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Inceneritori: falsi miti in fumo

Bruciare i rifiuti è antieconomico e danneggia la salute e l'ambiente. E il tormentone dei mitici inceneritori di Brescia e Copenaghen? Una bufala e un flop a rischio fallimento! Ecco perché. L’alternativa sana in Italia funziona da 20 anni

Lun 27 Apr 2020 | di Francesco Buda | Ambiente
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Di’ la verità: anche tu hai in testa il mitologico inceneritore nel cuore di Brescia e le suggestive sciate a Copenaghen sui megaforni che bruciano rifiuti. Due casi presentati come gioielli tecnologici per risolvere la gestione dell'immondizia, convenenienti in termini economici ed ecologici, generando elettricità e calore per la case. Lo ripetono politici, affaristi, giornaloni blasonati e tv. Chiamandoli con fantasiosi e ingannevoli nomi – termovalorizzatori, termocombustori, termoutilizzatori – raccontano che sono indispensabili, efficienti, sicuri, belli e persino innocui per la salute e l'ambiente. Ma nessun Tg ti dice l'enorme fiume di sussidi pubblici che hanno divorato finora e continuano a prendere. 

L'Italia, poi, è l'unico Paese al mondo che ha “assimilato” gli inceneritori alle fonti rinnovabili, cioè li ha considerati come fonti pulite e quindi meritevoli di sussidi statali pagati tramite le bollette elettriche! Oltre ad altri veleni, rispetto a tutte le centrali energetiche fossili e rinnovabili, emettono più anidride carbonica, killer numero uno del clima. Ostacolano l'economia circolare e la lotta ai cambiamenti climatici, ma in 10 anni anni, i dati più aggiornati ci dicono che in Italia l’incenerimento è aumentato del 25%: dal 2008 al 2018 (quasi il 6% in un solo anno, dal 2017 al 2018). Lo rileva l'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Cosa ancora più folle, oltre la metà dei rifiuti inceneriti nel 2018 sono rifiuti urbani “tal quali”. Entrano plastiche, metalli, carta, umido ed escono polveri cancerogene e su ogni ogni tonnellata bruciata circa un quarto di scorie e ceneri da mettere in discarica. Consumano e distruggono molta più energia di quella che generano. Nonostante tutto ciò, il governo Renzi, nel 2016, con il decreto Sblocca Italia voleva imporne altri 8 senza l'obbligatoria valutazione ambientale strategica. Ma anche altri politici li vogliono… 


BRESCIA: TROPPO GROSSO, SPORCO E FURBETTO
Dissero che avrebbe avuto una capacità di 266mila tonnellate annue per i soli di rifiuti di Brescia e provincia. Invece quando fu acceso, nel 1998, con due forni per circa mezzo milione di tonnellate di rifiuti l'anno. Il più grande d'Europa. Nel 2004 le tonnellate sono diventate 800mila con la terza “linea”, che fece salire i già enormi incentivi pubblici. 
Ora è il più grande e il più celebrato d'Italia e brucia anche materiali indifferenziati e anche da fuori regione…  “Proprio il "modello Asm" (la società comunale che volle l'inceneritore bresciano, ndr) è la dimostrazione che l'incenerimento è una trappola micidiale, nemica di una corretta gestione dei rifiuti: una produzione di rifiuti da record, doppia delle realtà virtuose, con una raccolta differenziata inefficace che non riesce neppure ad intercettare l’incremento di rifiuto prodotto per cui l’indifferenziato da smaltire, con l’inceneritore, è in continuo aumento; una grande quantità di rifiuti, in uscita dall'impianto, in parte anche pericolosi, da collocare in discarica, superiore addirittura all’ipotesi di una gestione corretta senza inceneritore; una pressoché irrilevante produzione di energia, conveniente solo perché incentivata dallo Stato e in regime protezionistico; infine un’aggiunta di inquinamento che, nel caso di Brescia, va a compromettere ulteriormente un ambiente urbano tra i più contaminati al mondo”. 
Così spiega, in estrema sintesi, lo storico dell'ambiente Marino Ruzzenenti su ambientebrescia.it, sito sul quale è ricostruita in modo dettagliatissimo e documentato la pazzesca storia di questo gigantesco impianto.  

EMISSIONI E SUSSIDI ENORMI
Una telenovela tra omertà istituzionali, sviste politico-affaristiche, dati ballerini, polveri e veleni, violazioni delle norme e infrazioni europee. Citiamo alcuni tra i più terribili fatti. Le prime due linee costarono 180 milioni di euro. Nei primi 9 anni anni hanno ricevuto quasi il doppio dallo Stato: circa 315 milioni di euro, dal 1999 al primo trimestre 2007. 
E poi un'altra sessantina di milioni di euro grazie alla terza linea. A settembre 2009 l'Arpa Lombardia, agenzia per la protezione ambientale della Regione, registrò emissioni di diossine almeno 10 volte superiori a quelle riferite dal gestore. E poi? A marzo scorso Brescia, durante il blocco del traffico e con l'acciaieria ferma per il coronavirus, ha avuto comunque vari sforamenti delle Pm10, le temute particelle cancerogene. 
«L'Asl tace e non fa verifichei», denunciano da anni i cittadini di Brescia, e l’impianto «brucia anche rifiuti speciali, spacciati per biomasse e importati dal Sud, ancora più pericolosi».  Dopo 14 anni dal suo avvio l'autorità di controllo ambientale (Arpa Lombardia) ha registrato e rivelato molte carenze, inadempienze e malfunzionamenti. 
«Emette circa 500 grammi di anidride carbonica per ogni kilowattora di elettricità o di calore per il teleriscaldamento prodotto», spiega l'ingegner Massimo Cerani che collabora con gli attivisti bresciani. Molto più rispetto a tutti gli altri impianti che producono energia. Ad esempio, le centrali a metano – altra bufala che azzoppa le vere rinnovabili ma supersussidiata dallo Stato – emettono 365 grammi di CO2 per kw/ora generato. 

UN MITO BUFALA: «LO ABBIAMO SMONTATO»
«Il mito dell'inceneritore di Brescia lo abbiamo smontato - prosegue il tecnico lombardo -, anche perché la sua tecnologia di trattamento dei fumi è tra le più scadenti d'Europa: per tanti anni è stato senza catalizzatore, che costa molto e fa perdere rendimento energetico. Vuol dire che gli ossidi azoto e altri macro inquinanti dannosi per salute e ambiente (ossidi di zolfo, polveri, acido cloridricio, ammoniaca) non vengono trattenuti. 5 anni fa ne hanno installato uno sperimentale. E solo dopo 22 anni di funzionamento, hanno dichiarato che installeranno un catalizzatore come hanno molti altri inceneritori. Dopo enormi incassi, adesso promettono la tecnologia migliore disponibile che per risparmiare si sono rifiutati di installare finora». 
La terza linea fu bocciata nel 2007 dalla Corte di Giustizia europea perché autorizzata e costruita senza l’obbligatoria valutazione di impatto ambientale, con iter semplificato come se non si trattasse di un impianto così impattante, e senza dare idonea pubblicità al progetto per consentire alla popolazione di esprimere osservazioni come prevede la legge. Già nel 2004 la Commisione europea, ossia il governo Ue, mise in mora il governo italiano per questi atti e fatti, denunciati in sede europea dai cittadini bresciani. «Il terzo forno fu realizzato con la scusa di bruciarvi “biomasse” (“anche scarti di cartiera contaminati da metalli e cloro, inidonei secondo la legge”, denunciò Ruzzenenti, ndr), ma ormai bruciano un po' di tutto e mischiano materiali con alto potere termico, tipo le plastiche, e rifiuti che bruciano poco: un controsenso tecnico, fisico e chimico – precisa l'ing Cerani, che è anche consulente per la gestione dei rifiuti per diverse Amministrazioni locali -. Ho lavorato con parecchi Comuni per fare la raccolta differenziata a domicilio, il porta a porta ben fatto, ma abbiamo trovato ostacoli perché la roba doveva finire in quell'inceneritore. Hanno tenuto la nostra gente, oltre 1,2 milioni di abitanti, nell'ignoranza, mandando i loro funzionari a dire “non fate la differenziata, non fate il porta a porta: c'è l'inceneritore che vi costa pochissimo”. Per 20 anni hanno bloccato in Italia lo sviluppo di un sistema virtuoso. Il Sud Italia non deve assolutamente imitare la Lombardia!». Su un milione e 944mila tonnellate bruciate nei 13 inceneritori lombardi nel 2018, ben oltre un milione erano non trattati, cioè così come li hanno buttati i cittadini. È andata così per il 30,2% di quelli inceneriti a Brescia, che inoltre - sottolinea ambientebrescia.it  - “produce ogni anno 180.000 tonnellate di rifiuti speciali, in forma di scorie e polveri, di cui 30 mila pericolosi”.

L’ALTERNATIVA C’E' E CONVIENE
Si dirà “Ma da qualche parte bisognerà pure metterli ‘sti rifiuti!”. L'alternativa c'è, funziona e costa meno. Confrontiamo la bolletta dei rifiuti di Brescia con quella di chi le pratiche virtuose le ha messe in atto dal 2000: Treviso e altri 48 Comuni della sua provincia riuniti nel Consorzio Priula, il migliore esempio italiano di alternativa al “sistema” degli inceneritori. Ecco i dati Ispra per il 2018. Senza nessun inceneritore, Treviso è la provincia con più raccolta differenziata (87,31%, media Italia: 58,18%), con 388,2 kg a testa di rifiuti prodotti. Provincia di Brescia: 76,41% di raccolta differenziata e 520,74 kg a testa. A Brescia città, con quel bestione di inceneritore pagheranno meno? No. Ogni bresciano paga 155,28 euro l'anno, mentre a Treviso città pagano 122,78 euro a testa. La tariffa media italiana è di 174,48 euro per abitante. Dunque a chi conviene? 
E meno male che nel 2006 l'inceneritore – pardon, “termoutilizzatore” - di Brescia è stato eletto “miglior inceneritore del mondo” dal Waste to Energy Research and Technology Council… Come hanno fatto invece a Treviso? Porta a porta spinto e tariffa puntuale e (più differenzi e meno paghi, come previsto già nel decreto Ronchi del 1997…). Ogni utente ha il trasponder personale sul secchio dell'inddiferenziato: così gli misurano elettronicamente il peso dei vari rifiuti non riciclabili. Meno ne producono e meno pagano. 
E poi: riduzione, riuso, riciclaggio spinto, creando anche più posti di lavoro puliti. Senza incenerire. È quello che prevedono la normativa nazionale ed europea e che invocano da anni molti cittadini. 

COPENAGHEN: PISTA DA SCI... CONTI IN DISCESA. RISCHIO FALLIMENTO
L'inceneritore di Copenaghen, ad Amager, da 560mila tonnellate l'anno “emette solo vapore acqueo”. Si dice. Ma non è così. Molto meno, ma inquina sprigionando ogni anno: 43 tonnellate di ossido di carbonio, 3,7 di carbonio organico, 16 di polveri, 3,9 di acido cloridrico, 70 di anidrire solforosa, 0,4 di piombo, mezza tonnella di acido fluoridrico e 0,08 di mercurio e cadmio. Molte analogie con quello di Brescia. Troppo grande, doveva bruciare solo rifiuti locali e invece è in crisi, come l'intera Danimarca, e devono alimentarlo con immondizia estera e hanno previsto di bruciarvi anche materiale organico (“biomasse”) che ha minore potere calorico e abbassa la resa energetica. Tutte cose escluse all'inizio ma attuate per non fallire. È costato 534 milioni di euro a carico dei 5 Comuni che lo hanno voluto. Dovrebbe produrre elettricità e calore a zero emissioni di carbonio e garantire incassi agli Enti locali. 
“Una dopo l'altra le promesse sono state infrante, rendendolo un simbolo di aspirazioni ambientali non mantenute della Danimarca, che potrebbe vedere i suoi obiettivi climatici ed energetici compromessi per decenni a venire”, afferma un dossier degli esperti di ZeroWaste Europe, rete indipendente supportata anche dal programma LIFE dell'Unione Europea. Obbliga infatti a bruciare per 30, forse 40 anni “minando il piano climatico” della capitale. Non a caso il Comune di Copenaghen ha negato al mega-progetto un prestito di garanzia per la sua realizzazione. Avrebbe preferito un impianto più piccolo e puntare di più e meglio su riutilizzo e riciclaggio dei materiali. Il progetto era quasi arenato perché mancavano i soldi. Secondo la stampa danese, è stato sbloccato grazie all'intervento dall'alto da parte dell'allora Ministro delle finanza, Bjarne Corydon del partito socialdemocratico, da sempre al potere anche nella capitale danese.  

COPENAGHEN, CHE FLOP!
Per un paio di settimane nel 2017 lo hanno dovuto spegnere per un errore progettuale: non riusciva a gestire i cambi temperatura. 
Inoltre, l'energia prodotta per il teleriscaldamento, risulta in gran parte inutile nei mesi estivi, nei quali non funziona a pieno regime. Proprio come a Brescia, dove il calore viene buttato quasi tutto via nei 3-4 mesi l'anno in cui i termosifoni non servono. Morale: «Lo stanno pubblicizzando per la pista da sci, ma gli stessi governanti danesi hanno una exit strategy dal tunnel dell'incenerimento e hanno dichiarato che devono rivedere drasticamente la gestione dei rifiuti – spiega l'ing. Cerani, esperto del settore oltre che del caso Brescia -. La Danimarca ha investito tutto sull'incenerimento, dipende dai rifiuti esteri ed ora è in condizioni pietose rispetto alla legislazione europea, che punta sempre più su riduzione, riuso e riciclaggio». “È stato un fiasco tecnico e finanziario – conclude ZeroWasteEurope -, caratterizzato fin dall'inizio da una cattiva valutazione che ha ignorato la consulenza di esperti. Dato che è finanziato attraverso un prestito trentennale, sono i contribuenti danesi che pagheranno il prezzo dei rifiuti importati per farlo funzionare”. Con più diossine e inquinanti, lo stesso è successo con l'altro “miracolo” di Brescia e con tutti gli inceneritori del mondo. 
Mentre i ghiacchiai si sciolgono e la neve scarseggia, anche sulle nostre Dolomiti, stiamo ancora a parlare delle sciate su forni che aggravano il disastro climatico in atto!                      

 


Gli esperti UE: non finanziarli, sono contro l’economia circolare 

Nuova bocciatura europea per la strategia “Waste to Energy” (energia bruciando rifiuti). L’incenerimento anche se recupera energia non va finanziato dall'Unione europea perché danneggia l'ambiente e ostacola l'economia circolare distruggendo enormi quantità di materiali riciclabili. È la conclusione del nuovo report uscito a marzo scorso, condotto dal TEG, il gruppo di esperti incaricati dall’UE di individuare i criteri per una economia europea sostenibile contro i cambiamenti climatici. La Commissione europea, cioè il governo UE, a gennaio 2017 ha comunicato all’europarlamento che il “finanziamento pubblico non dovrebbe favorire la creazione di sovraccapacità, come gli inceneritori, per il trattamento di rifiuti non riciclabili”. Anche perché aumentando il riciclaggio quindi gli inceneritori sono destinati ad avere sempre meno combustibile. 

 


Da luglio nuovi obiettivi UE: + riciclo

Entro il 5 luglio 2020 ogni Paese dell’Unione Europea dovrà recepire e far entrare in vigore le 4 nuove 4 Direttive UE sull’Economia Circolare. Esse confermano l’importanza del sistema basato sul riuso dei materiali, la valorizzazione degli scarti e la progettazione sostenibile grazie anche alla responsabilità del produttore. I nuovi  obiettivi sono: non solo differenziare, ma riciclare almeno il 55% dei rifiuti urbani entro il 2025, poi almeno il 60% entro il 2030 e il 65% entro il 2035. Riciclo del 65% dei rifiuti di imballaggi entro il 2025 (e poi 70% entro il 2030). Un ulteriore schiaffo agli inceneritori. I Comuni o gli àmbiti territoriali ottimali (ATO) che non rispetteranno queste percentuali dovranno corrispondere un’addizionale del 20%, (“ecotassa”), i cui costi aumentano o diminuiscono a seconda del raggiungimento di determinate percentuali.

 


Il riciclo rende il 350%

Riciclare anziché incenerire conviene come forse nessun altro investimento: ogni euro speso per far rinascere le “materie prime seconde” - cartoni, giornali, scatolette, bottiglie, ecc. - produce 3 euro e mezzo, al netto dei costi. Circa il 350% pulito. Ciò emerge dai minuziosi calcoli della Althesys, società specializzata nella ricerca e consulenza in ambito energetico e ambientale. 

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