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A me piace la campagna

Dopo il lockdown la vita all’aria aperta è il nuovo sogno italiano. Consigliato da chi ha fatto questa scelta tempo fa, ma anche dagli esperti...

Gio 28 Mag 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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Stare chiusi in casa per mesi ci ha permesso di ritrovarci (spero) con noi stessi, la famiglia, facendoci rivedere le nostre posizioni sulle priorità e provocando  sicuramente, un desiderio naturale per la vita all’aria aperta, gli spazi senza pareti e i cieli in una stanza. E c’è chi, alla luce di questi nuovi desideri espressi, sta decidendo di passare all’azione, optando per l’abbandono della città o per la scelta di una fuga nel verde o per una vita sempre più green e a km zero. Per comprendere cosa sta accadendo, abbiamo intervistato un sociologo, il titolare di uno studio che ha evidenziato la relazione tra agricoltura industriale e Covid,  chi da anni vive in bicicletta, i titolari di aziende vinicole a conduzione familiare e chi alla frenesia di Londra ha preferito i lamponi della sua terra...                 
                                                                                                                   


In fuga dalla tecnologia 

Perché sentiamo il richiamo della natura? Ce lo spiega Lello Savonardo, sociologo ed esperto di comunicazione ambientale 

di Emanuele Tirelli

Sono lo stress e le dinamiche frenetiche del quotidiano a spingere l’uomo verso il ritorno alla natura. E l’isolamento forzato ha amplificato ulteriormente una costrizione che porta con sé anche l’incertezza, lo smarrimento, la vita negli spazi chiusi. «Occorre cominciare facendo innanzitutto una distinzione tra cultura e natura - dice Lello Savonardo, sociologo e professore di Teorie e tecniche della comunicazione all’Università Federico II di Napoli, ed esperto di comunicazione ambientale -. Tutto ciò che non è cultura, laddove la cultura è quello che l’uomo produce nel rapporto con l’ambiente circostante, nella relazione con il contesto in cui vive. E può essere sia materiale che immateriale. Tutto ciò che l’uomo fa per nutrirsi e per muoversi, dalla dimensione tribale fino all’era digitale, risponde all’esigenza di interfacciarsi con la natura e di soddisfare dei bisogni che cambiano continuamente».

Questo “ritorno” è quindi una reazione?
«Credo che l’eccesso delle tecnologie ci spinga e ci spingerà al rapporto con gli elementi della natura, in cui, volenti o nolenti, ci riconosciamo biologicamente. Il contatto con il mare, con i prati e le montagne, riconcilia l’essere umano con una dimensione più semplice e immediata, con l’ambiente che lo ha creato. Le tecnologie digitali e la costante interconnessione si sono amplificate in maniera esponenziale negli ultimi 15-20 anni e adesso sono esplose a causa del coronavirus: comunicazioni, lezioni e riunioni a distanza sono grandi possibilità, ma hanno anche un rovescio della medaglia.
Probabilmente tutto questo ci porterà a un controllo e a una sorveglianza da parte degli enti preposti, che minerà la nostra libertà. Ecco allora che potrebbe nascere l’esigenza di sentirsi liberi, non tracciabili, non connessi, di frequentare il più possibile gli spazi aperti come reazione a quelli chiusi in cui siamo stati costretti dalla pandemia».

Cambia anche il rapporto con se stessi?
«Questo periodo ci spinge a riflettere di più, su di noi e sullo stress che abbiamo vissuto, o continuiamo a vivere, a causa dell’impatto che ha avuto sulla vita privata e su quella lavorativa. Nel momento in cui siamo costretti a fermarci, questo stress diventa focalizzato e può essere legato alle caratteristiche della modernità, della post-modernità, delle tecnologie della comunicazione, dei ritmi che non sono in linea con quelli biologici dell’alba e del tramonto. Il tempo e lo spazio sono stati messi in crisi. Non esiste più il tempo dilatato che ci impone la natura, perché, pur stando seduti alla scrivania, possiamo abbattere ogni confine. Ma tutto questo è fuori e contro natura, e non rispecchia le logiche dell’alba e del tramonto».

Occorre anche ripensare a certe modalità?
«Il movimento contro i cambiamenti climatici degli ultimi anni ha già segnalato quanto bisogno ci sia di soffermarsi a ragionare sulla presenza dell’individuo nel mondo e sul consumo energetico eco-sostenibile. L’emergenza del Covid19 è una conseguenza dello scombussolamento degli assetti naturali, come qualunque patologia della terra e del mondo, che nasce da dinamiche non-naturali. Questa pandemia farà pensare ancora di più alla necessità di salvaguardare la terra per evitare altre circostanze come questa. L’uomo è smarrito, incerto e disorientato, perché è bastata una vicenda del genere per rimettere in gioco le sue sicurezze. E, probabilmente, ci sarà una maggiore consapevolezza dell’importanza della natura, che invece rappresenta un elemento rassicurante».                  
 
 


Più sicuri lontani dalla città 

Il virus si concentra nelle zone agricole periurbane e ad agricoltura intensiva: lo evidenzia uno studio coordinato dal professor Mauro Agnoletti

di Angela Iantosca


Che la campagna possa rappresentare il futuro o già il presente ce lo fa comprendere chiaramente uno studio condotto dal laboratorio CULTLAB della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze, in collaborazione con la segreteria scientifica dell’Osservatorio Nazionale del Paesaggio Rurale, coordinato dal professor Mauro Agnoletti, responsabile scientifico del programma della FAO per la tutela dei Paesaggi agricoli di rilevanza mondiale. 
Noi lo abbiamo raggiunto per capire come sia nato lo studio. 
«Come tutte le componenti scientifiche italiane e straniere, stiamo provando a dare un contributo ad un tema di cui si sa poco. Gli stessi medici non sanno molto bene di cosa si tratti. Per questo, ci siamo occupati di vedere come si poteva contribuire, partendo da una intuizione. Vedendo la diffusione del virus e conoscendo la tipologia delle aree rurali che sono presenti in Italia, ci è parso di cogliere una relazione tra modelli di produzione industriale e modelli di agricoltura a bassa intensità energetica, che puntano non sulla quantità, ma di più sulla qualità del paesaggio e dell’ambiente».

Quali sono i dati che emergono?
«Abbiamo preso in considerazione quattro modelli di agricoltura: aree agricole urbane e periurbane, aree ad agricoltura intensiva (es. Pianura Padana), aree con agricoltura a media intensità energetica (dove si praticano sistemi tradizionali) e aree con agricoltura a bassa intensità energetica (tipicamente nelle zone di montagna del Centro-nord, nella collina rurale meridionale e in alcune aree di pianura del Sud e delle isole). Considerato il dato medio nazionale della diffusione del Coronavirus, pari a 67 casi ogni 100 kmq, nelle aree ad agricoltura intensiva l’intensità del contagio sale a 134  casi ogni 100 kmq, mentre nelle aree ad agricoltura non intensiva il dato scende a 49  casi ogni 100 kmq. Quindi si è evidenziata una maggiore incidenza del virus nelle zone agricole periurbane e ad agricoltura intensiva, in particolare nelle aree della Pianura Padana, del fronte adriatico dell'Emilia Romagna, della valle dell'Arno tra Firenze e Pisa, e nelle zone intorno a Roma e Napoli, dove si registra un più alto livello di meccanizzazione, impiego della chimica e agroindustria e maggiori interrelazioni con urbanizzazione e inquinamento».

Come analizzare i dati?
«Intanto dobbiamo sapere che in Italia ci sono aree agricole periurbane che rappresentano il 4% del territorio nazionale. Mentre il 21% è rappresentato da intensive aree agricole, dove abbiamo una concentrazione di industria agroalimentare. Queste due zone, pur rappresentando una piccola parte del territorio italiano, hanno la quota maggiore del valore dell’agricoltura in termini di produzione industriale. In queste zone si registrano 134 casi ogni 100 km quadrati rispetto ai 49 delle aree non intensive, che riguardano più del 78% del territorio italiano. In queste zone a bassa intensità si trovano i nostri boschi, aree protette e soprattutto aree caratterizzate da produzioni tipiche di qualità, attività turistiche e agrituristiche che in una fase di ripartenza dovrebbero essere riconsiderate».

Come è cambiato il paesaggio negli anni?
«Nei decenni abbiamo perso 10 milioni di ettari che sono stati abbandonati e abbiamo sviluppato modelli di agricoltura  industriale efficaci solo in una piccola porzione del territorio. Cosa ha comportato questo? Che le produzioni intensive non riescono a coprire il fabbisogno nazionale e che molte industrie alimentari importano la materia prima, come il grano,  dal Canada o dal Kazakistan. Ma questo non perché non ci siano terreni in Italia dove produrre la materia prima, ma perché i terreni nelle  aree collinari o montane hanno costi di produzione superiori rispetto ai mercati internazionali. Negli ultimi anni abbiamo abbandonato le colline e le montagne e ci si sta concentrando in pianura, dove si lavora meglio con mezzi meccanizzati e si è più vicini alle infrastrutture viarie ed ai mercati cittadini. Ma ciò che si ottiene nelle zone collinari è diverso, è la tipicità, è quanto sta promuovendo lo Slow Food».

Qual è la vostra proposta?
«Alla luce dei dati emersi, in campagna si sta più sicuri. Il caso della Pianura Padana è esemplificativo: qui si concentra il 61% delle aree ad agricoltura intensiva di tutto il Paese e fa registrare il 70% dei casi Covid-19 in Italia. Le aree a media e bassa intensità energetica, dove sono concentrate il 68% delle superfici protette italiane, risultano invece meno colpite dal virus. Queste aree sono distribuite soprattutto nelle zone medio collinari, montane alpine ed appenniniche, caratterizzate da risorse paesaggistiche, naturalistiche, ma anche culturali, storiche e produzioni tipiche legate a criteri qualitativi più che quantitativi. Il modello di agricoltura riflette uno stile di vita diverso rispetto a quello delle zone ad alta intensità energetica. Proponendo una interessante prospettiva sul futuro soprattutto».                           

 


Lei, pronta ad accoglierci

Nino Martino: “L’Italia è perfetta per una vacanza in natura”

di Emanuele Tirelli

Venticinque Parchi Nazionali, per oltre 1,5 milioni di ettari, corrispondenti a poco più del 5% di tutto il territorio italiano. Poi ci sono più di 140 Parchi Regionali, 32 Aree Marine Protette, 50 Monumenti Naturali, altri parchi locali e aree protette.
La natura del Bel Paese è pronta ad accogliere le persone dopo l’isolamento forzato a causa del coronavirus. E se già negli ultimi anni si è registrato un interesse crescente, questa volta potrebbe rappresentare una vera e propria necessità per ricaricarsi, per scavalcare scarse economie, o paure, che impediranno a tante persone di partire, per riscoprire luoghi meravigliosi a pochi chilometri dalle proprie abitazioni.
«Perché la natura è il posto in cui l’essere umano si ricarica - dice Nino Martino, presidente di Aigae (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) che raccoglie oltre 3mila iscritti in tutta Italia -. Più si vive in palazzi alti, piccole strade, centri affollati, maggiore è la necessità di allontanarsi per ritrovare una dimensione più lenta e distesa. Ma è importante che si instauri anche un legame. Ci interessa far scattare una molla emotiva che connetta la persona all’oggetto dell’interesse, per arrivare a un meccanismo di conservazione attiva. Quando andiamo in natura, cerchiamo di far scoprire il valore dei luoghi, il sentire profondo della connessione con un ambiente, affinché le persone ritornino e divengano protagoniste attive». 
Le caratteristiche del territorio sono un’ottima base per questa possibilità. E, nonostante la crescente urbanizzazione e il sopravanzare dell’inquinamento, l’Italia è ancora ricca di flora e di fauna. «Il nostro Paese è perfetto per una vacanza in natura. Ha poche metropoli, molte conurbazioni, e in ogni caso rende quasi sempre la possibilità di fare poche decine di chilometri per ritrovarsi in un’altra dimensione. La nostra speranza è che le escursioni riescano a favorire tutto questo».

DISTANZIAMENTO... NATURALE
«La natura offre spazi che garantiscono da soli il cosiddetto distanziamento sociale, necessario in questo periodo. La guida non conduce semplicemente da un punto all’altro, ma si occupa dei propri ospiti, seguendo le esigenze di tutti, perché tutti hanno il diritto di immergersi nella natura e di trovare una connessione “spirituale”. Si può anche andare sotto un albero e stendersi, e va bene. Ma, per chi vuole cercare di comprendere un po’ di più e apprezzare meglio le caratteristiche e i luoghi, i suoni e gli odori, la guida è un buon grimaldello per aprire qualche cancello. Questo mestiere va bene per dieci persone; comincia a diventare più difficile con quindici; con venti è quasi impossibile. Già da tempo applichiamo delle tecniche capaci di avere meno ospiti, ma il più coinvolti possibile. E questo ben si adatterà alle nuove esigenze. Le nostre attività immersive di interpretazione del patrimonio naturale prevedono momenti didattici, educativi, ludici, di silenzio. Li stiamo ripensando per evitare il contatto diretto tra le persone, con attività semplici ed escursioni di una o mezza giornata».

VISIONE FUTURA
Non solo uno sguardo al presente, ma la necessità di una programmazione futura, per una visione dell’Italia capace di valorizzare un patrimonio naturalistico ricco anche se poco salvaguardato. «La prima legge di tutela ambientale dell’Occidente è stata emanata in Italia. E lo stesso vale anche per la prima legge di tutela di una specie naturale. Eppure, nell’agenda politica italiana degli ultimi numerosi anni, la natura e il turismo sostenibile non occupano un ruolo centrale. Occorre invece guardare al futuro per coltivare meglio quel tanto che abbiamo. Si tratta anche del diritto di coloro che non sono ancora nati. Forse dovremmo iniziare finalmente a frenare le nuove costruzioni e ad aumentare le ristrutturazioni edilizie».

LIBERI DALL’INQUINAMENTO 
Durante la costrizione a casa per l’emergenza del coronavirus, in molti hanno visto una riduzione sensibile dell’inquinamento dell’aria e delle acque; hanno ritrovato i colori della natura. I telegiornali e i social hanno mostrato quanto, in poche settimane, fosse possibile respirare meglio; vedere le cime delle montagne solitamente offuscate e le acque limpide di fiumi, foci e canali. Ma in alcuni luoghi un nuovo cambiamento negativo è arrivato subito dopo il 4 maggio. «Speriamo che questa attenzione possa germinare sempre di più nei cuori di tante persone. Se dovessi chiedere qualcosa al Ministro dell’Ambiente Costa e al sistema delle aree naturali protette, domanderei di creare un vero coordinamento nazionale; di investire per rendere le esperienze in natura inclusive e non elitarie, quindi accessibili a tutti; di inserire le guide in un sistema lavorativo stabile nei parchi; di guardare all’Italia per valorizzare queste risorse e le loro valenze esperienziali ed educative. E sarebbe bello se, nel fine settimana, gli scuolabus fossero impiegati per portare i bambini e i genitori nei luoghi di un’escursione».           

 


La campagna non si ferma 

Cosa è accaduto nelle campagne, mentre le città venivano chiuse? Abbiamo raggiunto quattro aziende vinicole a conduzione familiare 

di Angela Iantosca

Qui Marsala (Trapani - Sicilia)
«Abbiamo vissuto e stiamo vivendo questo momento in campagna – spiega Sabrina Giacalone della Tenute Botticella -. La natura non conosce il Covid e va avanti con i suoi ritmi. In questi mesi abbiamo effettuato le potature e la concimazione con il favino, metodo che viene usato per chi sposa l’agricoltura biologica. Abbiamo fresato i nostri terreni e abbiamo creato nuovi impianti che chiaramente all’inizio hanno bisogno di maggiori attenzioni. Dal punto di vista della vigna, abbiamo continuato a lavorare e a fare tutto ciò che andava fatto. Non è cambiato nulla. Per quanto riguarda la cantina, ci adopereremo nel momento in cui comincerà la vendemmia con tutti gli accorgimenti necessari previsti, faremo attenzione all’assembramento, useremo mascherine, disinfettanti e guanti. Già ci stiamo preparando».

Qui Paternopoli (Avellino - Campania)
«C’è stato un primo periodo di grande paura e incertezza e disorientamento – esordisce Gianni Fiorentino dell’omonima Azienda Agricolo -. Ma la Campania ha tenuto bene in fase di diffusione della pandemia. Noi, in questi mesi, abbiamo effettuato la potatura, la letamazione e la concimazione dove necessario. Dal punto di vista della vigna e del lavoro nel campo non ci sono state ripercussioni. E, soprattutto, la natura è stata il nostro punto fermo: la natura e i tempi della vigna in questo sconquasso generale di ogni certezza hanno rappresentato per noi una certezza, per quanto in un momento delicato. In cantina abbiamo seguito le lavorazioni post vendemmia 2019. E, per quanto riguarda l’imbottigliamento e, quindi, l’affinamento dei vini, abbiamo preferito capire come evolve la situazione, ma comunque abbiamo spostato a fine maggio il lavoro programmato per aprile con i vini bianchi e il rosato. Ora la domanda è: come orientarci in questo scenario? Inevitabilmente saranno innescati nuovi meccanismi e la rete tra le aziende, soprattutto a conduzione familiare, è la soluzione». 

Qui San Floriano del Collio (Gorizia - Friuli)
«Qui la situazione è tranquilla – racconta Roberto della Alessio Komjanc. Vignaioli in Collio -. Abbiamo proceduto all’impianto di nuovi vigneti. La situazione in campagna è normale e le distanze naturali favoriscono l’assenza di contagi. La nostra realtà è familiare e l’azienda si serve di manodopera familiare. Noi abbiamo continuato a lavorare in campagna e in cantina. I vini stanno maturando e stiamo per imbottigliare la Ribolla gialla, visto il momento favorevole commerciale. Sarà pronta a breve e siamo molto soddisfatti della qualità dovuta all’ottima annata 2019». 

Qui Serralunga d’Alba (Cuneo - Piemonte)
«Siamo state e siamo purtroppo una delle regioni più colpite – spiega Ezio dell’Azienda Agricola Boasso Franco -, una di quelle che sta facendo più fatica a rispondere. Anche se le zone più colpite sono state la provincia di Torino e di Alessandria. Nella provincia di Cuneo dove ci troviamo è stato diverso. Noi come abbiamo reagito? Questa situazione all’inizio ci ha spaventato non poco, ma abbiamo avuto la fortuna di essere in campagna e di obbedire ai ritmi della natura che non si fermano. Abbiamo piantato vigne nuove. Siamo andati avanti con i lavori di  legatura e abbiamo fatto il primo passaggio in verde, togliendo i tralci germogliati e che erano di troppo e togliendo le foglioline. Abbiamo anche fatto il primo trattamento per la difesa fitosanitaria, perché ci sono state delle piogge e abbiamo dovuto preservare la pianta. Inoltre, essendo a conduzione familiare e dovendo sempre sdoppiarci tra cantina, campagna e eventi, con la soppressione degli eventi abbiamo avuto modo di stare di più in cantina e, poiché abbiamo vini da invecchiamento, abbiamo approfittarlo per imbottigliarli, per metterli da parte e sperare in un futuro migliore. Per la vendemmia e il futuro prossimo, abbiamo preso tutte le precauzioni possibili, nonostante la nostra attività si svolga all’aperto». 

 


In vacanza come a casa

Gli Alberghi Diffusi si preparano al ritorno dei turisti

di Angela Iantosca

Ritorno alla normalità significa anche viaggiare. In Italia per il momento si prevede l’apertura delle frontiere a giugno. Un’occasione questa per riscoprire le bellezze del nostro Paese, facendolo sempre nel rispetto delle norme vigenti. Una cosa che, ancora una volta, risulta possibile in quei contesti che sono immersi nella natura, che fanno della qualità dell’ambiente, delle relazioni e delle piccole dimensioni un punto di forza. Come gli Alberghi Diffusi, di cui siamo andati a intervistare il Presidente Giancarlo Dall’Ara. 
«Cominciamo dalle buone notizie. A San Leo, dove ci sono circa 300 abitanti, è stato aperto a maggio, in piena crisi, un albergo diffuso. Il 5 maggio nella Svizzera italiana, in un piccolo paese di 15 abitanti, Corippo, sono cominciati i lavori per la realizzazione di un albergo diffuso: lì, infatti, è nato un consorzio di abitanti che ha messo in piedi una fondazione che ha raccolto in due-tre anni quasi tutte le risorse necessarie. Apriranno nel 2021!».

Si parla di ritorno alla campagna e ai piccoli borghi, dove è più semplice rispettare le norme. Voi come vi ponete di fronte al futuro?
«La nostra idea è questa: noi ci troviamo in piccoli paesi, borghi, frazioni che hanno i fondamentali per affrontare il futuro. Siamo vicini alla natura, siamo in delle realtà nelle quali c’è lo spazio che permette di mantenere le distanze. Inoltre, i paesi non sono molto abitati, cosa che un tempo rappresentava uno svantaggio e ora un’opportunità. E poi c’è il tema della sicurezza: essendo piccole comunità, la gente si conosce e così nascono relazioni solide che permettono a chi arriva di trovarsi in un contesto tranquillo, che è l’altro tema a cui pensa la gente quando decide di muoversi. La scommessa fatta molti anni fa sul creare un modello di ospitalità adatto ai piccoli borghi oggi si rivela vincente, perché si cerca di proporre cose autentiche e si tratta il cliente non come turista, ma come persona».

Ci sono decreti che dovete seguire o delle linee guida che vi sono state date per riprendere la normale attività?
«Per il momento non ci sono decreti. Ma in realtà, al di là delle linee guida delle varie associazioni di categoria, bisognerebbe pensare a cosa vuole chi pensa di viaggiare. Pensiamo che si esce da una casa in cui si è rimasti per due mesi. E in casa ci si sente al sicuro perché ci sono stati dei canoni che sono stati rispettati. Quando qualcuno deciderà di partire, quindi, vorrà trovare gli stessi standard ai quali si è abituato in casa, cioè un contesto protetto. L’albergo diffuso è una rete di case: chi viaggerà troverà il conforto e l’igiene della casa. Per quanto riguarda le pratiche all’arrivo, si manterranno i requisiti che sono ormai consolidati: mascherina, distanze di sicurezza, guanti. Quindi la formula è “In vacanza come a casa”. Chi meglio di un modello di offerta dato da un insieme di case può garantire questa richiesta?».

Che danni avete subìto?
«Come tutti: crollo economico e psicologico. Economico per i motivi che sappiamo. Il turismo è stato bloccato. Tra l’altro avevamo aperto un canale importante con il Giappone ed erano previsti dei tour. Abbiamo dovuto spostare tutto all’anno prossimo! Ma il danno più profondo è quello psicologico. Non siamo molti come alberghi diffusi e ci siamo trovati senza linee guida da parte delle istituzioni. Siamo nella totale incertezza. Lo capiamo, ma almeno uno scenario prospettato ci permetterebbe di allinearci. Gli scenari li abbiamo dovuti fare noi. E secondo la nostra ipotesi ci sarà un altro scenario, quello che chiamiamo il rimbalzo. Cosa significa? Che le persone che hanno vissuto con fatica questa chiusura improvvisamente, invece di uscire di casa, fuggiranno. Se questo sarà incanalato, sarà positivo, ma se si trasformerà in un assalto incontrollato potrebbe diventare tragedia. Noi lavoriamo per un rimbalzo positivo, ma forse nei paesini bisognerebbe cominciare ad ipotizzare dei gate che permettano di controllare quanta gente arriva. Anche perché c’è un fattore che non è stato preso in considerazione: la reazione dei residenti.  Non c’è un’associazione di categoria che si occupa di loro e dei loro interessi. Dovrebbero farlo Regioni e Ministero».              
 
 

 

Il profumo delle origini

Dopo aver lavorato nei campi dell’informatica e del turismo a Londra, è tornato nel Viterbese per fondare un’azienda agricola nei luoghi della sua infanzia

di Domenico Zaccaria

Dalla Tuscia Viterbese a Londra, questa (una volta tanto) non è la storia di un viaggio di sola andata. Ex informatico ed ex operatore turistico, nel 2011 Massimiliano Biaggioli ha deciso di fare ritorno nella sua terra per fondare l’azienda agricola “Lamponi dei Monti Cimini”. A quasi dieci anni di distanza rivendica la bontà della sua scelta, un ritorno alle origini che si è trasformato in una scommessa imprenditoriale di successo. «Dopo aver lavorato in una società informatica, sono passato al settore del turismo e sono partito per Londra, per un progetto che prevedeva un anno di lavoro nel Regno Unito e un secondo anno a Mosca. Arrivato lì, le mie giornate erano molto piene, ma anche decisamente monotone. E così alla fine del primo anno ho deciso di non partire per la Russia e di lanciarmi in questo progetto nella mia terra d’origine». 

Un progetto a forte vocazione familiare.
«I miei genitori erano appena andati in pensione e così l’azienda poteva essere un modo per passare del tempo insieme. Infatti, il lamponeto è sorto proprio a due passi da quella che era stata la casa della mia infanzia».

Perché hai scelto i lamponi? 
«Perché mi piacciono e perché nel nostro territorio era molto difficile trovarne di buoni, mentre a Londra li mangiavo tutti i giorni di ottima qualità. E poi adoro le sfide e i lamponi mi hanno permesso di affrontarne parecchie».

E' un prodotto legato al territorio?
«La Tuscia Viterbese è votata naturalmente alla coltivazione di castagne e nocciole. Ma non tutti sanno che duemila anni fa i Romani, dopo averli importati dall’isola di Creta, coltivavano proprio i lamponi e ne hanno favorito la diffusione in tutto il Vecchio Continente. Il Terminillo per anni è stato il più grande lamponeto d’Europa».

Negli ultimi mesi si è assistito a un vero e proprio esodo al contrario verso campagne e piccoli borghi. Cosa ne pensi? 
«Io penso che l’evoluzione non si fermi e che siamo davanti a un evento evolutivo. Stiamo capendo che qualcosa non andava nella gestione del Pianeta e di conseguenza delle nostre vite: per cui chi coglierà questo momento come opportunità per resettare alcuni vecchi punti fermi alla fine avrà ragione. Molte persone sono tornate nei loro luoghi di origine e secondo me in molti ci resteranno».

Nuove opportunità a partire dalla crisi!
«Sono convinto che nei prossimi due anni ci saranno occasioni irripetibili dal punto di vista sociale, umano e lavorativo. L’emergenza sanitaria è stata una sorta di livella che ha messo molte persone sullo stesso piano e tutto starà nel saper cogliere le nuove opportunità».

Cosa possono dare in più la campagna e un piccolo borgo rispetto a una metropoli? 
«Conta poco dove ci troviamo, pesa di più chi siamo. Io ricordo momenti di pausa e di riflessione a Piccadilly Circus così come in mezzo al mio lamponeto. Tutto sta alla nostra emotività, che ci può far sentire in pace tra 15 milioni di persone o nervosi da soli in mezzo a un bosco».            

ANDATA E RITORNO
Nato a Viterbo nel luglio del 1972, Massimiliano Biaggioli è appassionato di montagna ed in generale di tutto quello attraverso cui si possano esprimere la fantasia e l’innovazione. Dopo aver lavorato come informatico e un’esperienza a Londra come operatore turistico, ha deciso di ritornare nella sua terra. Dove si è dedicato ad un frutto speciale, il lampone. Se ne è perdutamente innamorato e, nonostante abbia già creato tanti prodotti innovativi, non ha alcuna intenzione di fermarsi.

 


La bici è terapeutica

Ludovica Casellati e la sua bicicletta terapeutica contro ogni stress

di Angela Iantosca

Finito il lockdown finalmente si torna a passeggiare, ad andare al mare e a girare in bicicletta. Come fa da anni Ludovica Casellati, giornalista, esperta di comunicazione e appassionata di cicloturismo ed editore di Viagginbici.com.
«Nonostante la chiusura forzata in casa, diciamo che i sogni non ce li ha potuti togliere nessuno! Così, nei mesi passati ho mantenuto vivo sui social network il ricordo delle mie gite in bicicletta nei territori dove sono ubicati i “miei” Luxurybikehotels e ho pensato dove mi piacerebbe andare a trascorrere un fine settimana o una vacanza rigenerante appena sarà possibile. Ho focalizzato in maniera netta quello di cui ho più bisogno e ho individuato esattamente dove prenderanno forma».

Il libro “La bici della felicità” (Sperling&Kupfer) lo hai dedicato a tutti quelli che ti dicono "hai voluto la bicicletta?": come ti ha cambiato la vita la bicicletta?
«La bicicletta mi ha cambiato il modo di vedere le cose, la prospettiva. È un mezzo semplice, accessibile a tutti, che mi permette di andare dove mi possono portare le mie gambe, in lentezza, gustando tutto quello che mi circonda. Ho iniziato aprendo un giornale dedicato al turismo in bicicletta e premiando le vie verdi più belle d’Italia. Il mio hashtag è #bikeismydesk».

Quanto fa bene pedalare?
«Pedalare fa bene al corpo e alla mente. Mettiamo in moto il nostro fisico, pedalata dopo pedalata e possiamo tenerci in forma spostandoci. La bicicletta fa bene alla circolazione, al cuore, alle articolazioni che non forza... Ovviamente va usata con la testa e con il casco!».

In bici, ma non solo per viaggiare: come possiamo riscoprire questo mezzo nelle città?
«È il mezzo ideale per girare in città perché ci fa risparmiare tempo e denaro: mi spiego. Con una ebike, ad esempio, nelle grandi città trafficate è possibile coprire distanze notevoli senza fare code e avere il problema del parcheggio. Oggi il governo sta prevedendo incentivi all’acquisto fino a 500 euro e in molti Comuni ci sono rimborsi chilometrici per chi usa la bici per andare al lavoro».

Tutti, anche grazie a questo momento, stanno parlando dell'importanza di una vita all'aria aperta, a impatto e a km zero: che ne pensi?
«Questa situazione ci ha costretto agli arresti domiciliari troppo tempo e ci farà riscoprire la bellezza e l’importanza di gite ed escursioni all’aria aperta. Credo che pianificare uscite all’aria aperta, magari in famiglia con i nostri figli o con amici, sarà la cosa più semplice, immediata da fare e che ci appagherà».

Con la bici si può fare terapia: perché? 
«Si chiama “Biciterapia” l'ha teorizzata per la prima volta Vera Slepoj nel mio libro. La bicicletta fa bene a tutti, ma in particolare a chi soffre di stati d’ansia, attacchi di panico e patologie ossessive compulsive. La ritmicità, il contatto con l’aria, l’essere noi a controllare e guidare il mezzo oltre ad esserne il motore propulsivo, sono gli elementi distintivi che fanno la differenza».

Quale viaggio stai programmando?
«Puglia, Umbria e Toscana le mie prossime mete, ma per scoprire in bicicletta luoghi poco battuti dal turismo, che racconto su  viagginbici.com».

Quali sono i vantaggi della bicicletta?
«Il grande vantaggio della bicicletta, oltre a tutti quelli che ho elencato che hanno a che fare con la nostra salute, è che mi offre l’alibi per degustare ciò che le tradizioni enogastronomiche del nostro Paese offrono. Faccio vacanze a "bilancia zero" (chilometri/calorie)».                                               

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