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Matt Damon: family man

Nessuno scandalo o reazione sconsiderata, ecco perché forse è uno degli ultimi gentleman di Hollywood

Lun 27 Apr 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 15

Matt Damon è l’eccezione. In pratica una di quelle super star che si presenta e saluta una per una tutte le persone in una stanza. Prima che diventasse un gesto a rischio, ovviamente, ti dava la mano, ti guardava negli occhi e non spostava lo sguardo subito dopo averti chiesto “Come stai?”. Aspettava di ricevere una risposta, cosa al giorno d’oggi piuttosto spiazzante e inusuale persino tra noi comuni mortali, figurarsi per le celebrity. 

Che lo si incontri da solo, con l’amico George Clooney o con la collega Julianne Moore, il risultato non cambia: non fa mai lo spavaldo né il prevaricatore. Cede il passo perché per brillare non ha mai dovuto mettere in ombra nessuno. E quando il comico americano Jimmy Kimmel ha cominciato a fargli il verso, lui ha rilanciato tirandone in ballo la fidanzata dell’epoca (la comica Sarah Silverman), mettendo su dei siparietti che hanno fatto la storia della tv con le parodie musicali, “I’m Fuc*ing Matt Damon” e poi “I’m Fuc*ing Ben Affleck” (suo amico d’infanzia e vincitore dell’Oscar insieme a lui per la sceneggiatura di “Will Hunting – Genio ribelle”). Chi se lo fosse perso sappia solo che nei video compare una sfilza di divi hollywoodiani, compreso Brad Pitt nei panni di un ragazzo delle consegne della pizza. 

Lo sa che il suo amico Clooney ha detto che lei è l’uomo più sexy del mondo? Con una dichiarazione così si è garantito il suo voto se volesse candidarsi a Presidente degli Stati Uniti.
«(Ride - ndr) E chi non lo vorrebbe?».

Si è risentito quando proprio lui le ha affidato un ruolo da cattivo?
«Per carità, gliene sono grato. Io ho la tipica faccia dell’americano medio e infatti mi danno sempre ruoli da bravo ragazzo. Non che me ne stia lamentando, ma ogni tanto è bello cambiare».

Non teme che le abbia rovinato la reputazione?
«A prescindere da chi me lo offra, cerco sempre di scegliere un ruolo che abbia un senso e quando lui mi ha parlato di “Suburbicon” ne ho capito la forza. Pensa a questo paradosso: io interpreto un uomo bianco che se ne va in giro per strada indisturbato coperto di sangue e nessuno ci fa caso. A venire sospettate sono le persone di colore». 

Nell’ultimo film, “Le Mans ’66” (attualmente disponibile su Google Play, Rakuten TV, iTunes e in versione home video), torna a fare il bravo ragazzo. Nel racconto delle mitiche corse di Ford contro Ferrari, lei da che parte si schiera?
«Ad essere onesto, non sono un amante delle quattro ruote, anzi non ci capisco niente, ma a livello umano mi intriga vedere una passione così forte e radicata e soprattutto un lavoro di squadra commovente. Mi piace l’idea di collaborare per realizzare qualcosa di più grande di te».

C’è qualche causa che le sta a cuore?
«Gary White e io abbiamo fondato l’associazione Water.org, che si batte per il diritto universale di avere acqua potabile. Lui è un pioniere della micro finanza applicata all’acqua, un autentico genio che ha ideato un principio semplice, ma basilare: portare l’acqua nella casa delle famiglie vuol dire far guadagnare loro molto tempo, quello che impiegano quotidianamente per andare al pozzo e aspettare con ore in fila con una bacinella, non sapendo se ce n’è abbastanza per tutti e quando puoi tornare a casa. Quel tempo può venire impiegato per lavorare e con il ricavato ripagano il debito iniziale».

E succede davvero?
«Nel 99% dei casi il debito viene ripagato, così il denaro va in circolo e viene fatta girare l’economia. Ci pensi che con 25 dollari si provvede al fabbisogno d’acqua per una persona a vita? In India ne bastano 5».

Quali risultati avete raggiunto?
«In 20 anni Gary ha provveduto a portare acqua corrente a un milione di persone e l’obiettivo più recente è di arrivare a otto, in dodici nazioni, ma vorremmo raggiungere i 500 milioni».

Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, lei crede che i film possono contribuire ad un mondo migliore?
«Non sono convinto che sia compito dei film cambiare il mondo, li considero uno strumento per creare empatia ed entrare fisicamente nella vita degli altri. Queste storie ci avvicinano e ci raccontano e non c’è mezzo più potente dell’audiovisivo».

Per esempio?
«Con la realtà virtuale è possibile salire su un barcone di profughi siriani e capire cosa si prova a vivere quell’esperienza traumatica. Aiuta a comprenderci meglio, come esseri umani».

La comunità artistica di Hollywood la stima molto. Se avesse interpretato “Manchester by the sea” invece di produrlo soltanto, avrebbe vinto l’Oscar anche come migliore attore. E invece ha ceduto il posto a Casey Affleck, il fratello del suo amico Ben, che infatti l’ha ringraziato nel discorso della vittoria. Rimpianti?
«Sono convinto che Casey sia un attore incredibile e quella parte è sua. Mi sarebbe piaciuto dirigerlo, ma se mi avessero aspettato, la produzione avrebbe subìto due anni di ritardo, perché io ero impegnato con un progetto precedente, quindi sono felicissimo di come sia andata». 

È sempre così generoso nella sua carriera?
«Non avrei ceduto quella parte a nessun altro che non fosse lui e non me ne pento, anche se aspettavo un ruolo così da una vita. È stato rischioso perché mi dicevano che nessuno ci avrebbe dato i soldi se fosse stato lui il protagonista, visto che non è ancora a quel punto della carriera, eppure si sbagliavano. È il tipico progetto “unicorno”, presentato ad un piccolo festival, ma poi Amazon Prime Video è entrato in gioco e ha cambiato gli equilibri, fino a portarci all’Oscar». 

Non per fare l’avvocato del diavolo, ma lei sembra troppo perfetto per essere vero. Ce l’avrà pure qualche difettuccio o no?
«Il mio “lato oscuro” emerge solo nel lavoro: il più grande privilegio di un attore è esprimersi, mettendo in scena una qualche forma di conflitto che poi ti porta ad esorcizzare i demoni interiori. Di solito la gente paga un terapista per tirare tutto fuori, invece gli attori vengono retribuiti proprio per farlo».

Si dice che sia un asso negli scherzi, spesso a danni del suo amico Clooney. È ancora così?
«Mi piace credere che siamo cresciuti. Ora lui ha nomination agli Oscar in sette categorie ed è padre di due gemelli, con un’agenda troppo piena. Peccato!».



 

UN CUORE D’ORO

Matthew Paige Damon, classe ’70, si è guadagnato il Premio Oscar da giovanissimo (a 28 anni), assieme all’amico storico Ben Affleck (che ha conosciuto da bambino, perché suo vicino di casa) per la sceneggiatura di “Will Hunting – Genio Ribelle”. Da quel momento la conquista all’Olimpo di Hollywood è stata assicurata. Durante la carriera ha conquistato quattro altre nomination, alternando film commerciali come la saga di Jason Bourne a pellicole intime come “Invictus - L’invincibile”, accanto a Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela. Tra i ruoli iconici, “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg e “Ocean’s Eleven”, con gli amici Brad Pitt e George Clooney, che poi in seguito l’ha diretto in “Monuments Men”, sul recupero delle opere arte trafugate dai nazisti, e “Suburbicon”, sul razzismo negli Anni Cinquanta. Ha inanellato collaborazioni illustri con registi del calibro di Christopher Nolan in “Interstellar” e Ridley Scott in “Sopravvissuto”, oltre a Steven Soderbergh per “Contagion” e Alexander Payne in “Downsizing”, che ha aperto la Mostra di Venezia. Lo scorso Festival di Toronto l’ha visto protagonista di “Le Mans ’66” assieme a Christian Bale. Da 15 anni è sposato con l’argentina Luciana Barroso, che aveva già una figlia: insieme hanno Isabella, Gia e Stella (13 anni, 11 e 9 anni). 

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