, a trovare un aiuto».

C’è differenza tra nord e sud Italia rispetto a questo fenomeno?
«Io non ho trovato grandi differenze. La discriminante è tra maschi e femmine. Le ragazze sono e restano ancora la parte più vulnerabile e in particolar modo sono le accuse a sfondo sessista quelle che vanno a colpirle di più, intaccandone la reputazione. Sesso e aspetto fisico sono i due grandi elementi attorno a cui si muove il cyberbullismo». 

Cosa rischia chi si comporta da bullo?
«C’è una grande inconsapevolezza da parte dei ragazzi, perché ancora è ferma la convinzione che offendere, vessare e massacrare qualcuno attraverso la rete tutto sommato sia poco più che un gioco o quantomeno si è convinti che non costituisca reato. In realtà lo è. Infatti i ragazzi che incontro di solito pensano che la conseguenza di una azione da bullo sia che la vittima al massimo cambia città o cambia scuola, non pensano mai alla denuncia».

Il bullo si redime?
«Il bullo, se viene denunciato, nel 99% dei casi cambia atteggiamento e si ottiene una soluzione positiva della questione. C’è da dire che denunciare significa aiutare la vittima ma anche il bullo. Perché ci sono statistiche secondo le quali chi tende a bullizzare o ad avere comportamenti del genere a 14-15 anni, se non trova un freno, uno stop, è molto probabile che trasformi questi comportamenti in azioni delinquenziali».

Come finisce la storia di Alessia di cui parli nel tuo ultimo lavoro realizzato con Polizia di Stato e Unieuro, “Le parole nel cuore”?
«La sua storia è approdata al Tribunale per i minorenni di Sassari e il giudice ha accusato i ragazzi coinvolti di atti persecutori, quindi prendendo un articolo del codice penale. Nel suo caso possiamo dire che è andata bene, perché ci sono stati momenti in cui ha pensato di compiere gesti estremi. Fortunatamente è prevalsa la voglia di vivere».

Cosa dimostra la sua storia?
«La sua storia dimostra una cosa molto importante: il male nasce spesso dalla banalità, dall’inconsapevolezza di ciò che può causare una semplice presa in giro che poi sconfina in reato. 
C’è una mancanza di consapevolezza tdi ciò che possono generare le parole». 

Come reagiscono i ragazzi quando vedono i tuoi film?
«La cosa più significativa è che tanti, al termine degli incontri, chiedono aiuto perché si identificano,  perché capiscono che il raccontare è una soluzione concreta al problema. L’altra cosa importante è che seguono con attenzione altissima e le storie che ascoltano diventano l’elemento su cui sviluppare la discussione».

E i genitori si accorgono dei problemi dei figli?
«Nel caso di Alessia, hanno avuto nell’altra figlia l’elemento cardine che ha sbloccato la cosa. Loro pensavano in un primo momento che fossero i disturbi classici dell’adolescenza. A volte è difficile accorgersene perché si è troppo presi dal lavoro e dagli impegni… Con Alessia è stato fondamentale il professore Gianfranco Oppo, uno dei massimi esperti in Italia e suo insegnante».

Sono diventati più cattivi i ragazzi o hanno solo strumenti in più?
«Hanno semplicemente degli strumenti in più. Il diverso per una tendenza sessuale o per un aspetto fisico era discriminato trent’anni fa come ora. Il debole è sempre stato al centro degli attacchi. La differenza è che ora si hanno meno difese immunitarie, è più difficile difendersi, ma non è cambiato nulla. Anzi, parlando tanto di questi temi, la scuola fa in modo di essere più presente e meno distratta di una volta. Il grande problema sono i genitori che spesso tendono a difendere a spada tratta i figli, anche quando sbagliano! Spesso il bullo non trova da parte dei genitori quella giusta opposizione che dovrebbe trovare, ma una sponda su cui appoggiarsi. La verità è che a volte il genitore è il peggior nemico del proprio figlio».                                                        

Scarica gratis la tua copia
I l docufilm #Cuoriconnessi è stato realizzato da Luca Pagliari con Polizia di Stato e il supporto di Unieuro. Una storia che è diventata un libro. “Quattro anni fa abbiamo dato vita a #cuoriconnessi: un progetto di sensibilizzazione e prevenzione contro il cyberbullismo. Dal 2016 a oggi abbiamo incontrato oltre 30.000 studenti nei teatri e nelle scuole di tutta Italia. I ragazzi hanno raccontato e ascoltato storie ed emozioni. Da questa esperienza è nata l’idea di fare un libro che è stato distribuito gratuitamente a febbraio nei negozi Unieuro e che si può scaricare a queto link www.cuoriconnessi.it”.

 


Coltellini in classe alle Elementari

Oggi i figli sono iperprotetti e non fanno più niente da soli

di Emanuele Tirelli

Da un lato genitori distratti, dall’altro iperprotettivi, estremamente apprensivi. Margherita (nome di fantasia), madre di due figli, racconta di una generazione fatta di due estremi e di un bambino che ha portato un coltellino nello zaino, in classe di suo figlio.

Come è andata?
«Parliamo della scuola primaria, delle elementari: un bambino è arrivato con un coltellino e l’ha mostrato, l’ha avvicinato ad alcuni dei suoi compagni. C’è chi è rimasto impressionato, impaurito, e chi non si è reso nemmeno conto della gravità di questo gesto, che avrebbe potuto rappresentare un grande pericolo, volontario o involontario. Tra genitori ci siamo confrontati per ricostruire la circostanza e comprendere davvero cosa fosse accaduto, e ci siamo attivati immediatamente per segnalare la vicenda alle docenti. La dirigente scolastica ha convocato i genitori del bambino, che da quello che so non si sono presentati».

Ed è stata l’unica circostanza?
«Ci sono poi episodi legati a una bambina che cerca in continuazione dei difetti negli altri compagni, in un modo che noi adulti potremmo definire come offese gratuite, più o meno consistenti. O, ancora, del bambino che, completamente in balìa di sé nella crescita fuori della scuola, cerca di farsi spazio con la presenza fisica e la prepotenza».

Come si reagisce?
«Con la segnalazione a scuola, al corpo docente. E cercando di spiegare ai propri figli perché è successo, come poter reagire. Anche perché loro sono privi di esperienza».

In che senso?
«Quando avevo la loro età, per chi viveva nei paesi o nei quartieri c’era molta più autonomia e si giocava da soli nei cortili, nei giardinetti. Questo ci dava la possibilità di confrontarci con la strada, di avere a che fare anche con il bambino o con il ragazzino più prepotente. Insomma, si imparava a gestire determinate situazioni, non solo nella reazione diretta, ma anche nella strategia di evitare i comportamenti che ci infastidivano. Il confronto era continuo e ci aiutava a crescere».

E adesso?
«Non fanno più niente da soli. Vengono accompagnati a scuola e poi frequentano le attività extrascolastiche con la presenza dei genitori. Parlo sia della festa con gli amici che del gioco al parco o dello sport. Ci siamo sempre, vigili, presenti. Loro naturalmente lo percepiscono, si sentono protetti e non sviluppano certe capacità. Sappiamo che forse è troppo, ma lo preferiamo all’estremo opposto, quello della disattenzione che genera comportamenti violenti, o potenzialmente tali, cattivi o pericolosi».                      

 


“L’isolamento fa più male delle botte e delle parole”

Vincenzo è stato bullizzato per anni. Oggi ha fondato una associazione  per aiutare adulti e ragazzi

di Emanuele Tirelli

Quando aveva sei anni, nell’oratorio del paese, un gruppo di sei ragazze bloccò suo fratello e lo chiamò: per vederlo libero, dovette mangiare la terra. Vincenzo Vetere è del 1995 ed è stato vittima di bullismo dalla prima elementare fino all’ultimo anno delle superiori. Poi, subito dopo il diploma, ha fondato l’associazione Acbs contro il bullismo scolastico e oggi lavora in una grande società a Milano.
 
Come è iniziato tutto?
«Abito in un piccolo comune della provincia di Milano, Magnago, di 9 mila abitanti. Quando si parlava dei Vetere lo si faceva in modo dispregiativo come la famiglia del sud Italia trasferita al nord in cerca di fortuna. Mio padre lavorava sempre, mia madre era a casa per noi tre fratelli e la condizione economica non era florida. Il bullismo è iniziato su mio fratello maggiore. Poi, le stesse persone, per lo più ragazze, hanno deciso di farlo anche con me».

Cosa?
«Oltre a quell’episodio all’oratorio, sono stato continuamente insultato per i soldi, l’abbigliamento, la provenienza, la magrezza, per i miei denti da latte che non erano diritti, per la mia voce che all’epoca era molto sottile».

Nessuno ha mai fatto nulla?
«Quel giorno, all’oratorio, un signore mi ha portato al bar e ha chiamato la mia famiglia. Per il resto, nessuno è mai intervenuto».

Poi sono arrivate le scuole medie.
«Stesso paese, stessi compagni delle elementari. È continuato tutto e mi sono reso conto che la solitudine fa ancora più male delle parole e delle botte. Un giorno, un ragazzo mi ha spinto e io ho battuto la testa contro un calorifero. In ospedale hanno riscontrato un piccolo trauma cranico che mi aveva fatto perdere la memoria. A scuola ho domandato pubblicamente cosa fosse accaduto e sono stato deriso. Quando mi è tornata la memoria sono andato dal dirigente scolastico, che mi ha chiesto di portare dei testimoni, altrimenti io e la mia famiglia avremmo potuto avere dei guai. Ma nessuno ha parlato. Allora ho deciso di fare le superiori più lontano».

Meglio?
«La voce è arrivata da un mio ex compagno di classe ed è ripreso tutto. Avendo subìto molto bullismo dalle ragazze, il mio approccio con il femminile era molto complesso, tando da andare bene solo nelle materie insegnate dai maschi. I miei compagni lo sapevano e crearono un profilo fake femminile su Facebook, portando tutte le chat a scuola. Questa cosa mi ha segnato particolarmente, oltre a provocarmi una alopecia fulminante per lo stress. Anche adesso, quando incontro una ragazza che fa il primo passo, mi torna la paura».

Il diploma è stato una liberazione?
«Sì. Poi ho frequentato un corso post-diploma di un anno, in informatica».

E l’associazione?
«Un giorno ho sentito alla radio di una ragazza di 13 anni che si era tolta la vita perché vittima di bullismo. Ho pensato di fare qualcosa. C’erano solo tre associazioni di genitori, così ne ho creata una con mio fratello, con il mio amico educatore Cristiano e con Marco che si occupa di disabilità».

Cosa fate?
«Incontri nelle scuole di tutta Italia. Abbiamo deciso di lavorare di più con i genitori perché riscontriamo spesso una chiusura mentale. Ai docenti che ci chiedono cosa fare, consigliamo di rivolgersi tempestivamente ai dirigenti scolastici e di organizzare un tavolo di mediazione, con i genitori dell’ipotetica vittima e dell’ipotetico bullo».

I ragazzi vi parlano?
«Alla fine degli incontri mi raccontano storie personali o dei loro amici, mi contattano sui social. Una volta, davanti a 300 alunni, un ragazzo si è alzato in piedi ed è scoppiato in lacrime: aveva capito di essere un bullo e ha chiesto pubblicamente scusa a tutti quelli che avevano sofferto per colpa sua».          

L’ASSOCIAZIONE
Acbs (www.acbsnoalbullismo.it) cerca di contrastare il bullismo scolastico e per questo si muove negli istituti italiani con incontri gratuiti per gli studenti, per i professori e per i genitori, organizzati in tre momenti diversi della giornata. È attiva anche sui social e ha aperto un profilo anche su TikTok. 

 


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