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John Travolta: L段cona torna in pista

A passo di danza, ha dato vita ad alcuni ruoli cult del cinema. Oggi, John Travolta sa di non aver nulla da dimostrare, ma non esita a rimettersi in gioco

Mar 26 Mag 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 17

A John Travolta i complimenti piacciono molto. Gongola come un debuttante dopo il primo applauso sul palco e sembra incredibile che ancora provi tanta emozione, a 45 anni dall’inizio della carriera. Non si schermisce con falsa modestia né prova a fare il brillante. La ragione? Le vere icone ti stregano e basta, senza neppure provarci. E lui ci riesce con eleganza, gentilezza e buona educazione, forse perché fa parte di una generazione di artisti che non prendeva ancora a capocciate i paparazzi, neppure quando si spingevano troppo oltre. A casa sua erano tutti, in un modo o nell’altro, legati al mondo dello spettacolo, quindi non ha mai conosciuto nulla di diverso, né pensato di fare altro. Anche se – gli piace ricordare – non lo ha mai dato per scontato, neppure quando erano tutti pazzi di lui, ai tempi di “Grease” o de “La febbre del sabato sera”. Con una nonna napoletana e un nonno siciliano, entrambi immigrati negli Stati Uniti, sente ancora un legame fortissimo con l’Italia e gli piacerebbe conoscere prima o poi qualcuno dei parenti lontani, ma le sue ricerche finora non hanno portato molto frutto. 
 
Prima d’iniziare l’intervista, ci tolga una curiosità: come fa a mantenersi in forma smagliante?
«Lo sa di avermi appena conquistato dicendomi questo? Pochi minuti fa mi stavo ripetendo, invece, quanto mi sento vecchio. Ecco, ora comincio ad arrossire, ma è la verità: dentro mi sento un ventisettenne, mangio bene, mi vesto decentemente, faccio esercizio fisico in palestra, ho avuto una bella vita e cerco di tenere lontano lo stress».
 
Come?
«Tengo alla larga le persone che considero vampiri energetici, di quelli che ti fanno venire l’ansia, hai presente?». 
 
Molto bene. E il resto dello stress come lo esorcizza?
«Ci sono delle preoccupazioni importanti, su cose che contano, e quando arrivano ti dai una mossa per risolvere i problemi, ma quelle che riguardano cose futili vanno evitate. E allora mi circondo di persone positive e tengo lontane quelle che ti buttano addosso problemi anziché soluzioni, togliendoti la calma e la lucidità e angosciandoti senza motivo».
 
Cosa le piace, invece?
«Le sfide, anche con personaggi che sono tossici. Prendi Gotti: mi sono sentito a mio agio ad interpretare un gangster? Non devo esserlo, ma diventare consapevole abbastanza da poterlo rappresentare. Di certo non ero a cuor leggero quando ho fatto saltare la testa alla gente in “Pulp Fiction”, ma sapevo di poter fingere di esserlo e c’è una grande differenza tra le due cose».
 
Dopo 40 anni “Grease” continua a far sognare. Come se lo spiega?
«Ha la straordinaria capacità di mettere insieme generazioni diverse e la gente non si stanca mai di rivederlo. Per molti è stata la prima volta in sala e ogni volta che lo guardano si sentono di nuovo trasportati in quella dimensione di stupore che il cinema regala. Fa star bene le persone, che poi lo mostrano ai propri figli e lo rendono così un fenomeno, un classico, una storia immortale. Io l’ho visto solo 15 volte, ma sono certo che alcuni fan mi battano facilmente». 
 
È ormai un protagonista della cultura pop…
«Si riferisce al meme che gira online di Vincent che si guarda attorno con aria confusa? Non so bene come sia diventato pop o fenomenale, ma anche in questo caso piace al pubblico quindi ne sono orgogliosissimo. È stato inaspettato in questo caso, a differenza di “Grease”, che invece era già amatissimo a Broadway».
 
Negli anni Settanta riusciva a camminare per strada?
«Mi sentivo un po’ come i Beatles, ad essere onesto, ma mi sono abituato alla fama piuttosto presto, da ragazzo, quindi non ho mai patito per le troppe attenzioni».
 
Il mondo sta vivendo tempi incerti. Come vede l’America oggi?
«Ho capito che bisogna capire quando al TG ti vogliono “vendere” qualcosa che non sia la verità, anche se distinguere le fake news dalle notizie vere è sempre più complesso. Io cerco di avere uno spirito critico, di mettere insieme più versioni della verità che mi viene offerta e creo un mosaico dal quale mi sforzo di reperire qualcosa di autentico».
 
Come reagisce quando qualcuno si stupisce del suo ritorno in scena?
«Per ciascuno vuol dire qualcosa di diverso. Io ho sempre bisogno di reinventarmi. Ad esempio, ho preso parte al video del mio amico Pitbull che si chiama “3 to tango”. Credo di annoiarmi con me stesso, quindi preferisco cambiare pelle e fare qualcosa di diverso. E siccome non penso di “essere arrivato” da nessuna parte allora trovo sempre nuovi stimoli». 
 
Che cosa prova ripensando alla gavetta?
«Se a New York volevi guadagnarti da vivere come artista dovevi usare olio di gomito. Se oltre a recitare sapevi anche cantare e ballare, allora triplicavi le possibilità d’ingaggio. Essere un artista vuol dire anche saper vivere e osservare l’umanità che ti circonda, non chiuderti in una bolla. Per me la vita va vissuta come un’opera d’arte e, nel mio caso, trarne qualche spunto se servisse in qualche ruolo. Ho saputo sfruttare sempre anche i momenti di pausa, senza lamentarmi della precarietà di questo mestiere. D’altronde se avessi voluto un impiego stabile sarei andato da IBM. Non dico che ci sia un lavoro che ti dia una stabilità assoluta, ma qualunque cosa accada devi mantenere salda la fiducia in te stesso».
 
La prima a credere in lei?
«Mia sorella maggiore, Ellen, che faceva l’attrice. Senza di lei non sarei qui. I miei genitori l’hanno un po’ spinta verso la recitazione, mentre io avevo già il desiderio di esibirmi a tutti i costi da piccolo. Se sono riuscito a trovare la faccia tosta d’insistere lo devo a lei, che mi ha aiutato a sviluppare e incanalare questa passione. Ecco perché, ad esempio, quando il Festival di Cannes ha organizzato una celebrazione per i 40 di “Grease”, ho insistito che fosse al mio fianco. Peraltro, non so se ci avete fatto caso, ma lei compare nel film, interpreta la cameriera che vede Sally e Danny in tv».
 
Molti pensano che Richard Gere debba la sua carriera a lei. Vuole spiegarci perché?
«Ho rifiutato almeno quattro film che poi ha fatto lui, inclusi “American Gigolo” e “Ufficiale e gentiluomo”. E a pensarci bene, non mi ha mai ringraziato (Ride - ndr)!».
 
Si dice che la carriera sia una combinazione di talento e fortuna. Qual è stato il suo momento di svolta?
«A 17 anni mi sono presentato per interpretare Gesù in “Jesus Christ Superstar”, ma ero troppo giovane e non mi hanno preso. Il produttore annotò su un pezzo di carta che ero da tener d’occhio perché avrei sfondato. Quando mi ha proposto “Grease” mi ha mostrato il foglio. Ho capito che quando pianti un semino non sai mai cosa fiorisce né quando, ma invece di disperarti per un provino andato male pensa a cosa ti porterà».
 
In “The fanatic”, presentato alla Festa del cinema di Roma, si parla di stalker. Ne ha mai sperimentato qualcuno?
«No, perché con il pubblico ho un bel rapporto, ci stiamo simpatici a vicenda».
 
Lei è fan di qualcuno?
«Mai vergognato ad ammetterlo: se una cosa ti emoziona dillo pure ad alta voce, non è un peccato. Se provo un sentimento di ammirazione lo dico e basta. E la lista di quelli che stimo è lunga e comprende il mio amico Marlon Brando, Liz Taylor, Sophia Loren, Federico Fellini e fenomeni come “Il padrino”, ad esempio».
 
Cosa le manca nella lista dei desideri dei ruoli da interpretare? Un bel supereroe?
«A 5 anni, quando gli altri bambini pensavano ai supereroi, mio padre mi faceva vedere film di Bergman, quindi non sono la persona giusta a cui chiederlo. I miei figli, per esempio, li amano e va bene così. L’intrattenimento crea mondi e ispira in modo diverso e per gusti differenti. Se qualcosa ti piace chi sono io per smontarla?».          

 


UNA LEGGENDA DAL CUORE D’ORO
L’italoamericano John Joseph Travolta, classe ’54, si è guadagnato due nomination agli Oscar per ruoli cult in “Pulp Fiction” e “La febbre del sabato sera”. Ha collezionato personaggi iconici della storia del cinema, tra cui “Grease” (con cui aveva peraltro debuttato anche a teatro) e ha saputo sempre reinventarsi con ironia, come nel musical “Hairspray – Grasso è bello”, dove interpreta la madre della protagonista. Ballerino e cantante, oltre che attore, ha iniziato la carriera a Broadway per proseguire con film amatissimi dal pubblico, tra cui “Senti chi parla” e “Staying Alive”. Al Festival di Cannes ha presentato “Gotti”, dove interpreta un boss mafioso, mentre ha di recente debuttato in tv con “American Crime Story”. Durante l’ultima edizione della Festa del cinema di Roma ha ricevuto il Premio Speciale. La sua prima moglie, l’attrice Diana Hyland, è morta di cancro nel 1977, poi si è sposato con la collega Kelly Preston, da cui ha avuto tre figli, Jett, affetto da autismo (morto per problemi di salute a 16 anni), Ella (20 anni) e Benjamin (10). 

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