acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Io non mi fermo!

Luisa Rizzitelli, una delle 100 donne di successo 2020 secondo Forbes, da sempre in prima linea per i diritti delle donne

Mar 26 Mag 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 5

È una delle 100 donne di successo scelte dalla rivista Forbes per il 2020. Un riconoscimento inaspettato come l’essere inserita nel libro di Lilli Gruber “Basta!”. Titoli importanti che sicuramente la fanno sorridere, le danno una carica maggiore, ma non la distolgono dal suo focus: ottenere pari diritti per uomini e donne, a cominciare dal mondo dello sport. Luisa Rizzitelli è stata pallavolista e poi ideatrice, insieme ad altre donne straordinarie, di Assist - Associazione Nazionale Atlete. Giornalista, imprenditrice di se stessa, ha cominciato a giocare quando era una ragazzina, quando avrebbe fatto qualsiasi sport, pur di stare in palestra e sentire quell’odore che è l’odore inconfondibile per chi ha frequentato quei luoghi e per chi ha lo sport nelle sue mani!
«Avevo una mamma sportivissima. E quando avevo sei anni ho cominciato a giocare a tennis. Ho proseguito fino ai 14 quando ho cominciato contemporaneamente basket e pallavolo. Ero sempre in palestra, sempre in tuta: la mia felicità! A scuola andavo bene, per non farmi rimproverare di essere sempre in palestra». 

Quando hai dovuto scegliere lo sport da trasformare in una professione?
«A 16 anni il mio primo allenatore di pallavolo mi ha preso per le orecchie e mi ha detto di scegliere. Ho scelto la pallavolo perché la società era ben organizzata. E l’allenatore era molto serio e impegnato. Quindi ho continuato a Barletta e poi mi sono trasferita a Trani, a 17 anni, dove ho cominciato a fare pallavolo a tempo pieno».

Quanto ti allenavi?
«Facevo due allenamenti al giorno, in tutto 5/6 ore. Poi facevo pesi: non facevo altro, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno. Inevitabilmente ad un certo punto ho lasciato l’Università: mi ero iscritta a Scienze Politiche. Forse se ci fossero stati indirizzi come Marketing o Scienze dell’Educazione le avrei terminate. Comunque nel frattempo sono diventata giornalista, iscrivendomi all’ordine a 21 anni».

A cosa hai rinunciato per lo sport, se per uno sportivo si può parlare di rinunce?
«Penso di aver rinunciato solo ad una formazione accademica. E questo credo di averlo, nel tempo, in parte recuperato con lo studio autogestito. Ma poiché ho grande stima della formazione universitaria, credo che questa sia stata l’unica vera perdita. Per il resto è stato solo arricchimento e vita». 

I tuoi ti hanno sostenuto?
«Mia mamma, come dicevo, era una super sportiva. Mio padre un po’ di meno. Ma tutti e due non mi hanno mai ostacolata, anzi vedevano la mia felicità e la sostenevano: mi hanno lasciata libera di vivere lo sport. Ora non ci sono più, ma il loro sostegno è stato fondamentale». 

Quali sono stati gli step della tua carriera?
«Intanto devo dire che ho sempre fatto campionati divertenti con una crescita personale importantissima, sia da professionista che da donna! Il risultato migliore fu quello della stagione 1989-19990 quando fummo promosse in serie A2: la squadra era l’Aquila Azzurra di Trani. L’anno successivo, tuttavia, sono tornata a giocare nelle squadre in serie B, perché erano più consone al mio livello: ero una giocatrice discreta!».

Le emozioni della vittoria?
«La vittoria è sempre una soddisfazione immensa: quando è legata al tuo lavoro questa cosa diventa un qualcosa che ti dà grande tranquillità, perché, oltre a far felice te stessa, sai che hai soddisfatto le aspettative degli altri che sono i tuoi datori di lavoro. Comunque vincere, anche ora, è bellissimo, anche fuori dallo sport».

Hai avuto grandi maestri? 
«Nell’ambito sportivo posso dirti che per me è stata importante una campionessa che è stata per me un riferimento, non solo per l’enorme talento che aveva, ma anche per la sua grandissima eleganza e il fair play con il quale viveva la sua bravura: eravamo tutte incantate. Mi colpivano la sua l’umiltà e la generosità con la quale si donava agli altri. Si tratta di Manuela Benelli, oggi allenatrice, un po’ più grande di me, un mito della mia generazione, un pezzo importante della mia vita. Nel tempo siamo diventate amiche».

Quando hai abbandonato la pallavolo?
«Lo sport l’ho abbandonato a 27 anni e ho continuato come dirigente sportiva e come giornalista. Ho cominciato a seguire uffici stampa e direzione marketing».

Se tornassi indietro sceglieresti di nuovo la pallavolo?
«Dentro di me ho combattuto una grande battaglia tra tennis e pallavolo. Ma devo ammettere che la pallavolo la risceglierei ancora. Mi ha dato quella meravigliosa eredità di costruire i risultati con le persone e amare la squadra con cui sei, anche se a volte ci sono conflitti, si litiga e si perde». 

A proposito di perdere, sempre più si evidenzia una incapacità a gestire il fallimento. 
«È una cosa che noto spesso e che riguarda molto anche le donne. A livello politico e imprenditoriale tento sempre di incoraggiare le donne a porsi degli obiettivi difficili e so che ogni tanto questo non accade per la paura di perdere. Fallire è una esperienza da vivere. È il non provare, il non tentare, il non agire che ci rende più tristi e frustrati». 

Tu che rapporto hai con il fallimento?
«Io con il fallimento e la sconfitta, anche grazie allo sport, ho un rapporto buono. Nel senso che credo sia normale e che faccia parte della vita e del coraggio di vivere e di essere in gioco. Nella politica mi trovo sempre a dire alle donne che dovremmo avere più coraggio. Perché anche se falliamo in un progetto, magari stiamo costruendo la strada per qualcun altro che ci riuscirà».

Uno dei tuoi fiori all’occhiello è Assist.
«Assist (www.assist.it - ndr) è nata nel 2000 da un evento organizzato casualmente nel mio lavoro. In quell’occasione ho incrociato altre campionesse. Abbiamo capito che tutte avevamo gli stessi problemi e la stessa rabbia nel non riuscire a superare le discriminazioni. Da lì abbiamo costruito un’associazione e abbiamo iniziato con le mani libere e con grande coraggio a parlare di cose di cui nessuno aveva mai avuto il coraggio di parlare, sollevando il primo grande casino micidiale nel 2001, quando abbiamo portato alla luce che i premi che le ragazze della pallanuoto femminile prendevano erano la metà di quelli assegnati ai maschi. E poi abbiamo denunciato le clausole anti-maternità nelle strutture private, il sessismo nello sport e le innumerevoli discriminazioni di cui la principale è ancora quella per cui le donne sono tutte dilettanti e non hanno accesso ad una legge dello Stato». 

Com’è cambiato lo sport in questi anni?
«È cambiato perché ha una fetta più ampia di donne e uomini che lo praticano per lavoro. Ma è aumentata anche l’attenzione per lo sport: quello che non cambia è la tutela e il rispetto che deve essere riconosciuto dal punto di vista professionale. Su questo siamo ancora indietro».
Il mondiale di calcio femminile del 2019 ha contribuito in qualche modo?
«Il mondiale femminile e soprattutto l’immagine di una squadra capace di comunicare dei valori in maniera nitida, forte e inclusiva hanno cambiato qualcosa, contribuendo ad abbattere degli stereotipi subìti dal calcio».

Hai anche dato vita ad un progetto di formazione che ti porta in giro per l’Italia, Better Place. 
«Due anni fa ho creato un progetto di formazione nelle aziende e nelle organizzazioni complesse contro stereotipi gender, discriminazioni e sessismo. Ci tengo tantissimo! La cosa che mi entusiasma è che sto incontrando uomini che hanno voglia di cambiare insieme alle donne: vogliono acquisire consapevolezza rispetto a questo problema. E sto incontrando anche tantissime donne che sono entusiaste di poter ascoltare le lezioni dei 15 docenti insieme agli uomini. Di solito ce la cantiamo da sole: invece abbiamo deciso di far parlare metà donne e metà uomini, perché il confronto diventa più interessante e ci si può comprendere meglio».

I capi delle aziende che sino ad ora avete incontrato sono principalmente uomini?
«Finora ho incontrato un numero paro di uomini e donne manager. Il rapporto è uno a uno».

Quindi il luogo più stantio è la politica?
«Forse sì. È molto conservativa e chiusa alle donne, perché le donne sono portatrici di un pensiero rivoluzionario che sconvolge il potere che è costruito da logiche maschili di decenni. Introdurre le donne potrebbe significare sconvolgere l’idea di fare politica e di costruire una strategia». 
Secondo te ci cambierà questo periodo?
«Io penso che a cambiarci non sarà tanto questo periodo che è stato durissimo, ma la paura di rivivere un periodo così. O essere così in pericolo. Se non cambiamo il modo di fare e di vivere la nostra vita, con una attenzione diversa al pianeta, non legando l’esistenza solo alla logica del profitto, rischiamo di trovarci in una situazione di tragedia. Se tutto finisse con un vaccino, entro pochi mesi, non cambieremmo. Ma il problema dei virus esiste ed è sintomatico di un pianeta che si sta ribellando».

Forbes ti ha inserita tra le 100 donne più influenti del 2020 e Lilli Gruber ti ha citata nel suo libro “Basta!”: ti fa felice tutto questo? 
«C’è una cosa che tengo a dire: queste battaglie all’inizio sono state difficilissime. E lo dico senza piagnisteo: ci hanno derise, ignorate e combattute. Ricordo di essere stata anche offesa. Dicevano che era una battaglia stupida. Che erano cose da femministe fuori dal tempo. Ma noi siamo andate avanti in solitudine. In un mondo in cui nessuno aveva avuto il coraggio di farlo, il riconoscimento di Forbes e il regalo di Lilli Gruber rappresentano un omaggio a questa battaglia e alla nostra testardaggine!». 

 


PER LE ATLETE
L’Associazione nata nel 2000 dalla volontà di abbattere stereotipi e discriminazioni, riconoscendo agli sportivi pari diritti. 

Condividi su:
Galleria Immagini