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Il caffè? ve lo servo io

Anton, grazie all’Anffas di Ostia, dopo un tirocinio, ha cominciato a lavorare in un bar: “Sono orgoglioso di me e dei miei progressi”

Lun 27 Apr 2020 | di Chiara Luce | Attualità
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Anton ha 32 anni. E dal 2007 frequenta l’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale di Ostia, frazione litoranea del comune di Roma: è stato uno dei primi ragazzi a partecipare a un corso di formazione professionale rivolto a ragazzi con disabilità intellettiva per barman. Un corso realizzato in collaborazione con Sau Caffè, una azienda che produce caffè, e durato 2 anni. Tempo durante il quale ha imparato tutti i trucchi del mestiere, da quelli tecnici, come preparare un caffè, il cappuccino, il tè, a come utilizzare le macchine a quelli comportamentali, come approcciare con un cliente e come servire caffè...  
Terminato questo periodo, Anton ha fatto un’esperienza di un anno nel bar associativo di Anffas Ostia, inaugurato a gennaio 2019: un luogo aperto solo a soci, utenti, dipendenti e famiglie. Primo ragazzo a svolgere un tirocinio lavorativo vero e proprio in un bar, da qualche mese ha cominciato una nuova sfida che lo vede impegnato tre volte a settimana. Noi siamo andati a intervistarlo, in attesa che le attività riaprano. 

Qual è stato il tuo percorso?
«Ho iniziato 3 anni fa un corso per barman realizzato dall’Anffas di Ostia in accordo con Sau Caffè durato 20 mesi in totale. Abbiamo imparato tutto: a utilizzare macchine professionali da caffè, la lavastoglie. A realizzare caffè, cappuccini, tè. Appreso le regole basilari del servizio e della relazione con il cliente». 

Poi è arrivato il tuo debutto in un bar…
«Ho svolto un tirocinio lavorativo nel bar associativo dell’Anffas di Ostia. Si tratta di un luogo aperto a soci, utenti e famiglie. Lì ho fatto un’importante esperienza che mi ha permesso poi di svolgere un altro tirocinio in un bar vero e proprio di Ostia “La Scogliera” che tutti chiamano “Il bar di Gioacchino”. Sono il primo del corso ad aver avuto questa opportunità che per me significa tantissimo». 
 
Come ti trovi?
«Splendidamente. Giovacchino, il proprietario del bar, e il mio collega Carmelo sono eccezionali con me. Mi aiutano, mi supportano, mi dedicano tanto tempo facendomi capire dove posso migliorare. Siamo ormai un po’ una famiglia. Carmelo è più giocoso, con lui c’è un rapporto di scambio e fatto di scherzi. Giovacchino invece è più serio. Si completano. Io sono felicissimo di aver avuto l’occasione di conoscere due persone davvero speciali come loro. È naturale che passare da un bar associativo a uno in cui ci sono tanti clienti che hanno fretta è tutta un’altra cosa. Mi sento comunque tagliato per questo lavoro, il contatto con la gente mi piace. Se penso a tutti gli anni passati sono orgoglioso di me e dei miei progressi».

E con i clienti? 
«Sono sempre gentili con me. Alcuni si ricordano e mi chiamano Antony. Non è il mio nome ma fa piacere che mi associno al bar». 
 
Come si svolge la tua giornata?
«Il mercoledì, giovedì e venerdì svolgo il tirocinio nel bar di Giovacchino. Mentre il lunedì e il martedì sono al bar dell’Anffas di Ostia. Mi alzo la mattina, prendo i mezzi dall’Infernetto per recarmi a Ostia. Mi piace arrivare puntuale. I compiti sono più o meno gli stessi. Mi cambio, indosso la divisa e poi inizia la giornata: faccio caffè, cappuccini e tè. Svuoto il bancone, spazzo e aspetto le ordinazioni e servo i clienti supportando Carmelo che è un po’ il mio maestro visto che fa questo lavoro da 40 anni. Mi occupo di apparecchiare e sparecchiare, svuotare e riempire la lavastoviglie. Sistemo i tavolini. Cerco di non stare mai fermo e quando mi capita scherzo con i clienti». 

Qual è il tuo sogno? 
«Quello di ogni ragazzo: una vita normale e un lavoro. Mi piacerebbe aiutare la mia famiglia con il mio stipendio, come loro fanno con me. Ho fatto altre esperienze lavorative per trovare la mia attitudine, penso per esempio a quella in un ottico dove accoglievo i clienti. Ma il bar è la mia dimensione. Mi trovo bene».       
         
 


Oltre i pregiudizi e la diffidenza 
“I tirocini lavorativi hanno una duplice valenza - spiega Stefano Galloni, Direttore generale Anffas Ostia -. In primis ci permettono di superare quella diffidenza che ancora accompagna le aziende ad approcciarsi alla disabilità. Facendoci carico degli oneri assicurativi e mettendo a disposizione un tutor che segue il ragazzo per tutto l’orario lavorativo, le imprese non si sentono sole e sono più propense ad aprire le loro porte, accorgendosi poi delle grandi potenzialità che accompagnano questa scelta. In secondo luogo ci permettono di mettere a frutto un lavoro sulle autonomie personali e sociali avviato nel corso degli anni. I nostri progetti riabilitativi sono infatti ‘long life’. Seguiamo i ragazzi da quando sono piccolissimi. Fino a 18 anni poniamo grande attenzione sull’acquisizione delle abilità comunicative e cognitive. Finita la scuola invece ci concentriamo sull’acquisizione delle autonomie e alla lettura di situazioni e contesti. Queste ultime capacità sono il prerequisito per tentare l’inserimento occupazionale con successo. Ci teniamo a sottolineare come ogni tirocinio sia naturalmente personalizzato. Andando nello specifico Anton ha autonomie importanti, capisce benissimo che può inserirsi in un sistema complesso come quello di un bar. Questo ha grandi effetti sulla sua autostima oltre a dare una grandissima mano a sbrigare compiti ben precisi. Questo modo di lavorare ci ha permesso in pochi anni di avviare circa 30 tirocini lavorativi oltre a realizzare un bar associativo interno nel quale lavorano altri 8 ragazzi”. 

 


LA MAMMA DI ANTON
“Per una mamma che ha vissuto le difficoltà oggettive di inserimento di un figlio con difficoltà intellettive - spiega Silvana, la mamma di Anton -, fatte di illusioni e disillusioni, vederlo inserito in un contesto lavorativo è la conferma che per lui si stia aprendo la possibilità di un futuro di ‘normalità’. Una nuova fase che gli conceda occasioni di crescita. Si tratta di una grande vittoria e una enorme emozione”. 

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