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Dobbiamo fare rete

Per affrontare le perdite, si punta su consegne a domicilio, relazione con il territorio, ‘personalità’ del libraio e una legge appena approvata che farà uscire il libro dalla crisi: parola di Ali

Lun 27 Apr 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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Le librerie sono rimaste chiuse dal 12 marzo al 14 aprile, periodo durante il quale la grande distribuzione ha preferito dare la precedenza nelle spedizioni ad altri prodotti. Così i libri hanno ulteriormente rallentato la loro corsa, nonostante il tempo a disposizione nel periodo di ‘clausura’ avrebbe potuto rappresentare un incentivo alla lettura. Certo i dati sui lettori in Italia non sono mai stati così confortanti e questo momento prova ulteriormente che non è attribuibile alla mancanza di tempo la scarsa propensione all’apertura di un testo scritto...

Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa accadrà, alla luce anche della riapertura delle librerie, abbiamo intervistato il presidente di Ali - Associazione librai italiani - Confcommercio, Paolo Ambrosini che in mezzo ai libri ci è nato e cresciuto, cominciando la sua avventura nella libreria di famiglia, in provincia di Verona. «La nostra libreria ha 70 anni. In mezzo ai libri ci ho passato la mia vita, sin da piccolissimo. E la passione per quel luogo mi è rimasta dentro e ho deciso di coltivarla nel tempo, nella consapevolezza che è importante fare rete per affrontare ogni difficoltà, come stiamo verificando oggi ancora di più». 


Quale è la salute del libro oggi?
«Al momento della riapertura delle librerie il 14 aprile avevamo perso 25 milioni di euro in un mese di chiusura. Motivo per cui abbiamo chiesto l’istituzione di un Fondo speciale con contributi a fondo perduto. A fine marzo, sulla base dei dati rilasciati dai grandi gruppi editoriali, si era registrato un calo delle vendite del 50%. Inoltre, sulla base di una proiezione che avevamo fatto per il periodo 23 febbraio-25 marzo abbiamo registrato una perdite nel fatturato di 47milioni di euro pari a circa 16,5 milioni di euro di utili lordi: circa il 6% del giro d’affari del settore. Perdite a cui aggiungere i mancati incassi dovuti alla cancellazione delle attività nelle scuole e degli eventi di promozione culturale, come i festival, le presentazioni di libri, gli incontri con gli autori, tutte annullate fino a giugno. È evidente che questa situazione come è logico ha creato grandi difficoltà alle librerie che avevano già un grosso problema di economia, come hanno dimostrato a cavallo del 2019 e del 2020 la chiusura di alcune librerie come la storica Paravia di Torino che era la seconda più antica d’Italia e due Feltrinelli a Roma». 

Quali sono i motivi?
«Questo perché nel tempo, in presenza di un mercato che non cresceva, gli editori hanno aperto altri canali invece di sostenere quello c’era e che permette di far circolare il loro prodotto. Ma nel momento della chiusura proprio il canale Amazon ha dovuto sospendere la vendita dei libri, dando la precedenza ad altri prodotti, proprio perché subissata di richieste. Alla luce di questo, un mondo industriale che investe in un operatore che in momenti di difficoltà, invece di sostenere, lo mette in coda forse dovrebbe interrogarsi sulla scelta di una strategia che si sta rivelando lesionistica. Quindi da una parte c’è chi garantisce che i libri degli esordienti abbiamo una visibilità, propone il libro attraverso i suoi contenuti, dall’altra ci sono i grandi editori che hanno messo una fetta importantissima del mercato in mano a player che usano il libro per vendere altro, prima con la grande distribuzione e poi con l’online. Il libro non era il loro focus, ma solo uno strumento per ottimizzare le attività di quel canale di vendita». 

Questo non ha fatto bene al libro, alla lettura e al mercato e ora è ancora più evidente. 
«Ma le librerie nel mese di chiusura si sono riorganizzate grazie ad Ali con la spedizione tramite corriere. E a questo proposito bisogna dare atto agli editori che hanno creduto a questa alternativa, spedendo libri a costo zero per il cliente. In questo modo, hanno recuperato il contatto commerciale con il territorio che avevano tentato di mantenere attraverso i social, recensioni, attività varie. La verità è che il mondo delle librerie è molto dinamico e creativo e i risultati che si stanno ottenendo lo dimostrano: quindi dove c’è un librario, il mercato e il cliente rispondono».

Proprio prima della crisi era stata approvata una legge sul libro in Italia.
«Dopo anni di discussione, anche noi finalmente abbiamo una legge che prevede una strategia pubblica di sostegno alla lettura, come in Francia e altri Paesi europei. Ha al suo interno anche rimodulato alcune scelte legate alla commercializzazione. Ma soprattutto prevede un progetto di lettura per il pubblico. Fino ad ora, l’Italia aveva puntato sulla promozione attraverso il prezzo, aveva cioè lasciato che fosse una questione solo legata al mercato. Oggi lo Stato ha preso atto che la promozione attraverso il prezzo non produce risultato. Negli ultimi anni non c’è stata, infatti, crescita di lettori. I dati sulla lettura sono come quelli di 17 anni fa, nonostante siano stati offerti libri a tutti i prezzi scontati possibili. Quindi si è capito che il prezzo non è risolutivo che occorre una strategia, che occorrono librerie, biblioteche, che il Ministero deve dare un indirizzo. Certo la crisi non aiuta la partenza della legge, ma, con un po’ di tempo e pazienza, qualcosa cambierà».

Quale strategia pensate di mettere in campo?
«Maggiore attenzione alla lettura, maggiore coinvolgimento delle scuole, apertura di biblioteche scolastiche, librerie rinforzate nella loro capacità commerciale, creazione di progetti con card che permettano di far leggere anche chi vive situazioni di disagio economico. E poi individuazione di un città del libro ogni anno, cosa che possa creare un effetto immagine sul territorio. E poi istituzionalizzazione del patto locale della lettura. Tutte attività che messe insieme danno vita ad una strategia. Inoltre importante è la regolamentazione del mercato. E un recupero parziale da parte delle librerie indipendenti potrebbe permettere loro di investire nella promozione, che già facciamo moltissimo ma è condizionato inevitabilmente dalle risorse. Potremmo organizzare più festival, più incontri: insomma tutto quello che aiuta a far incontrare il libro con i suoi potenziali lettori. È una grande sfida. E la cosa interessante dal punto di vista imprenditoriale è proprio la grande occasione che ci si prospetta: abbiamo davanti a noi una prateria da conquistare, perché il 60% degli italiani non legge!».

Che fare se si vuole aprire una libreria?
«Prima di avviare una attività di impresa è giusto fare un percorso di formazione per approcciare la meglio quel mercato. Oggi in una epoca così competitiva, nella quale gli sviluppi sono più repentini, è bene confrontarsi con chi questo mestiere lo fa da tempo. Noi abbiamo una scuola di formazione per aspiranti librai. Il nuovo corso doveva partire all’inizio di marzo, ma per ovvi motivi abbiamo dovuto rimandare all’autunno. Ogni anno si iscrivono ragazzi o persone di mezza età con sogni e progetti in testa che a conclusione del percorso rivedranno alla luce degli strumenti che gli diamo in mano».

Quali gli aspetti importanti da considerare? 
«È importante la relazione con il territorio: non si può approcciare il mercato senza conoscere le dinamiche del mercato, i rapporti conflittuali, le condizioni di acquisto. E questo può essere fornito solo da una scuola di formazione. Detto ciò le librerie, come tutte le attività commerciali, hanno spese fisse: affitto, tasse costo del dipendente, commercialista, oneri gestionali. E si tratta di costi incomprimibili».

Che margine di guadagno ha un libraio?
«Oggi è cambiata un po’ la situazione, ma diciamo che su 10 euro di venduto, al libraio, per un libro di lettura, ne arrivano 2,8 euro, dai quali bisogna togliere le spese. Nessuno pensa che i libri che sono in libreria sono stati pagati dal libraio. Quando li ricevi li paghi in base ad un rapporto definito con il fornitore: di solito si paga a 70/90 giorni. E paghi anche se non  vendi. E se non vendi non ti viene restituito ciò che hai versato, ma quello che hai versato, tolte le spese, viene scalato da future forniture, con tempistiche non codificate. Non solo: ogni anno vengono immessi nel mercato 70mila libri, quindi significa che un libraio deve saper scegliere bene e le novità non necessariamente vanno tutte bene».

I libri che vanno di più?
«È chiaro che la fiction e la narrativa funzionino. Ma ci sono dei momenti in cui la saggistica ha più fiato nella narrativa, come in questo momento in cui il lettore preferisce leggere qualcosa che sia ancorato alla realtà, piuttosto che qualcosa che se ne distanzi, come un romanzo».

Perché scegliere una piccola libreria?
«Perché ognuna è diversa dall’altra. Ciò che la caratterizza è il librario. Quello che si è consolidato nelle grandi è la standardizzazione dell’offerta. La piccola libreria o quella indipendente da questo punto di vista è diversa. Anche nelle catene ci sono librai ma è la struttura organizzativa è diversa e il rapporto che libraio può dare è condizionato dagli input dati dalla proprietà e anche il modo è limitato da direttive aziendali. Le indipendenti per esempio ora stanno portando avanti la consegne a domicilio, le grandi catene non stanno facendo nulla perché pensano di risolvere tutto con l’online, ma è giusto che ragionino così perché loro non hanno un contatto con il territorio».                                  

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