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Siate felici! lo vuole il Re del Bhutan

Sull’Himalaya, il Paese con la migliore qualità di vita, unico al mondo ad avere il Ministero della Felicità

Lun 27 Apr 2020 | di Testo e foto di Roberto Gabriele | Mondo
Foto di 29

Andiamo per ordine: il nome corretto di questo piccolo stato himalayano è Bhutan e non Buthan, in poche persone lo conoscono, molti non lo hanno neanche mai sentito nominare, eppure esiste sulle mappe di Google, sugli Atlanti moderni ed è uno dei Paesi con la miglior qualità della vita...
Il Bhutan è l’unico Paese al mondo ad avere il Ministero della Felicità! Lo ha voluto il Re per i suoi Sudditi e funziona benissimo: la gente sta davvero bene e si vede.
Il nome Bhutan è incerto, c’è chi dice derivi dal sanscrito Bhota-ant, ossia “la fine del Bhot” cioè del Tibet, oppure dal sanscrito Bhu-uttan che significa “alte terre”, poichè siamo alle pendici dell’Himalaya.
La bandiera è rettangolare ed è divisa in due triangoli con il giallo che rappresenta la monarchia, e l'arancione che rappresenta la religione buddhista; sulla bandiera campeggia un drago simbolo di benessere.

IL MINISTERO DELLA FELICITÀ
Ho chiesto alla mia guida se fosse vera la voce che ci era giunta che in Bhutan esiste questo Ministero o fosse solo una fake news, che corre tra noi viaggiatori occidentali alla ricerca di esotiche stranezze.
Ebbene sì, il Ministero esiste e si occupa a livello centralizzato di tre cose ritenute fondamentali per il benessere dei Sudditi del giovane Re: Pubblica Istruzione, Sanità e Lavoro. 

ISTRUZIONE
L’istruzione viene garantita gratuita ed è obbligatoria per tutti fino alla scuola superiore, poi chi vuole frequentare l’Università deve andare all’estero grazie a progetti finanziati dalla Cooperazione Internazionale.

SALUTE
Il Ministero si occupa poi della salute e anche questa è gratuita per tutti. In Bhutan ci sono pochi piccoli ospedali e vanno bene solo per il pronto soccorso e per i reparti di Ostetricia, per tutto il resto il Paese paga le cure all’estero per i suoi cittadini (mandandoli a curare soprattutto in India).

LAVORO
Infine, il Ministero della Felicità provvede al lavoro di tutti: chi non ha come sostentarsi può fare richiesta di un terreno demaniale da coltivare: una concessione gratuita cui hanno diritto coloro i quali non hanno altri modi per sostentarsi.
Il sovrano illuminato sostiene che quando i suoi Sudditi hanno istruzione, sanità e lavoro hanno tutto il necessario per essere felici. E in effetti non sbaglia, perchè, camminando per le vie della capitale Thimpu, si percepisce un clima di serenità sui visi delle persone.

LA COERENZA E L’EMPATIA DEL RE
Ma per essere un Re amato e rispettato davvero dal suo popolo ci vuole coerenza ed empatia con il popolo. Qui in Bhutan il sovrano gira in città a piedi senza scorta e guida personalmente la sua auto (un normalissimo SUV) e ha l’autista solo nei momenti ufficiali, come ad esempio le visite di altri Capi di Stato. Non solo, il padre dell’attuale sovrano ha abdicato il Regno a favore del figlio Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, perchè a soli 53 anni sentiva che un giovane di 18 anni, meglio di lui, avrebbe saputo condurre il Paese.

SENZA PAGARE LE TASSE
Quando viaggio, mi piace guardare i numeri che mi danno la dimensione delle cose, un’idea, dei riferimenti, per capire cosa accade intorno a me. Il Bhutan ha solo 800.000 abitanti: è uno Stato, quindi, che è popoloso come un quartiere di Roma. Viene da chiedersi come si gestisce un territorio che comunque non è piccolo, con così poche risorse.  E senza il supporto delle tasse che qui non si pagano! Fortunatamente il Bhutan si trova ai piedi dell’Himalaya e, grazie allo scioglimento delle nevi, i suoi fiumi sono sempre in piena e hanno una portata di acqua enorme: le potenti dighe quindi producono energia elettrica che viene venduta alla Cina e all’India. Gli incassi che ne derivano sono sufficienti a sostentare la macchina statale, senza che le persone siano obbligate a pagare le tasse.
Le tasse le pagano solo le grosse Compagnie straniere e la gente vive con uno stipendio comunque dignitoso, che gli permette di vivere ed essere realmente felici.

IL DRIGLAM NAMZHA
In Bhutan c’è l’obbligo, per tutti i dipendenti pubblici, di vestire con gli abiti tradizionali, e nei giorni di festa l’obbligo è esteso a tutti i cittadini. E, poiché ci sono decine di giorni di festa ogni anno in tutto il Paese, da queste parti è più facile vedere le persone vestite con abiti tradizionali che con abiti moderni! Tutto questo è previsto dal "Codice delle buone maniere", che qui chiamano Driglam namzha.

GHO E KIRA
Il vestito tradizionale maschile si chiama Gho, è una sorta di lunga vestaglia e lascia le gambe coperte dai lunghi calzettoni neri, la parte alta, con il bavero abbondante, viene usata come se fosse un grosso tascone, una sorta di marsupio nel quale ciascuno può tenere oggetti, documenti, cibo, attrezzi e tutto ciò che in essa può essere trasportato.
La cintura nera che li cinge in vita è la Kera ed è fondamentale proprio perchè fa da “fondo” al tascone.
Per le donne c’è invece la Kira, un vestito lungo fino alle caviglie fatto con tessuti colorati e decorato con disegni geometrici tradizionali.

LA MAZZETTA CROMATICA
Ma in Bhutan la tradizione non è solo negli abiti, qui viene mantenuta viva anche nelle case che devono avere un particolare tipo di finestra in legno sagomato e colorato secondo lo stile locale. E non è tutto: anche i colori ammessi in qualunque tipo di utilizzo pubblico o privato sono stati previsti in una speciale “mazzetta cromatica”, che ne ammette solo alcuni escludendo tutti gli altri.

BUDDISMO, INDUISMO E CRISTIANESIMO
Il buddismo è la religione di Stato in Bhutan, ma c’è anche una certa apertura verso altre religioni come l’induismo e per le minoranze cristiane, che possono professare però il loro credo solo in casa. I festival di origine religiosa si svolgono all’interno degli Dzong, che sono i tipici edifici con una curiosa funzione mista di centro militare e allo stesso tempo anche religioso, tutto all’interno di uno stesso edificio. Gli Dzong, vengono costruiti rispettando le regole di stile imposte per legge e naturalmente il lavoro di progettazione viene stabilito in accordo tra le autorità religiose e quelle civili.

TSHECHU, IL FESTIVAL RELIGIOSO  
Ogni Dzong ospita un festival religioso annuale chiamato Tshechu, durante il quale si svolgono le danze con costumi coloratissimi che rappresentano animali reali o mitologici chiamate Cham, che possono durare per ore ad un ritmo lento e incessante, angosciante e tetro. Fondamentalmente le trame dei Cham celebrano la vittoria del bene sul male, con la sottomissione del diavolo e la liberazione dagli spiriti maligni.

COREOGRAFIE RITUALI
Durante i Cham, tra i danzatori ufficiali che si esibiscono in faticose ed estenuanti coreografie rituali, fanno la loro comparsa assolutamente incontrollata delle figure di disturbo (anch’esse mascherate) che entrano liberamente e improvvisamente nella scena per ridurre la tensione. Hanno una ruolo fondamentale e allo stesso tempo irriverente e dissacrante e portano gli spettatori (e i bambini in particolare) a grosse risate inaspettate e nessuno si mostra disturbato dalla loro presenza, che ha esattamente la funzione del clown nel nostro circo durante l’esibizione dei domatori di leoni.

A MISURA D’UOMO
Un vero viaggiatore prima di partire sa darsi un obiettivo, ha uno scopo per decidere di fare quel viaggio. Ciò che ci spinge a metterci in viaggio non è mai la meta finale, la destinazione, non è un punto di arrivo, ma il concretizzarsi di un “percorso” che a volte dura anni e che nulla ha a che fare con la “strada” necessaria per arrivare. Ciascun viaggiatore si chiede quindi prima il perchè sceglie una meta piuttosto che un’altra e ciascuno avrà una risposta diversa da tutti gli altri.
Mi sono chiesto anche io perchè il Bhutan, perchè raggiungere una destinazione tanto insolita, un Paese quasi del tutto sconosciuto al turismo, nel quale arrivano ogni anno solo 20.000 turisti da tutto il mondo, metà dei quali sono indiani. Il Visto “all inclusive”, che costa circa 250 dollari al giorno, comprende anche il pernottamento, i pasti e la guida locale obbligatoria più i trasporti interni con autista privato e le tasse di soggiorno.
Sono andato in Bhutan perchè mi piacciono i viaggi etnici e scoprire culture lontane, mi piace il rapporto tra la gente e la religione, documentare la spiritualità delle persone che vivono in Paesi in cui la religione è un valore costituzionale e fa parte della struttura sociale.
Sono andato fino in Bhutan appositamente per fotografare il Festival di Punakha e di Thimphu, che si svolgono in ottobre a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Tutto il viaggio è durato 8 giorni di cui quattro li ho passati nei festival, vivendo le danze in mezzo alla gente. Qui gli spazi sono aperti e la libertà di muoversi è assoluta: ci si può sedere anche accanto al Re, se si trova un posto libero nella Tribuna d’Onore.
Il popolo è accogliente e sorridente: questa gente ti apre le porte di casa per farti entrare e offrirti un tè anche se non ti ha mai visto prima. Molti di loro vivono in campagna, coltivando riso sui campi terrazzati a gradoni e sono molto ospitali con i pochi stranieri che si spingono fino in Bhutan a scoprirne la cultura.
In Bhutan tutto è a misura d’uomo: basti pensare che in tutto il Paese non esiste un semaforo e che gli incroci principali sono controllati da vigili urbani che dirigono il traffico in guanti bianchi, grazie al Ministero della Felicità qui non esiste la disoccupazione.
In tutto il Bhutan c’è un solo aeroporto, a Paro, incastrato in una valle e il suo atterraggio è così complicato che ci sono solo 6 piloti al mondo abilitati a farlo.
Tutti questi mi sono sembrati motivi più che sufficienti per scoprire che il Paese in cui tutti vorremmo vivere per essere felici esiste davvero e si chiama Bhutan.

Ah… Ricordate un’ultima cosa: in Bhutan è severamente vietato fumare!                                 

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