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Se la prigione è la tua testa

Paolo De Laura: “Ho conosciuto la droga e ora lotto tutti i giorni per aiutare i ragazzi ad uscirne”

Mar 26 Mag 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 9

Lui lo sa bene cosa significa. Cosa significa cominciare. Qual è il sapore che resta in bocca. Lo conosce bene quel retrogusto amaro, che è quello inconfondibile della sconfitta, al quale non si può rinunciare. Lo sa cosa significa perdere tutto e non desiderare altro che quella perdita. Ma sa anche cosa significa riprendersi la vita, ripescare se stesso da una adolescenza lontanissima, per provare a mettere a posto i pezzi e ricominciare a camminare su una linea più o meno retta. 
E poi sa cosa significa restituire, dare agli altri quello che si è ricevuto, far comprendere attraverso il racconto di sé, di ciò che è stato, che la droga non conduce da nessuna parte. 
Paolo De Laura lo fa ogni settimana, con generosità, ma non senza fatica, lo fa mentre accoglie il dolore dei ragazzi, degli adolescenti, ma anche delle famiglie di chi sta scegliendo la droga: lo fa in via Segesta 40, la sede dell’Associazione Nazionale Genitori Lotta alla Droga (Anglad) di Roma, di cui è responsabile e dove si provano a salvare anime perse. 
«L’Anglad è un centro per il trattamento delle dipendenze patologiche, come alcol, droga, gioco, internet. Io per 20 anni ho avuto problemi con alcol, droga e gioco. Questi problemi me li andai a vedere a San Patrignano ai tempi di Vincenzo Muccioli, tra l’altro scappando più di una volta. Ma quando la terza volta rientrai, decisi di fare sul serio. L’anno prima che morisse Vincenzo, nel 1994, andai su da lui. Io ero giù uscito da tempo e avevo aperto questa struttura e, parlando con lui, ci venne l’idea di farla diventare un centro di accoglienza per la comunità di Coriano. E così nacque l’Anglad di Roma». 
Paolo De Laura ha cominciato da giovanissimo a fare uso di sostanze, come tanti, con una semplice canna che si è trasformata nell’inizio di un percorso doloroso. 
«Io vengo dalla buona borghesia romana, mia mamma era marchesa. Ho cominciato con le canne a 12 anni. A 18 anni ero già un bel tossichetto, tanto che provai a vendere il titolo di mamma ad una agenzia araldica… non fu possibile ovviamente! Avevo studiato dai Gesuiti, parlavo e parlo due lingue, l’inglese e il francese, avevo preso il diploma classico e frequentavo l’Università, ma a due esami dalla laurea in Storia dell’Arte Moderna mollai, perché era il periodo in cui facevo spesso Roma-Bangkok e ritorno. Andavo in Thailandia per comprare eroina per poi venderla: allora non c’erano i cani poliziotto alle frontiere e, se non avevi tatuaggi e orecchini, nessuno ti fermava...».
Ma il suo sogno di bambino era sempre stato un altro.
«Il mio sogno di bambino era il restauro pittorico, sogno che ho realizzato per qualche tempo: sono stato a bottega, ho imparato l’arte del restauro pittorico scientifico e commerciale e per anni è stato il mio lavoro anche se squalificato dal fatto che mi facevo… Avevo questa splendida facciata di professionista, poi la sera, uscendo dalle chiese o da studio o da bottega, rubavo, facevo rapine, perché il vizio costa…».
Nonostante l’educazione rigida ricevuta dalla famiglia. 
«La mia famiglia mi ha dato una educazione teutonica: avrei voluto studiare pianoforte e direzione d’orchestra al Santa Cecilia, ma mio padre non volle e mi obbligò a studiare dai Gesuiti. Poi morì: allora mia madre aveva solo 43 anni, io ne avevo 13 e mio fratello 3. Mia madre non si risposò mai. Io studiavo, come ti dicevo, poi cominciai ad andare a bottega, proprio per seguire la mia passione del restauratore, e poi facevo politica, suonavo, avevo un mio gruppo e mi facevo. Erano gli anni della contestazione, gli anni Settanta... E io mantenevo un equilibrio perfetto tra tutto, nonostante il terrore che mia madre mi intercettasse, che capisse, perché sapevo che la sua reazione sarebbe stata durissima».
Paolo era poco più che maggiorenne e aveva già provato molte sostanze... 
«Capita che un giorno mi metto con una ragazza che non sa che mi drogo. Lei rimane incinta e nasce un bambino… Ma quando lei mi scopre, mi caccia e mi toglie la patria potestà. Lui non lo sa che esisto e chiama papà un altro. Mia madre, dal canto suo, come previsto, quando mi ha scoperto mi ha diseredato: sapeva che per la droga avrei venduto tutte le proprietà e i beni di famiglia. Nonostante tutto questo, sono andato avanti per 17 anni e mezzo, durante i quali ho sempre mantenuto questa facciata di professionalità. In realtà sono stanco di recitare, allora mollo tutto e decido di mettermi a fare il punto, scientificamente, della situazione: mia mamma e mio fratello non li sento da troppi anni, la mia compagna se n’è andato con mio figlio, ho l’epatite C (che tre anni fa sono riuscito a neutralizzare), sono incensurato, anche se ho spacciato, ho fatto truffe bancarie, sono andato all’estero, mi sono girato mezzo mondo, dimentico di un piccolo dettaglio, del fatto che stavo carcerato nella peggior galera che esiste, l’unica senza sbarre, la mente. Sono così stanco di recitare che decido di fare il tossico fino in fondo». 
Ma per farlo davvero devi avere tanti soldi.
«Non tanto per la sostanza, che dopo anni non è più la sostanza il punto, ma per quella vita che ti piace… e quindi cosa ho fatto? Sono andato a Campo dei Fiori da un mio amico ricettatore e ho preso una pistola e mi sono messo a fare rapine a mano armate a Roma. Erano gli anni Ottanta, la città non era allarmata con migliaia di telecamere e io potevo essere il tossicomane più felice del mondo. Avevo quello che volevo: denaro e solitudine... E pensare che avevo davvero tutto, sapevo le lingue, avevo studiato, avevo soldi, facevo musica, avevo amici e un lavoro. Che cazzo mi mancava? Che è la stessa domanda che faccio ai ragazzi oggi. Alla fine sono stato arrestato per porto abusivo d’arma, violenza privata aggravata, furto e ricettazione, scontro a fuoco, sequestro… Vista la gravità mi hanno dato più di sette anni, ma la cosa peggiore è che nello scontro a fuoco avvenuto sono stato colpito, rimanendo paralizzato per mesi. Vedi? A destra sono una persona normale, a sinistra guarda come sto messo? Lo vedi questo buco nella gola? Mi ha creato un danno neurologico permanente, non posso più correre o suonare il pianoforte. Quando mi sono presentato in giudizio ero paralizzato fino alla gola… stavo morendo, le transaminasi della mia epatite erano a 4mila, avevo perso 10kg. Grazie ad uno dei migliori penalisti del foro romano, mi feci qualche mese al centro clinico di Regina Coeli e uscii con 5 anni di sospensione della pena… E secondo te, una volta uscito, cosa ho ho fatto? Ho telefonato allo spacciatore».

Passa ancora del tempo prima che Paolo decida di cambiare. Per stanchezza soprattutto e nella convinzione, come tutti quelli che vanno in comunità, di stare qualche tempo, far calmare le acque per poi tornare in strada. Ma Paolo non torna in strada. Scappa tre volte dalla comunità, ma poi ci ritorna. Fino al cambio definitivo e alla decisione di diventare responsabile della struttura romana dove lavora insieme ad altri volontari per aiutare i ragazzi, ma anche le famiglie. 
«Normalmente incontriamo le famiglie d’origine e di acquisizione, poi agganciamo il diretto o la diretta interessata e ci riserviamo un periodo mai inferiore ai 30 giorni e mai superiori ai 60, durante il quale inseriamo i ragazzi nel gruppo di pari, dove trovano loro coetanei, gente più grande e più piccola. Approfittiamo di questo interregno, durante il quale i diretti interessati, spinti dalle loro famiglie, vengono monitorati sul versante tossicologico: quindi si verifica se assumono alcol e droga, se sono inseriti in un piano farmacologico, si verifica se ci sono assunzioni per auto-somministrazione su base diagnostica, prodotta da uno psichiatra, di stabilizzanti neuroleticci o benzodiazepina. Poi, a corollario della verifica tossicologica e farmacologica, si passa alla verifica sul versante psichiatrico. In questo percorso il contatto con le famiglie è conditio sine qua non: noi siamo il prodotto di chi ci ha messo al mondo, quindi, per noi rappresentano il background affettivo e anche culturale, cosa che dobbiamo tenere sempre ben presente, per arrivare a comunicare in modo comprensibile per entrambi. Inoltre, si verifica il versante giudiziario e penale, onde evitare interferenze dopo un eventuale inserimento in struttura, “perché la giustizia è lenta, ma arriva. E poi chiaramente lavoriamo sul versante motivazionale, quello che ti spinge a dire “ok, mi sono divertito, ma ora basta”, perché il reale problema è la mancanza di percezione da parte di queste persone di avercelo il problema. Tutto questo lo faccio insieme a Paola, Raffaele, Riccardo, e alle anime gentili che ci supportano con il lavoro di segreteria, oltre alla dottoressa Gloria Martinis, psicologa e psicoterapeuta, ed alla avvocatura. Insomma, l’obiettivo è quello di crearci della persona e della sua famiglia un tutto tondo e non un bassorilievo. Ma soprattutto quello di aiutare i ragazzi a rielaborare la perdita del tempo: nessuno potrà mai restituircelo, ma con un lavoro conoscitivo del sé si potrà imparare ad accettare ciò che è stato guardando al futuro come ad un nuovo inizio pieno di possibilità».                                    
 
 

                                 
A CHI CHIEDERE AIUTO

L’ ANGLAD di Roma è stata costituita nel 1997 e, dal 2004, è iscritta nel Registro Regionale delle Organizzazioni di Volontariato, sezione Servizi Sociali. Oltre che riferimento per la Comunità di San Patrignano su Roma e Lazio è un centro di accoglienza, ascolto, orientamento e terapia per le tematiche delle dipendenze patologiche, in un’ottica che valorizza il recupero della funzione genitoriale come momento di cambiamento e novità. Info: Roma, via Segesta 40 - 06.787988. 

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