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Speciale mamme

Mamme del 2020: per i loro figli lottano contro il tumore, la droga, lo stigma della diversità, l’anoressia, la violenza

Lun 27 Apr 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 11

Intense, complicate, assolute. Energiche, battagliere e totalizzanti. Impaurite e imprevedibili, immense e disarmate. Madri e mamme, irremovibili, ma anche dolci, come è dolce quella parola che è quasi una balbuzia che le chiama, smarrite, ma pronte a combattere quando a soffrire è il figlio. Quando a soffrire sono loro e il rischio è quello di lasciare soli coloro che hanno messo al mondo o che hanno scelto di sentire come carne della propria carne. 

Lo speciale è dedicato a loro nel mese della festa che le ricorda la seconda domenica di maggio: a chi ha scoperto di avere un tumore mentre aspettava una bambina, a chi ha lottato per donare una vita normale al figlio autistico, a chi tutti i giorni combatte contro un mostro chiamato anoressia, a chi è fuggita da un amore violento, a chi ha lottato per liberare un figlio “attossecato” dalla droga.  


 


Con il tumore? Diventare mamme si può

Valentina, mentre aspetta un figlio, scopre di avere un tumore al seno. 
Ma, grazie alla ricerca, viene sottoposta a cure che salvano lei e la bimba

di Angela Iantosca         

Il tumore al seno colpisce una donna su nove nell’arco della vita: 145 al giorno, 53mila donne l’anno. Ma la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è in costante aumento: negli ultimi venti anni è passata dall’81 all’87%. Tutto questo grazie agli studi, alla ricerca, agli investimenti, alle diagnosi precoci, alle cure che permettono di dire a sempre più donne di avercela fatta. Come a Valentina che ha affrontato e vinto la battaglia contro un tumore al seno qualche anno fa. E che oggi è volto della campagna de L’Azalea della Ricerca di AIRC, che quest’anno, invece di svolgersi in piazza in occasione della festa della mamma il 10 maggio, sarà on line (airc.it).
«Ero in vacanza, era estate e mi stavo facendo una doccia, quando ho sentito un nodulo. Io sono una persona molto tranquilla, ma effettivamente era molto strano: era un qualcosa che non avevo mai sentito. Allora ho deciso di fare una ecografia. Visto il periodo, sono andata in un centro privato. E il medico ha sottovalutato una situazione che, invece, meritava di essere approfondita. Ma, grazie al suo responso, io sono tornata in vacanza e dopo pochi giorni ho anche scoperto di aspettare un figlio, il mio secondo. Ero felicissima e con me mio marito».

Valentina prosegue la sua vita in tranquillità finché il 21 dicembre va a fare una visita dalla ginecologa. 
«In quei mesi il nodulo mi sembrava che crescesse sempre più. Ma lo avevo attribuito alla gravidanza, agli ormoni. Ma era davvero troppo grande e poi faceva male. Quindi ho approfittato della ginecologa per mostrarglielo: il 23 dicembre mi ha mandata subito a fare una ecografia. Il 30 mi hanno fatto fare una biopsia i cui risultati mi sono stati consegnati il 3 gennaio: carcinoma al seno triplo negativo, una forma molto aggressiva, con un livello di proliferazione altissimo, del 94%.  Quello è stato il momento più difficile. Perché avevo metabolizzato ormai l’idea che avessi un tumore. Ma non così. Ancora di più perché ero al sesto mese di gravidanza. Ero sicura che avrei dovuto fare la chemio e che avrei compromesso tutto. Almeno così pensavo». 

Invece cosa è successo?
«Mi hanno spiegato che mi avrebbero operata, ma che avrei dovuto iniziare subito la chemio, perché, in realtà, grazie alla ricerca e a protocolli di cura speciali, è stato capito che la chemio è possibile anche in gravidanza, da una certa data in poi, con determinati farmaci. Avendo un tumore così aggressivo, aspettare sarebbe stato un rischio per me. Come del resto sarebbe stato un rischio far nascere Anna alla ventottesima settimana. La cosa migliore per entrambe, quindi, era iniziare questo protocollo di cure studiato apposta per me. La cosa particolare era che i farmaci li assumevo nell’arco di quattro giorni, in modo molto lento, in modo da evitare effetti tossici a carico della bambina».

Cosa ha provato quando le hanno prospettato questa possibilità?
«Mi sono sentita sollevata. Potevo curarmi e far nascere la mia bambina. E mi tranquillizzava anche rispetto all’altro mio bambino, Matteo, di poco più grande».

Suo marito?  
«Mio marito è stato sicuramente molto forte. E non credo sia semplice stare accanto ad una persona malata che si ama: chi sta male ha la testa su un obiettivo, ha una cosa che occupa la mente che è la guarigione. Stare vicino a chi non sta bene ti fa sentire impotente. Lui mi è stato sempre accanto, mostrandosi sereno. Anche se so che non lo era».

Ma per voi fondamentale è stato l’incontro con una oncologa ricercatrice dell’Airc.
«È stato importantissimo incontrare la dottoressa Dal Mastro, ricercatrice Airc, che ha saputo darci tutto le informazioni, dalle più complicate alle più semplici, per farci arrivare tranquilli a capire dentro di noi che il percorso che stavamo intraprendendo era il più giusto da fare. E questo è stato importantissimo: quando trovi la guida giusta, intraprendere il cammino è più semplice. E noi abbiamo trovato dei medici che ci hanno aiutato anche a imparare a camminare».

Quindi è stata operata?
«Sono stata operata e per fortuna i linfonodi sono risultati puliti. Dopo una settimana ho cominciato la chemio. Ne ho fatte due, incinta. Ovviamente nel frattempo venivo monitorata con le ecografie, per controllare che Anna stesse bene. Alla 34esima settimana, data che era stata fissata per farla nascere, è venuta alla luce: era il 4 marzo del 2010 quando è nata Anna. Era un po’ prematura, ma è bastato lasciarla pochi giorni in ospedale per farla stare completamente bene».

Dopo dieci giorni è tornata a casa. 
«È stato il momento più bello. Finalmente anche il più grande, Matteo, l’ha vista. E io ero con loro. Il lunedì dopo ho ricominciato con la chemio terapia, facendo altri cinque cicli per poi proseguire con la radioterapia, che è più leggera, non è particolarmente spossante. Anche se dipende sempre dalla zona che il tumore ha colpito. Io devo dire che ero talmente felice di poterla fare – avendo temuto per il peggio all’inizio – da viverla serenamente!».

Dopo qualche tempo la sua storia è stata raccontata come esempio positivo di riuscita.
«Quando ho finito tutte le cure, verso la fine dell’anno, la mia oncologa mi ha chiesto se poteva presentare il mio caso ad una conferenza. Le dissi di sì. E lo stesso ho fatto quando mi chiese di raccontare direttamente la mia storia. Perché se io mi sono salvata lo devo alla ricerca. È l’Airc che ha finanziato quella ricerca ed è l’Airc che ha finanziato uno studio, che è diventato un protocollo internazionale, per preservare la fertilità nelle giovani donne. Quindi mi è sembrato naturale dire di sì: per riconoscenza nei suoi confronti e per il lavoro che fanno e per la fatica per avere fondi. E poi perché è importante far sapere che si può fare la chemio anche se si aspetta un bambino. Io che sono una persona abbastanza informata non lo sapevo. Quindi sono felice di poter portare una testimonianza positiva. Dopodiché ho cominciato a partecipare attivamente come volontaria, alle manifestazioni, ai banchetti, diventando particolarmente attiva soprattutto nel mio territorio, quello di Genova».

Quanto è importante informare ed essere informati?
«Informare è fondamentale ed è inutile negarlo: sentirsi dare una diagnosi di tumore non è facile e in chi riceve la diagnosi subentra una paura irrazionale. Allora è importante ascoltare solo i medici, chi conosce la materia. Che è un po’ la stessa cosa che sta succedendo ora per il virus».

Anna e Matteo?
«Stanno bene: Anna frequenta la quarta e Matteo la prima media… quello che posso dire è di affidarsi alla scienza e ai medici. In Italia ne abbiamo tanti e bravi. E poi trovate la forza di reagire dentro voi stessi. Ognuno ha sicuramente le risorse e la grinta per buttarsi tutto alle spalle!».                                                               
                                             

 


Non siamo speciali!

La battaglia di Adele per dare una vita normale al figlio autistico

di Angela Iantosca       

Adele vive ad Erice, insegna, è felicemente sposata ed è mamma di due ragazzi: Giuseppe e Angelo. Il primo ha 20 anni e il secondo frequenta la scuola primaria. 
«La maternità è carica di aspettative, sempre meravigliose e bellissime. E, quando Giuseppe è nato, io e mio marito eravamo felicissimi. Allora vivevamo ad Aragona, vicino Agrigento, ed eravamo una famiglia come ce ne sono tante. Intorno ai tre anni e mezzo abbiamo cominciato a notare che qualcosa non andava, che c’era qualcosa di strano. E la diagnosi è stata di quelle che ti schiacciano: autismo. In quel momento ricordo che sentii un peso sulle spalle e pensavo che una cosa del genere non potesse succedere proprio a noi. Perché quando ti dicono una cosa del genere non hai idea di cosa potrai fare, di come potrai affrontare tutto e non pensi di avere le risorse fisiche e psicologiche per superare nel modo giusto la difficoltà».

Che idea avevi dell’autismo?
«Io pensavo fosse come quello che avevo visto nel film “Rain Man” con Tom Cruise. Pensavo che un bambino autistico stesse tutto il giorno seduto, che si dondolasse avanti e indietro… Invece lui era abbastanza lontano da tutto questo. Il suo sviluppo psicomotorio era quasi nella norma, era sveglio e vivace. L’unico ritardo era nel linguaggio. Infatti abbiamo faticato ad arrivare alla diagnosi. E devo dire – anche se è dura ammetterlo – che è importante incontrare le persone giuste e competenti. Comunque appena abbiamo incontrato un medico capace, la strada della diagnosi si è aperta».

Cosa è accaduto? 
«Questo è il momento in cui le famiglie sono lasciate da sole. Nel mondo della disabilità la parola ‘speciale’ è abusata e a noi non ci piace. Non siamo speciali, siamo come tutti e come tutti vogliamo le stesse opportunità. Usare la parola ‘speciale’ equivale a relegarci in una categoria! Io come mamma ho fatto quello che qualsiasi madre farebbe per un figlio. Credo che le madri sono sempre in mezzo ad una battaglia: penso alle mamme dei detenuti, dei tossicodipendenti o alle mamme con figli depressi... L’unica cosa che vogliamo tutte è avere le stesse opportunità e non sentirci soli!».

Come vi siete mossi?
«A quel punto c’era da fare un iter terapeutico e riabilitativo. Noi avevamo mezzi socio-culturali ed economici per affrontare ogni passo. Ma molte famiglie, anche oggi, se non hanno strumenti per capire che il figlio ha bisogno di aiuto, rimangono abbandonate e il bambino non fa progressi. Comunque, noi prima abbiamo seguito una serie di terapie psicomotorie, poi di logopedia, poi abbiamo aderito ad una terapia americana molto utilizzata in Italia, ma fatta privatamente, quindi non convenzionata: si tratta di una terapia della scuola cognitivo-comportamentale che viene fatta da un terapista e che implementa le attività del bambino. È una terapia personalizzata, questo significa che si studiano le potenzialità del bimbo e si lavora in maniera molto incisiva sul linguaggio e le abilità sociali».

Anche perché ci sono molti autismi.
«Ogni bambino è diverso dall’altro. Mio figlio, per esempio, parla molto e si fa abbracciare o abbraccia, ma  deve gestire lui il contatto. Alcuni non si lasciano toccare. Ci sono molte sfaccettature, diverse intensità e sintomi più o meno gravi».

Quando avete deciso di allargare la famiglia? 
«Dieci anni dopo la nascita di Giuseppe è arrivato Angelo. Non ti nascondo che avevo paura che potesse arrivare un figlio con lo stesso problema. Purtroppo conosco coppie con due figli autistici. Inoltre, Giuseppe, inevitabilmente, richiedeva molta attenzione. E questo periodo intenso in cui io e mio marito ci siamo concentrati totalmente su di lui è durato nove anni. Noi siamo stati bravi a rimanere saldi e uniti: ci sono coppie che non ce la fanno e che si separano, perché è una situazione che sconquassa tutti gli equilibri. Noi abbiamo capito che stavamo lavorando bene, che gli stavamo creando punti di riferimento fermi, sia a scuola che in famiglia, e che lui rispondeva, così abbiamo deciso di mettere al mondo Angelo. Quando è arrivato a casa l’ho ‘presentato’ a Giuseppe che mi ha detto: “Ma non parla?”. Pensava di poter già interagire con lui… Così all’inizio ha perso l’interesse. Ora interagiscono di più. Ma Giuseppe si trova meglio con gli adulti perché gli vanno incontro. Anche se devo dire che Angelo è bravissimo: ha vissuto situazioni pesanti e va metabolizzando questa cosa…». 

Voi vivevate ad Agrigento, ma poi vi siete dovuti trasferire. Cosa è successo?
«Ad Agrigento la situazione era ed è complessa. Io sono insegnante e, nonostante la 104, ogni anno la mia cattedra era a Catania. Solo in un secondo momento, in seguito alla mia richiesta, ricevevo assegnazioni provvisorie e non definitive nella provincia in cui si trovava mio figlio e in cui vivevamo. C’è una mia amica, Antonella, con la quale per anni abbiamo portato avanti la battaglia, che ancora non ha ottenuto il trasferimento definitivo e che ogni anno si trova nella stessa situazione. Ci sono state inchieste in tal senso, perché sono state scoperte molte false 104, ma non si è arrivati ancora a processo e stanno tentanto di arrivare a prescrizione: nessuno è stato licenziato e tutto continua ad essere invariato! Ma per fortuna ora sono a Trapani».

Perché Trapani?
«Cinque anni fa, da che c’era un certo equilibrio, con l’arrivo dell’adolescenza di Giuseppe è tutto cambiato. Abbiamo vissuto un periodo drammatico, con un forte cambiamento sul piano del comportamento: Giuseppe era molto aggressivo, verso noi, verso Angelo, verso alcuni terapisti. È stato un incubo che è durato più di un anno e mezzo. Io non sapevo come calmarlo. Ma di una cosa ero certa: non volevo metterlo in nessun istituto. Avevamo bisogno di una struttura diurna di supporto dove Giuseppe potesse trovare un suo spazio, dando per qualche ora respiro anche a noi! Purtroppo non sembrava che in Sicilia ci fosse qualcosa del genere. Un giorno in tv vedo Fabrizio Bracconeri e sento la sua storia: non sapevo avesse un figlio autistico. Così inizio ad ascoltare e scopro che vicino Trapani c’è un centro di eccellenza. Chiamiamo subito e dopo qualche mese ci fanno fare un periodo di prova. La nuova situazione ci dava un po’ di respiro: dalle 9 alle 14 Giuseppe andava al centro, dove partecipava a terapie comportamentali oltre ad altre mille attività. Mentre ad Agrigento ogni attività o terapia che gli facevamo fare era in luoghi diversi e totalmente a carico nostro. Inoltre, a Trapani c’era un contesto sociale di riferimento. Così al termine della prova abbiamo deciso di trasferirci definitivamente, lasciando Agrigento senza pensarci un attimo! ».

Come è andata?
«Dopo un periodo di assestamento, è andata sempre meglio. Inoltre, a Trapani ho avuto subito l’assegnazione provvisoria e l’anno successivo ho avuto l’assegnazione su Marsala e ora insegno in una scuola a tre minuti da casa mia».

Quanto conta la serenità della coppia?
«Tantissimo. Io da sola non sarei riuscita a farcela. Tutte le scelte le abbiamo prese insieme io e mio marito».

Le passioni di Giuseppe?
«Ha una passione incredibile per la musica. Ora fa parte di un’accademia di canto dove si trova benissimo! Prima conosceva solo Alessandra Amoroso, ora anche Max Gazzé, Jovanotti, Fiorella Mannoia, Tiziano Ferro».

Il dopo di noi vi preoccupa?
«è la nostra grande preoccupazione. Se mi dovesse succedere qualcosa, chi si prenderebbe cura di lui? Ora come ora, se non ci fossimo più io e suo padre, sarebbe messo in una qualsiasi struttura insieme ad altri tipi di disabilità o in una casa di riposo per anziani. Ma non è questo quello che immagino per lui. Allora stiamo cercando di pensare come sopperire allo Stato che non ci dà soluzioni. L’associazione di cui facciamo parte, S.O.S. Autismo, sta valutando l’ipotesi di mettere insieme le forze. Ma servono soldi, strutture, preparazione, competenze. Non siamo politici e amministratori. Comunque ci stiamo provando: lo dobbiamo ai nostri figli».

           
 


Se la figlia smette di mangiare

Cosa fare, a chi rivolgersi e quali segnali non sottovalutare

di Emanuele Tirelli

Cinzia è la mamma di Karin, una ragazza di venti anni che soffre di anoressia da quando ne aveva quindici. Mentre scrivo, è ricoverata in seguito a una ricaduta, a Villa Armonia Nuova, a Roma, per evitare un nuovo spostamento fuori città, fuori regione.
I disturbi del comportamento alimentare sono in crescita e non riguardano solo chi ne soffre direttamente, ma tutta la famiglia e le amicizie più strette. Pure se lo stigma sociale è meno consistente, può capitare che i genitori preferiscano non parlarne, anche perché il senso di colpa è sempre dietro l’angolo. 

Come è iniziata?
«Karin aveva appena finito il primo liceo, era estate, e aveva iniziato una dieta. Aveva quindici anni: dieci chili persi in pochi mesi. Il suo dimagrimento era evidente, ma non voleva andare dal medico, si allontanava. Per portarla all’ospedale Bambin Gesù di Roma abbiamo dovuto usare uno stratagemma: non ha potuto opporsi al ricovero, perché era minorenne, e non c’era altro da fare. Poi, in una comunità di Portogruaro, mi hanno consigliato di fare ricorso all’istituto dell’amministrazione di sostegno. In questo caso specifico, le scelte relative alla sua salute sono condizionate anche dalla figura dell’amministratore e lei non può decidere da sola. All’inizio sono stata nominata io perché non c’era nessun altro disposto a farlo. Poi sono riuscita a trovare una persona esterna al nucleo stretto della famiglia, perché ha più autorevolezza e distanza emotiva, quindi è meno soggetta ad eventuali manipolazioni».

Quanto è importante non sottovalutare?
«È fondamentale. Non si tratta di capricci e non bisogna chiudere gli occhi e fare finta di niente. Bisogna invece prestare attenzione ai primi segnali e rivolgersi immediatamente al proprio medico di famiglia per chiedere quali specialisti contattare. Andare da uno psicoterapeuta o da un nutrizionista non serve a niente se non sono specializzati in questi disturbi e se non lavorano in équipe. Chi soffre di dca (disturbi del comportamento alimentare, nda) è manipolativo e un team che collabora dà più sostanza alla terapia». 

Anche contro la volontà dei propri figli?
«Sì: parliamo della loro vita. Non è possibile fermarsi davanti a un rifiuto, anche perché questi disturbi possono renderli incapaci di decidere al meglio per se stessi. È una dipendenza e va considerata in questo modo». 

I compagni di classe cosa hanno detto? 
«Quando ha iniziato a frequentare il secondo anno delle superiori, ho avvertito immediatamente la scuola. Al principio, quando le sue amiche le dicevano che era dimagrita tanto, negava a tutti, anche a se stessa. Poi ne ha parlato con una sua compagna con la quale aveva fatto anche le elementari e con poche altre. Però tutta la classe lo sapeva, professori inclusi. Andava poco a scuola, perché era soggetta spesso a ricoveri o a terapie, e perché l’iperattività legata al disturbo le impediva di stare troppe ore consecutive seduta al banco. Ma tutti erano carini e disponibili, non le facevano pesare le assenze e nemmeno il disturbo. Lei si sentiva accolta. Quando riusciva ad andare a scuola era contenta. Dal terzo anno ha dovuto lasciare e speriamo che possa riprendere al più presto».

I genitori dei suoi amici hanno compreso le ragioni?
«Ne ho parlato con due madri con le quali ero più in confidenza. Soprattutto con una di loro, che si è dimostrata sensibile e disponibile. Quando non potevo, riaccompagnava l’altra mia figlia a casa».

E per lei, Cinzia, è stata utile la terapia?
«Fa parte del percorso. Ho avuto la fortuna di partecipare a un gruppo per la prima volta dopo sei anni, a Palazzo Francisci a Todi. È stato fondamentale. Appena esplode il problema, tutti si preoccupano per quello che sta accadendo, ti sono vicini. Poi spesso le persone si allontanano e si rischia di rimanere soli. Non è una situazione semplice e restare senza un conforto non aiuta. Ritrovarsi con gli altri genitori, con i quali poter condividere gli stessi problemi, ed essere aiutati, è invece un grande sostegno. Senza è davvero complicato andare avanti».     

Perché ha accettato questa intervista?
«Per essere di aiuto agli altri genitori, a chi si trova o si troverà ad affrontare queste circostanze così difficili, sofferenti. Bisogna parlarne il più possibile, anche nelle scuole. Ci deve essere un’informazione costante, continua, e i medici di base devono essere preparati perché sono il primo punto di riferimento. I genitori si sentiranno sicuramente soli, ma è importante sapere che c’è il modo di migliorare, di uscirne, e che la guarigione esiste. Dobbiamo crederci, noi per primi. Dobbiamo avere questa forza per far sentire ai nostri figli che non ci arrendiamo affatto, cosicché non si arrendano nemmeno loro».          

 


Una nuova vita dopo la violenza

I maltrattamenti in casa, la comunità con i figli e il ritorno alla normalità

di Emanuele Tirelli

                                                
Un passo alla volta, mi dice Alessandra. Il suo è un nome di fantasia, ma quello che racconta è vero, di quando ha denunciato i maltrattamenti, di quando è stata per più di tre anni in una comunità con i suoi figli. Per poi riconquistare la sua autonomia. 

Cosa è accaduto?
«Vivevo con due dei miei tre figli. La grande abitava già con mia madre e il medio doveva partire per il centro estivo, ma aveva paura di lasciarmi da sola. Proprio mentre era via, sono stata aggredita di nuovo da quello che era il mio compagno, il padre del più piccolo: 35 giorni di prognosi. L’ho denunciato e mi hanno portata in una struttura insieme a mio figlio. Ho dovuto prendere un’aspettativa di sei mesi dal lavoro, perché non potevo rischiare di rimanere disoccupata. Mi trovavo in un luogo più lontano e ho dovuto fare una scelta, una delle tante, ma necessarie». 

Si è riavvicinata?
«Sì. Intanto mio figlio era tornato dal centro estivo e lo avevano portato da me. Mia madre non ha saputo dove ci trovassimo per i primi trenta giorni ed è venuta per la prima volta solo dopo due mesi, insieme a mia figlia. Quindi mi sono trasferita con gli altri due in una struttura della Fondazione Arché, dove sono rimasta per quasi tre anni, e ho potuto riprendere a lavorare. Purtroppo, però, la sede del mio impiego è stata spostata, più distante. Uscivo alle 5 del mattino e rientravo alle 9 di sera e i miei figli ne hanno risentito molto. Da lì è arrivata la scelta: trovare qualcosa più vicino. Ho sempre lavorato e ho voluto continuare a farlo per conservare la mia autonomia, però ho preferito i miei figli a un contratto a tempo indeterminato».

Com’è stata la vita nella comunità?
«Dura, sia per me che per loro. Allontanarsi dai propri luoghi, dagli amici, vivere un contesto diverso con la consapevolezza del perché eravamo lì… Non è stato facile, ma necessario. Condividere lo spazio con tante altre persone non è una cosa semplice. E le decisioni venivano prese dagli educatori, non da me. Però è stato giusto così, gradualmente, perché all’inizio ero annientata. Non ero capace di badare davvero ai miei figli ,perché la mia mente era altrove. Tramite quella struttura sono riuscita a rialzarmi dopo aver toccato il fondo. È stato un percorso difficile, che rifarei».

Adesso vivete da soli?
«Abitiamo in una casa vicina a dove lavoro. Ma anche lasciare quella comunità è stato complesso. Mi sentivo protetta, però era necessario recuperare la mia autonomia, la nostra autonomia familiare, continuando alcuni passi in un luogo che fosse solo casa nostra».

In cosa si vede cambiata?
«Ho dovuto affrontare le mie paure, guardare a tutta la mia vita. Ora sono una persona più sicura, più forte, forse anche un po’ più ruvida. Prima ero sempre indecisa, emotivamente debole, e giustificavo quello che subivo, ma non è giustificabile che qualcuno ti metta le mani addosso. Ho dovuto ricostruire me stessa e il rapporto con i miei figli. Non è semplice ancora oggi, però il cambiamento è stato importante e sono contenta di averlo fatto». 

Un nuovo equilibrio?
«Ci stiamo lavorando. Il percorso è stato utile per me e per imbastire qualcosa di nuovo con i miei figli. Non cambia tutto da un momento all’altro, ma bisogna pur iniziare, e poi andare avanti. La comunità per donne in difficoltà è un grande aiuto. Lo è pure ritrovarsi lì dentro insieme ad altre persone, con storie e culture diverse. È stato importante per condividere, per confrontarsi, per crescere».            
                    

Fondazione arché
Fondata nel 1991 da padre Giuseppe Bettoni, Fondazione Arché si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa, offrendo servizi di supporto e cura. Lo fa a Milano attraverso la Casa Accoglienza di Porta Venezia e CasArché a Quarto Oggiaro, dove ospita mamme e bambini, e attraverso i suoi appartamenti che offrono alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà. Arché porta avanti anche numerosi progetti di sostegno ai minori in ospedale e ai minori immigrati a Milano, Roma e San Benedetto del Tronto. 


 


Quell’inferno chiamato droga

Cosa deve fare una madre se scopre che il figlio è tossicodipendente?  

di Angela Iantosca                                                  

“Mi chiamo Debora e sono la mamma di un ex tossicodipendente. Sì ex, perché da due anni mio figlio è in percorso a San Patrignano. Ma non è stato semplice arrivare fino a lì. Perché è dura convincere uno che si droga a smettere. E perché la mia situazione familiare era di quelle davvero complicate”.
Debora è nata e cresciuta a Napoli. Si è sposata giovanissima. Ha avuto il primo figlio, Vincenzo, e poi si è separata, andando a vivere dai suoi. «Quando è morto mio padre, è stata durissima. Così ho deciso con il tribunale di tenere l’affidamento di mio figlio, ma di farlo vivere con i suoi nonni paterni, con cui avevo mantenuto un ottimo rapporto. Io sarei potuta andare da lui in qualsiasi momento».

Ma tutto cambia quando Debora si sposa di nuovo.
«Dopo qualche anno mi sono sposata e mio marito ha fatto di tutto per allontanarmi da mio figlio: era geloso, possessivo, violento.
Nonostante questo, decisi che dovevo riportare Vincenzo a casa: ero così determinata che lo feci senza neanche dirlo a mio marito: frequentava la seconda media all’epoca e da quel momento cominciò una vera e propria guerra in casa, una guerra contro di me e contro di lui».

Passano gli anni, tra liti e difficoltà, finché Debora scopre che il figlio si droga. 
«È stato mio marito a scoprirlo: trovò in tasca di mio figlio il collirio, delle cartine e biglietti del gratta e vinci. Lui lavorava in un bar tabaccheria, quindi prendeva i biglietti vinti e se li faceva cambiare in altre tabaccherie… fu un colpo per me. Soprattutto perché da quel momento mio marito non fece altro che farmi pesare la situazione, sfruttando ogni occasione per infierire su Vincenzo, che non aveva mai sopportato. Qualsiasi scusa era buona per aggredirmi fisicamente e, soprattutto, psicologicamente. Mi teneva sempre sulla corda, mi faceva credere continuamente che stesse per picchiarmi. Era una situazione difficile che gravava inevitabilmente su tutti, anche su mio figlio. Lo odiava talmente tanto che quando Vincenzo si faceva la doccia, dopo 5 minuti, mio marito gli staccava la caldaia, oppure prendeva un pezzo di formaggio lo addentava e lo rimetteva in frigorifero e poi accusava Vincenzo di essere un maleducato e fare queste cose perché era un drogato».

Nel frattempo Vincenzo, che ha 16 anni, comincia a lavorare. 
«Prima in un bar tabaccheria, poi come idraulico, rubando a casa delle persone da cui andava. Poi con mio fratello, ma ha fatto solo danni. E infine in una ditta con la quale costruiva esposizioni per cucine molto grandi. Stava sempre fuori per lavoro e quando tornava era fatto. Me ne accorgevo dagli occhi. E allora urlavo, lo buttavo fuori casa, chiamavo le Forze dell’Ordine. Ma nulla serviva. L’ho buttato fuori casa tre volte, tutte le volte che ha rubato a casa. Mentre i Carabinieri quando lo denunciavo mi dicevano che non si poteva fare niente. Ho anche chiamato gli assistenti sociali prima che compisse 18 anni, per far intervenire il Tribunale dei Minori, ma tutti mi dicevano che ero esagerata». 

Ma non era semplice per Debora vivere tutto questo, cacciarlo, vederlo dormire nel sottoscala o in qualche macchina che scassinava. 
«Ogni tanto passava sotto casa, bussava e mi diceva “mi dai un panino?”. E anche se lo avevo buttato fuori casa, non riuscivo a dirgli di no. Allora glielo preparavo, facevo finta di andare a buttare la spazzatura e ci incontravamo in un vicolo di nascosto. Ci abbracciavamo forte come due innamorati… Non riuscivo a vivere senza di lui. Mi stavo deprimendo, non mi andava di cucinare. Non riuscivo neanche a mandare a scuola l’altra figlia, nata dal secondo marito. Non ce la facevo più, così lo riportai a casa».

Finché decidono di andare al Sert. 
«Era il periodo di Natale, un periodo per i tossici tremendo, perché ‘brindano’ di più per tanti motivi. Ricordo che una sera tornò tutto fatto. Mi arrabbiai e gli dissi che non lo avrei buttato fuori casa, ma solo se fossimo andati al Sert. Aveva 24 anni e se lo presero in carica. Così cominciammo entrambi a seguire un percorso psicologico».

Percorso necessario per affrontare le cause che l’hanno spinto a cominciare con uno spinello fino ad arrivare alla cocaina.
«Oltre ad usarla, la spacciava: faceva il pr alle grandi feste nelle discoteche di Roma e qui aveva modo di venderla. Una volta lo fermarono alla stazione di Piazza Garibaldi a Napoli: doveva partire per Roma per uno di questi eventi. Aveva con sé pasticche di MD. Io non sapevo nemmeno cosa fosse l’MD: per ricordarmene il nome pensavo al supermercato. Ricordo che a casa si presentò la Guardia di Finanza. Perquisirono le stanze, ma non capivo. Comunque non trovarono niente e il giorno dopo lo rilasciarono».

Ma anche con il Sert ad un certo punto interrompe. 
«Al Sert avevamo cominciato entrambi un percorso di psicoterapia: io avevo tentato il suicidio. Non stavo molto bene. Ma mentre andavamo lì, scoprii che mio figlio, che a volte lasciava aperte a casa le pagine dei suoi social, si prostituiva con gli uomini. Ero disperata. Ne parlai con la sua psicologa che per la privacy non mi poteva confermare nulla. Ma io ero sempre più convinta che dovevo metterlo in una comunità. Eppure tutti, compreso il suo titolare, continuavano a dirmi che stavo esagerando. Eppure sul suo conto non c’era più un euro e lui stava sempre più male...».

Finché un giorno, dopo aver interrotto con il Sert, Vincenzo dice di volersene andare.
«Di fronte a questo, gli diedi due possibilità: o comprava un biglietto aereo e spariva per sempre o andava in comunità. Avevo conosciuto San Patrignano tramite internet. Così gli dissi: “Ti do quattro giorni di tempo per decidere. Ma se torni qui, devi chiamare prima la comunità”. E così lo lasciai uscire. Passarono quattro giorni e poi mi scrisse. Mi disse di stargli vicino, che aveva chiamato la comunità e che aveva il colloquio in associazione a Napoli il giorno dopo. Mi chiese di accompagnarlo. Gli dissi di sì, che ci saremmo visti direttamente lì… E così fu».

Il giorno dopo Debora e Vincenzo incontrano Francesco, dell’associazione antidroga di Napoli.  
«La cosa che più mi colpì quando incontrai Francesco fu capire di non essere sola. Io ero convinta di non poter chiedere aiuto a nessuno. Invece non era così... Comunque, dopo esserci presentati e aver spiegato la situazione, Francesco mi disse che avrei dovuto tenerlo a casa, controllarlo, non lasciarlo mai solo. Che gli dovevo sequestrare il cellulare ed evitare in qualsiasi modo che si drogasse. Tutto questo per un mese. Ricordo che comprai giochi da tavola per non lasciarlo un attimo. A volte, se dovevo andare a lavorare, rimaneva mia figlia con lui».

Finché arriva il colloquio in comunità. 
«L’8 marzo del 2018 fu fissato il colloquio a San Patrignano. Ricordo che mi venne incontro Osvaldo, uno dei responsabili dell’accoglienza: Vincenzo fece il colloquio e poi uscì. Osvaldo mi disse che mio figlio era troppo convinto, che questa cosa poteva essere pericolosa, perché avrebbe potuto avere un crollo. Ero terrorizzata: non potevo permettere che non entrasse. Allora spiegai che avevamo tentato già con due comunità private, ma che non aveva mai cominciato. Forse per questo sembrava convinto... Per fortuna lo presero e dopo pochi giorni lo accompagnai per entrare definitivamente. Con me venne anche mia figlia e noi tre, insieme, decidemmo di trasformare quel viaggio in un momento per noi. Così ci fermammo a Bologna, mangiammo bene. Volevamo lasciarci con dei bei momenti da ricordare nei mesi in cui non ci saremmo visti. Io non avevo mai viaggiato in treno e mio figlio era lì che mi prendeva per mano e mi proteggeva. Poi la sera, l’ultima sera, ce ne andammo in camera e fu durissima. Vincenzo pianse tutta la notte nel letto. Io ero accanto a lui. Avevo paura che crollasse e che cambiasse idea. Allora mandai un messaggio al suo titolare dicendogli di farsi sentire… Così fece e questo forse gli diede l’ultima spinta. La mattina dopo partimmo per Rimini. Poi prendemmo la strada che porta su quella collina dove si trova la comunità e varcammo il cancello. Pochi minuti dopo ci salutammo... Mi girai e non lo vidi più. Era andato verso la sua nuova vita. Presi mia figlia e uscii, trattenendo le lacrime. Poi, appena superata la curva, scoppiai in un pianto disperato... Tornammo a casa e riprendemmo le nostre vite. Ma da allora tutto è cambiato. Per lui e per me». 

Vincenzo da due anni è in percorso: lavora nel settore caseificio e si sta ricostruendo giorno dopo giorno. 
«Anche io ho cambiato vita: ho lasciato mio marito, ho preso casa da sola e vivo circondata dall’amore di chi mi sostiene e da quello di mia figlia che ha cambiato scuola, decidendo di seguire un percorso diverso da quello che voleva suo padre. Ma, soprattutto, ho capito di non essere sola, che c’è una rete di famiglie e che per aiutare i nostri figli è necessario aiutare prima di tutto noi stessi».                

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