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Pedro Alonso: La casa di carta sono io!

Intenso, appassionato e creativo: Pedro Alonso ha queste doti in comune con il suo Berlino nella serie cult spagnola “La Casa di Carta”. Ma le similitudini finiscono qua

Mar 26 Mag 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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“L’ho ucciso e me ne pento”: il mea culpa di Alex Pina, il creatore de “La Casa di Carta”, è un evento raro quanto una partita a scacchi tra un unicorno e un bigfoot. Nel mondo dello spettacolo nessuno chiede mai perdono, si cercano sempre scuse fantasiose e improbabili scaricabarile. Al massimo, come fa J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter, si osserva un minuto di silenzio una volta l’anno. E si volta pagina.
La morte di Berlino, invece, alla fine della seconda stagione del cult seriale spagnolo ha davvero destabilizzato tutti, in una maniera che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. Le maschere di Dalì e le tute rosse, simbolo della rapina del secolo organizzata nel telefilm dal Professore, si sono trasformate in segni distintivi di ribellione contro le oppressioni e sono state usate in varie manifestazioni ai quattro angoli della terra per rivendicare uguaglianza e diritti. Non è più finzione e il “lutto” per la perdita del personaggio ha portato la produzione a fare salti mortali per reinserirlo nelle vicende con alcuni flashback. E c’è chi spera ancora che questo sociopatico letale sia nascosto da qualche parte, pronto a fare capolino in tempi bui.
L’attore che lo interpreta, Pedro Alonso, sorride sornione e non si sbilancia. Chiude gli occhi un secondo, per assaporare l’aria salmastra della Costa Azzurra, dove si trova come presidente di giuria del Monte-Carlo TV Festival. Quando li riapre, sembra davvero che abbia chiuso fuori il mondo intero e sia pronto a tenersi stretti tutti i propri segreti. Qualcuno, però, ce lo ha confessato…
 
Le hanno mai detto che basta guardarla per avere l’impressione che sia capace di leggere dentro le persone?
«Mi capita, sì, ma credo sia tutto merito della pittura. Quindici anni fa, quando dentro di me si è aperto un nuovo modo di comunicare con il mondo attraverso i pennelli, ho iniziato a diventare più acuto, intuitivo. E quindi agisco di petto e di stomaco, qualcosa nel mio cervello si è modificato».
 
In che modo?
«La pittura richiede silenzio, tempi lunghi e tanta pazienza: l’intero processo creativo mi ha reso un uomo diverso. Ecco perché appendo i miei quadri ovunque, non solo in casa mia. È una specie di feticismo e durante le riprese sparpaglio le tele sul pavimento del mio camerino, quando sono sul set: questo gesto mi aiuta e mi protegge».
 
L’arte per lei è qualcosa di viscerale. Per un periodo ha vissuto con la sua fidanzata a Parigi. Si trovava lì quando è bruciata la cattedrale di Notre-Dame?
«Ho guardato quello spettacolo tetro in tv e mi sembrava un film tragico, non la realtà, perché il potere del fuoco sembrava dipinto. Al crollo del tetto sono entrato in shock, perché quello è uno dei simboli dell’arte stessa e l’ho vissuto come una sorta di perdita personale, ma non sono uno che lotta con le cose che succedono».
 
In tempi come i nostri, cosa fa allora?
«Credo nella resilienza della gente, so che possiamo creare da zero un nuovo scenario per crescere. E questa motivazione dà un senso alle cose. Penso che tutto avvenga per una ragione, anche quando non ne troviamo una che ci soddisfi, ma occorre tempo per guarire. Tormentarsi, invece, è un circolo vizioso».
 
Come ha vissuto le riprese de “La Casa di Carta” a Firenze?
«Sono stato l’unico della troupe a fermarmi altri due giorni dopo il ciak e me li sono goduti in ogni istante, totalmente ispirato dalla bellezza, mi sembrava di respirare l’arte in ogni quadro, in ogni scultura e sui tetti del Duomo».
 
Se avesse i milioni che Berlino tenta di rubare cosa ne farebbe?
«Sono stato povero in canna e tuttora non ho neppure una macchina. Eppure mi piace viaggiare e mangiare. Pensa alla poesia di una bruschetta con l’olio d’oliva o di un caffè espresso italiano. Amo il concetto di slow food per assaporare tutto con l’anima. Non esiste lusso maggiore della libertà, dell’uso saggio del tempo e della capacità di fermarsi. Attenzione, però, non mi riferisco al concetto di “isola deserta”, per carità: il mondo ha tante distrazioni, ma offre anche molta bellezza e trovarla negli angolini inaspettati è un regalo incredibile».
 
Non mi sembra campanilista, lo è?
«Per niente, non sono uno di quelli che dice che l’unico posto bello è casa sua e che si mangia bene solo nella propria città. Sono un globetrotter e noi uomini siamo uguali, eppure diversi».
 
Si è abituato alla fama planetaria? Netflix manda in onda la serie in 190 Paesi.
«Mi sembra ancora surreale. Da un lato se qualcuno fa il tifo per Berlino un po’ mi fa pensare, dall’altro, però, sono contento che il pubblico mi veda dal vivo, così mi deve togliere dal piedistallo. Il che accade sempre con un pizzico di delusione da parte loro».
 
Qualcuno è visibilmente spaventato?
«Ricordo con precisione quello che è successo un giorno a Madrid. Dopo aver interpretato la serie “Padre Casares”, in cui interpretavo un personaggio positivo, una nonna mi ha fermato per dirmi: «Hai un’anima così gentile, è ovvio che tu possa interpretare solo un buono». In quel periodo però ho prestato il volto al mio primo ruolo dark, nella serie “Gran Hotel”, e così sullo stesso treno un ragazzo poco dopo mi si è avvicinato per dirmi: «Con una faccia come la tua puoi fare solo il pazzo». E in quel momento ho imparato una lezione importante, così da allora quando sento commenti simili mi limito a sorridere e ringraziare. Non contraddico nessuno, ma soprattutto a volte non si rendono conto che sia la stessa persona a interpretare ruoli opposti. Questo per me resta il più grande complimento».
 
I fan non accettano la morte di Berlino. Lei come ha reagito quando ha letto il copione?
«Ci sono rimasto molto male, pensavo che Berlino avesse ancora tanto da dire».
 
Il tempo le ha dato ragione. Ora che sta vivendo in uno stato di grazia lavorativo, quali altri obiettivi si pone?
«Cerco di essere un po’ più generoso con me stesso. Di solito, invece, sono sotto scacco per via dei sensi di colpa cristiani e se mi concedo qualcosa poi mi vengono i rimorsi di coscienza. Sto imparando invece ad accettare i miei limiti e a considerarmi umano, a godermi di più la vita senza struggermi come facevo in passato. Da ragazzo per me era “tutto o niente”, oggi invece ho imparato a normalizzare le difficoltà».                                                            

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VIVA BERLINO
Pedro Gonzales Alonso, classe ’71, è un attore e pittore spagnolo. Diplomato alla Royal School of Dramatic Arts, ha debuttato in teatro, dove poi ha formato una sua compagnia, il Grupo Dom. Dopo moltissime partecipazioni a film e serie tv (tra cui “L’ambasciata” e “Gran Hotel”), il successo planetario arriva con la serie Netflix “La Casa di Carta” dove interpreta Berlino, uno dei rapinatori della banda del Professore. Nella terza stagione ha girato alcune scene a Firenze e nella quarta si è esibito nelle hit italiane di maggior successo, dichiarando un amore incondizionato nei confronti del Belpaese. Sulla piattaforma streaming è appena arrivato con il film “Il silenzio della palude”. È stato presidente della giuria durante la scorsa edizione del Festival della TV di Monte-Carlo.  

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