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Ciò che conta è la relazione

Parla il preside del primo Istituto che si è attivato con l’e-learning: quando la tecnologia crea opportunità, ma la didattica fa la differenza

Lun 27 Apr 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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L’Istituto comprensivo di Lozzo Atestino (Pd) è stato il primo in Italia che si è attivata con la didattica a distanza: nove plessi, 33 classi distribuite su tre Comuni dei colli Euganei - Cinto Euganeo, Lozzo Atestino e Vò – e dirette da Alfonso D’Ambrosio, premio Docente Innovatore 2015 e convinto sostenitore delle opportunità che ci può regalare la tecnologia. Come stiamo comprendendo tutti in questo periodo di isolamento forzato causa Covid-19. 

«Era il 21 febbraio quando il Sindaco ha annunciato che la scuola sarebbe stata chiusa. Il 24 abbiamo digitalizzato la segreteria e abbiamo cominciato con la didattica a distanza». 

Ma lei, in realtà, ha cominciato a promuovere l’uso della rete a scuola in tempi non sospetti: perché?
«Ho cominciato quando ero insegnate di matematica e fisica nel 2007-2008, perché, come si legge anche dei documenti europei, quella digitale è una delle otto competenze che dobbiamo raggiungere al termine di ogni ciclo scolastico e che riguarda tutti. E quando si parla di digitalizzazione non si intende solo imparare ad accendere o spegnere il computer o ad usare il mouse, ma anche ad elaborare contenuti digitali propri».

Ci può fare un esempio pratico?
«Non sempre gli studenti riescono a gestire la pervasività del digitale: la scuola dovrebbe insegnare ad usare questo strumento in modo costruttivo. Allora, quando insegnavo ai miei studenti, avevo fatto creare loro degli avatar di se stessi e gli avevo fatto simulare l’attività di uno sciatore, per esempio: un modo divertente ed istruttivo per imparare la fisica e la programmazione. Si può arrivare con la tecnologia a costruire cose molto elaborate: noi facevamo ausili per disabili e videogiochi educativi, oltre che a far lezione con tutti gli studenti del mondo!».

Ora, da dirigente, quanto è tornato utile?
«Sono neo dirigente da sei mesi in questa scuola. E voglio subito chiarire che la grande differenza la fanno due cose. Un 20% riguarda avere un nucleo di tecnici, di persone che sanno come implementare una piattaforma digitale. Perché in caso contrario il rischio di improvvisare è molto elevato. Per esempio è importante sapere che esistono piattaforme gratuite e bisogna saperle usare! Altro aspetto fondamentale perché la digitalizzazione funzioni – e questo ha un peso dell’80% - è l’aver costruito prima una comunità: cioè una scuola in cui ci siano docenti che facciano la propria parte. Partendo da questo, con la chiusura della scuola, noi abbiamo implementato la piattaforma, nel nostro caso Microsoft Teams, gratuita per le scuole, che era parzialmente pronta per le scuole medie e superiori. Ammetto che non era totalmente pronta per l’infanzia e la primaria: nessuno immaginava quello che sarebbe successo e diciamo che la didattica a distanza non è molto adatta per i bambini della Materna e dei primi anni delle scuole elementari. Per medie e superiori è più semplice. E comunque la vera differenza la fa sempre lo spirito di squadra!».

La distanza dell’e-learning non può allontanare?
«Noi parliamo di didattica della vicinanza e la tecnologia è una opportunità per rimanere in contatto, per farmi arrivare dove in questo momento non possiamo. Un concetto che ho spiegato spesso anche nei miei corsi, molti dei quali gratuiti, che ho realizzato per WikiScuola (Ente accreditato Miur - www.wikiscuola.it – ndr), dove mi occupo di didattica con il digitale: è proprio la didattica che fa la differenza». 

È verosimile che si arrivi a concludere l’anno così: che progetti avete?
«In attesa di disposizioni, sicuramente è un’emergenza sanitaria che sta diventando emergenza economica e anche educativa. E su tale aspetto ci stiamo interrogando. Per questo siamo stati tra i primi a somministrare dei test alle famiglie e ai docenti per capire l’efficacia del sistema. Da una parte abbiamo provato a capire quanti stanno accedendo al sistema e nel rispetto dell’ #esclusionezero ci risulta che abbiamo meno di dieci famiglie che non hanno pc o connessione adeguata. Laddove c’erano famiglie in difficoltà, infatti, abbiamo fornito 25 tablet che ci sono stati dati dal Ministero».

E a proposito dell’apprendimento?
«Quello che si evidenzia è che il bambino che ha difficoltà nelle lezioni in presenza mostra le stesse difficoltà anche in assenza e che le famiglie assenti nella normalità lo sono anche ora. Non solo: alla primaria, il 60% delle maestre ci dice che stanno peggiorando i processi di apprendimento; mentre per uno su tre è uguale. Invece le famiglie dicono che nel 60% l’apprendimento è uguale e per uno su tre sta peggiorando. Quindi la percezione dell’efficace del sistema è peggiore per i docenti. Inoltre, le famiglie in questa fase pensano che sia qualcosa di passeggero, nonostante abbiamo cominciato da un mese (L’intervista è stata realizzata il 28 marzo – ndr). Ma noto che qualcosa sta cambiando ora che le famiglie stanno percependo che forse si va avanti ancora con questo sistema: si nota un maggiore impegno da parte loro». 

Quanto pesa la digitalizzazione sulle famiglie?
«Sicuramente il peso sulle famiglie è abnorme quando si hanno bambini molto piccoli. La situazione cambia dagli 11 anni, quando i ragazzi si mostrano più autonomi. Ci sono scuole che fanno 5 ore davanti a un pc, cosa che io non condivido come educatore. Noi teniamo i bambini della primaria un’ora e mezza al giorno davanti al pc o registriamo le lezioni. Stiamo cercando anche di dare pochi compiti e di lavorare soprattutto sulla relazione. Preferiamo rallentare il processo di apprendimento, ma far sentire che ci siamo, che la comunità c’è, che ci sono i compagni e gli insegnanti. Non è pensabile fare didattica dando esercizi sul registro elettronico. Preferiamo fare incontri di un’ora e mezza al giorno, anche con gruppi più piccoli. Per esempio, la primaria la dividiamo in gruppi di 4-5 persone. Diciamo che la vera emergenza è per i più piccoli e la scuola lo sta capendo. Perché oltre a problemi di connessione abbiamo bambini affidati ai nonni, genitori che sono a casa, ma in smart working e quindi diventa tutto un po’ complesso. Ma ripeto la cosa che conta è far sentire di esserci: anche la maestra di mia figlia dice che è normale che si distragga molto…».

Si distraggono più facilmente i ragazzi?
«Sta andando tutto bene, ma certamente a volte i ragazzi si distraggono. Mi è capitato qualche giorno fa una studentessa che, durante l’interrogazione, ha spento il pc e ha detto che era saltata la connessione! È ovvio che tra i più grandi ci siano stratagemmi. Però, per esempio, prima i ragazzi si presentavano al computer in pigiama, ora si vestono. E una maestra mi ha detto in questi giorni che ora si trucca, si veste come se stesse andando a scuola e si mette anche il profumo! Insomma in questo momento, più della didattica, è importante il gioco di squadra!».

Ci sono psicologi a disposizione?
«Come scuola offriamo uno spazio di ascolto anche individuale. C’è una psicologa che gratuitamente è a disposizione: lei già lavorava con la scuola; ora il servizio è offerto dal Comune. Quindi, ancora una volta, è fondamentale la collaborazione con gli Enti territoriali».

Qual è il messaggio da trasmettere?
«#iononsonosolo: bisogna avere questa percezione! E nel nostro caso i genitori hanno attivato incontri tra di loro: spiegano come fare una ricetta, come sopravvivere con la didattica a distanza, come stirare in modo diverso. Alcuni si incontrano di sera e organizzano aperitivi e pizze a distanza: siamo tutti provati, ma sapere che siamo tuti nella stessa situazione ci solleva da un carico psicologico enorme! Quando sto male, devo avere la possibilità di chiamare qualcuno».

E i disabili?
«Il grosso problema sono loro: perché sono coloro che subiscono di più. Abbiamo per esempio una ragazza con difficoltà motorie che non può usare il mouse: in quel caso è fondamentale il supporto della famiglia sulla quale ricade tutto. Noi stiamo mettendo a disposizione gli insegnanti di sostegno e i mezzi che abbiamo, come le tastiere particolari per chi soffre di qualche disabilità. Ma dobbiamo sollevare di più la questione e sollecitare maggiori interventi!».

Il Sud come risponde?
«Io sono della provincia di Salerno e ho una sorella insegnante che mi racconta delle loro difficoltà. Perché, come tutti sappiamo, al Sud c’è il problema dell’infrastruttura: alcuni dei nostri Comuni al Nord hanno il wi-fi free, al Sud no. E sicuramente ci sono più difficoltà economiche. Ho sentito di scuole in cui, su 800 ragazzi, 200 a casa non hanno né pc né rete, perché non se la possono permettere e parliamo di una connessione che ormai costa 10 euro. In questo caso come può operare la didattica a distanza? Ma poiché sono sempre positivo e dobbiamo esserlo tutti, credo che per il Sud questa sia l’occasione per uscire vincitore, facendo venir fuori, ancora una volta, il fattore creatività. Le cose che sto vedendo prodotte al Sud con questo hashtag #lascuolanonsiferma sono sensazionali! Insomma: non bisogna piangersi addosso, perché la scuola in qualche modo arriva a tutti!».                      

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