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NEK: il mio gioco preferito

Un nuovo disco nato durante il lockdown, un concerto live senza pubblico, incontri virtuali a distanza: per Nek (per tutti) cambiano le modalità, ma non la necessità di fare musica

Gio 02 Lug 2020 | Interviste Esclusive
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“I l mio gioco preferito – parte seconda” è l’ultimo disco nato in casa Neviani, in arte Nek, durante la fase di lockdown: figlio di tempi insoliti, che non dimenticheremo facilmente. È stato ufficializzato con un concerto live in radiovisione e in streaming (senza pubblico) in piazza, nella sua Sassuolo, e presentato nei giorni successivi con incontri in store virtuali, a distanza. Modalità diverse, tempi dilatati, ma stessa urgenza espressiva per Filippo Neviani di comunicare con i suoi fan e di cercare il loro contatto, soprattutto in un momento in cui la libertà individuale è così limitata. Perché la musica, la passione, la vita, trovano sempre un modo per rifiorire.

Quali sono i punti di contatto e le differenze tra le due parti del disco “Il mio gioco preferito”? 
«Nella prima parte era molto forte il lato strumentistica. C’era più pomposità. Nella seconda invece c’è un ritorno alle sonorità anni ’80 e un ridimensionamento delle tracce. La seconda parte è decisamente più asciutta. Ho preferito togliere anziché aggiungere».


“E sarà bellissimo” è un brano che parla dei medici, come fossero soldati. 
«Avevo in mente tante figure diverse. Ho pensato anche all’astronauta che mette di nuovo piede sulla Terra dopo mesi nello spazio e si deve sottoporre alla riabilitazione. Ho scelto il soldato perché ho immaginato il suo ritorno a casa dopo una guerra e mi sono immedesimato nel suo stupore di fronte alle cose semplici della vita: è di nuovo bellissimo stare fuori mentre piove, è bellissimo tenerti la faccia tra le mani». 

Come può l’industria della musica fare a meno dei concerti per così tanto tempo?  
«Come tutti, anche io sono in costante osservazione. Insieme alle agenzie stiamo vagliando soluzioni. Mai come oggi ci siamo accorti di quanto questa macchina sia complessa da muovere. Anche solo riunire i tecnici per registrare il live è stata un'impresa. La ristorazione pensa al delivery, il cinema al drive in, la musica ai concerti a domicilio per duecento o mille persone. Una cosa è certa, bisogna avere l’attitudine al cambiamento per non farsi schiacciare dalla situazione». 

Cosa si prova a presentare un disco da solo in piazza?
«È stato surreale, perché il pubblico influisce per il 60% sulla riuscita di un concerto. Ma allo stesso tempo è stato emozionante: era da tempo che non presentavo un disco dal vivo, non ricordo nemmeno da quanto non lo facevo. È stato il mio tentativo di andare avanti. La risposta ad un bisogno impellente di comunicare con la gente. Bisogna vedere queste nuove forme di comunicazione come un'occasione, non come l'unica alternativa possibile, ed essere grati per avere almeno queste possibilità tecnologiche». 

Dal punto di vista politico, si è parlato troppo e fatto poco?
«Sicuramente. È il senso della canzone “Ssshh!!!”. Dopo tanto clamore, passiamo ai fatti». 

È più facile “Perdonare”?
«No. Perdonare è più costruttivo e sicuramente più complesso. L’alternativa è puntare il dito e giudicare senza capire. Il perdono presuppone un grado di comprensione, di umanità. È molto più complicato ricostruire e rimettersi in gioco, piuttosto che essere definiti».

Dopo due album viene da chiedersi quale sia il suo “gioco preferito”?
«La vita stessa e tutto quello che faccio. A partire dalla musica, che è anche il mio hobby preferito. Non ho diversivi che mi distraggano da quello. È la mia passione anche oltre l’orario di lavoro. Mi dedico alla terra, all’orto, che curo con mio fratello: una passione che abbiamo ereditato da nostro padre. La mia vita è il mio gioco preferito». 

“Imperfetta così” parla di una persona che fatica ad accettarsi. A chi è rivolta?
«È dedicata a tutte quelle persone che si sentono eccessivamente imperfette e che non capiscono che è proprio nell'imperfezione che si manifesta la grandezza di Dio. La macchina umana è magnifica nella sua imprecisione».

Avete reso più sopportabile il lockdown. Avete invaso i social con contenuti musicali di ogni tipo. Perché questa scelta di regalare contenuti? 
«È stata un’esigenza come artisti. Un bisogno di comunicare. Ci ha fatto sentire utili perché sapevamo di allietare questa fase così pesante. L’Italia è arte e l’arte si esprime anche attraverso noi musicisti. In sua assenza verrebbe a mancare una parte considerevole del nostro essere come popolo e come nazione. Senza arte siamo tutti un po’ meno italiani».


 



Gli inizi

Filippo Neviani, in arte Nek, è nato a Sassuolo (Modena). A nove anni ha i primi approcci con batteria e chitarra. Nel ‘92 debutta con il nome d’arte Nek. Nel ‘93 partecipa al Festival di Sanremo tra i giovani con il brano “In te” che affronta il tema dell’aborto. Nel ’94 il primo riconoscimento di prestigio: conquista assieme a Giorgia il Premio Europeo come miglior cantante giovane italiano. Nel ‘97 partecipa al Festival di Sanremo con “Laura non c’è”, conquista 6 dischi di Platino superando le 600.000 copie vendute. Al Festivalbar presenta “Laura no esta” conquista il mercato europeo e latino, diventando un artista internazionale con 2 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Nel 2003 esce il suo primo best “Nek The Best of… L’anno zero” che è la summa di dieci anni di carriera. Il resto è storia. 

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