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I ‘no’ che ci salvano

Si è rifiutata di firmare un contratto, di vestirsi in un certo modo e di avere comportamenti ‘consoni’ ad un certo ambiente. E poi ci ha messo la faccia, denunciando chi l’aveva fatta sentire sbagliata

Lun 27 Apr 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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In linguistica si definisce parola olofrastica perché equivale ad una intera frase. È formata da solo due lettere che compongono un’unica sillaba, eppure è una delle parole più difficili da pronunciare, perché in quel “no” è racchiuso un atto d’amore verso noi stessi. Oltre che l’affermazione della nostra libertà, della nostra personalità, del diritto di scegliere senza condizionamenti chi ci piace e chi non vogliamo nella nostra vita. Eppure spesso non riusciamo a pronunciarla. Per paura di essere ricattate, minacciate, offese. E soprattutto per paura che ciò che ci viene prospettato sia vero, a causa delle nostre insicurezze. 
Ma Rosa Calvi non ha avuto paura e quel “no” ha deciso di pronunciarlo quando era studentessa di una prestigiosa scuola di formazione per prepararsi al concorso in magistratura. Un “no” il suo che è finito sui giornali e in tv. 
«Sono stata la prima a metterci la faccia. Ma prima di me c’era stata una denuncia anonima fatta da un padre di una ragazza che aveva frequentato la stessa scuola. Io ho impiegato dieci mesi a prendere questa decisione, perché quando ho chiuso il rapporto con la scuola, ero impaurita: era gennaio e dopo pochi mesi avrei avuto il concorso in magistratura. Pensavo che se fossi stata zitta si sarebbe dimenticato di me e mi avrebbe lasciata in pace. Temevo che, se avessi parlato, mi avrebbe fatto andar male il concorso. Quindi i primi mesi ho taciuto, provando a concentrarmi sull’esame, che poi non ho fatto perché continuavo ad aprire e chiudere i libri, rivivendo nella testa questa storia».

Cosa era successo? 
«Dopo essermi iscritta alla scuola, il direttore approcciò parlandomi della possibilità di prendere una borsa di studio che prevedeva anche l’assistenza didattica individuale. Io ero felice. Ma quando mi presentai a lezione, mi sottopose un contratto che avrei dovuto firmare per accedere alla borsa e che prevedeva la “conoscenza di segreti industriali direttamente attinenti al concorso”, prevedeva obblighi non attinenti allo studio che riguardavano la vita personale, le frequentazioni, il numero di uscite, i fidanzati che non avrei potuto avere e anche l’obbedienza».

Che cosa pensasti?
«Mi diede 24 ore di tempo per riflettere. All’inizio pensavo di capire male io. Pensavo che forse, parlando di abbigliamento, intendesse consigliare un vestiario consono al decoro professionale. Quando il giorno dopo andai a lezione, lui mi chiese di fare un colloquio conoscitivo. La lezione si svolgeva nella sala conferenze di un hotel. Quindi al termine, alle 20.30, mi disse di fermarmi nella hall del bar per fare il colloquio. Mi chiese qualcosa di me e io gli iniziai a parlare del mio curriculum, del trasferimento dalla Puglia per la laurea… Ma lui mi fermò e mi disse che non voleva conoscere il mio curriculum: quello che voleva sapere era quanti fidanzati avessi avuto e le esperienze vissute. Io gli risposi che questo non mi sembrava rilevante ai nostri fini. Ma lui aggiunse che, se avessi deciso di firmare il contratto, avrei dovuto perdere cinque chili in cinque mesi. Io non sapevo che dire. Era talmente surreale quella conversazione che mi veniva da ridere. Poi aggiunse che per le mie occhiaie potevano essere sufficienti due punturine e che mi avrebbe indicato da chi andare. Ero davvero interdetta. A quel punto si avvicinò e mi baciò a stampo sulle labbra… Ero pietrificata. Di fronte a questa mia reazione lui mi disse: “Tranquilla era un bacio di affetto, perché io non dò baci sulle guance”. L’unica cosa che riuscì a fare fu alzarmi e dire che andavo a casa che mi aspettava mio fratello. Lui mi guardò e disse: “Io vengo prima di tuo fratello”. Ero senza parole. Quindi me ne andai».

Cosa è successo dopo?
«Il giorno dopo, visto che avevo pagato 2400 euro il corso, anticipando tutti i soldi, sono tornata a lezione. Durante la pausa pranzo mi convocò e mi disse che dovevo chiedergli scusa per il comportamento della sera prima. Io gli risposi che non pensavo di doverlo fare. Vista la mia risolutezza, mi disse: “Sappi che da questo momento non puoi più farmi domande a lezione. Però, se cambi idea, puoi venire da me”. A quel punto abbandonai la lezione mezz’ora prima, proprio per evitare di incrociarlo di nuovo e poi decisi di non tornare più: mi aveva stancato questo atteggiamento e, analizzando ogni aspetto, mi resi conto dell’assurdità della situazione. Da quel momento cominciò a mandarmi messaggi, finché mi propose un weekend a Milano, per seguire le lezioni del corso e per fare una serie di prove di ‘addestramento’ in hotel. Gli dissi che non sarei andata a Milano e di sceglierne un’altra di ragazza: di fronte a questo mio ennesimo no, mi cacciò dalla scuola e mi fece inviare una mail dalla segreteria in cui mi si chiedeva l’iban per riaccreditarmi i soldi versati».

Ma, nonostante questo, i contatti continuano.
«A quel punto cominciò a insultarmi al telefono. Mi diceva che ero una mediocre, che la mia vita era mediocre e sarebbe rimasta tale e che non capivo... Dal canto mio, mi mostravo sempre rispettosa, perché io continuavo ad aver paura per l’esame. La mia speranza era che mi lasciasse in pace. Dopo circa un mese di contatti, mi propose di vederci a Roma “per mettere un punto definitivo” e io accettai, purché fosse in un luogo pubblico. In quell’occasione mi disse di fare quello che volevo, di tornare a lezione, di non firmare il contratto, di non fare l’addestramento, ma di rispettare l’abbigliamento consigliato. E poi mi invitò a partecipare a un convegno a Bari dal titolo “La negoziabilità delle relazioni intime”. Gli dissi che ci avrei pensato, poi non mi feci più viva. Al convegno non andai e a sua domanda risposi che non sarei più tornata. Lui mi rispose con un in bocca al lupo e sparì».

Come ti sentivi?
«Stavo male. Ma non dicevo niente. Solo dopo un po’ cominciai a raccontare tutto alle amiche senza fare il suo nome. Per poi cominciare a raccontare tutto facendo il suo nome. Dovevo liberarmi di questa storia».

Finché venne pubblicato un articolo su Il Fatto Quotidiano.
«A dicembre dello stesso anno lessi questo articolo con la denuncia anonima del papà di una ragazza che aveva frequentato la scuola prima di me. Ero felicissima. Ma volevo capire se ci fossero procedimenti per poter offrire la mia testimonianza. Finché un giorno una ragazza che frequentava la scuola con me mi chiamò. Si ricordava che ero stata male, che non aveva mai potuto chiedermi niente, dal momento che chi veniva selezionato per la borsa di studio non ne poteva parlare con nessuno… E alla fine mi propose di farmi intervistare dal suo fidanzato, che scriveva sul Corriere della Sera! Accettai e qualche giorno dopo fu pubblicata». 
 
Cosa è successo?
«Fui subissata di telefonate per interviste in tv e sui giornali. Ci ragionai su e, dopo una esitazione iniziale, pensai di accettare perché sarei potuta essere utile ad altre ragazze nella stessa situazione. Anche se lui mi aveva sempre detto che ero stata l’unica a dire di no… Per questo in tv feci un appello: “Se non sono l’unica ad aver detto di no, parlate, perché so come potete stare”». 

Come stavi?
«Ero tormentata. Mi continuavo a domandare perché un uomo avesse pensato che io potessi accettare. Non riuscivo a credere che uno nella sua posizione potesse comportarsi così: forse ero io la strana».

Rispose qualcuno all’appello televisivo?
«Mi scrisse una ragazza: le era successa una cosa simile nel 2013. Mi disse che era dovuta andare dallo psicologo. E poi mi hanno scritto altri ragazzi e ragazze raccontando cose simili in altri ambiti lavorativi».

I tuoi genitori?
«I miei genitori mi sono stati vicini. All’inizio, quando fui espulsa, non avevo raccontato del tentato bacio, non volevo farli preoccupare. Ma prima che uscisse l’intervista, ho detto che volevo parlare e loro mi sono stati accanto e mi hanno sostenuta. Raccontandola, ho esorcizzato e buttato fuori un peso. Non raccontandola, mi sarei sentita complice!».

Perché hai avuto paura all’inizio?
«Quello che ho sbagliato è non capire subito che non c’è ruolo, non c’è titolo di studio che possa giustificare una cosa del genere. Se una cosa è giusta è giusta sempre. E questo supera qualsiasi carica. Non c’è nessuna persona talmente potente da poterti far sentire una nullità. Io ho avuto paura perché lo idealizzavo. Ora lo vedo per quello che è». 

Quanto ti ha cambiata?
«Molto! Prima in negativo e poi in positivo. All’inizio avevo paura di rimanere sola, di uscire, se qualcuno mi guardava. Quando andavo in tv, se avevo un abito con uno spacco, me lo facevo cucire in sartoria. Perché poi, ovviamente, non è mancato chi ha detto “è una bella ragazza, l’ha fatto perché voleva andare in tv”. O chi ha detto che non avrei dovuto mettere gonne e tacchi in tv! Diciamo che su 100 commenti positivi due erano negativi, ma erano proprio quei due che all’inizio facevano più male. La cosa più amara è che di solito sono commenti che provengono dalle donne! Ma io l’ho fatto per noi e anche per voi, per giovare a tutti! Dopo ho esorcizzato: mi sento in pace con me stessa e, se tornassi indietro, lo farei 100 volte. Penso invece che le cose ti capitano per un motivo. Perché proprio a me è capitato? Perché io avevo la forza di far venire fuori questa storia. Ho imparato che è importante saper alzare la testa, ribellarsi di fronte a simili situazioni: per sé e per gli altri».

Vuoi fare ancora il magistrato?
«Non ho mai spostato lo sguardo dal mio obiettivo. Anzi, dopo questa storia, voglio fare il magistrato ancora di più!».                          

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