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Quel che resta dei Bakthiari

La tribų nomade iraniana e quella vita scandita dalla pastorizia, dall’artigianato, da matrimoni e funerali

Gio 02 Lug 2020 | di Testo e foto di Donatella Penati Murč | Mondo
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“E saluterò la terra, il suo desiderio ardente di ripetermi e riempire di semi verdi il suo ventre infiammato, sì la saluterò, la saluterò di nuovo”. Così scriveva Forough Farrokhzad in “Saluterò di nuovo il sole”. La grande poetessa iraniana morta giovanissima in un incidente stradale mentre tornava dall’aver visto, in un cinema, un film italiano. Strano destino per lei, che cantava di un nuovo giorno, della speranza e della bellezza della sua terra. Quella preziosa terra che tanti nomadi si vedono sottrarre sempre di più, nonostante passati gloriosi ed identità culturali da preservare in una globalizzazione senza regole. Così i Bakthiari, minoranza nomade che ancora oggi, a fatica, spera tutti i giorni di poterlo salutare ancora questo Sole, dedicandosi alle loro tradizionali attività: pastorizia ed artigianato. Tribù tra le più antiche ed influenti, erede diretta dell’eroe persiano Fereydun (il giusto del Libro dei Re) e, si narra, di Ciro il Grande, adoratrice di Zoroastro, svolse sempre ruoli fondamentali nella politica persiana. Come appoggiare i moti rivoluzionari durante la conquista di Teheran ai primi del secolo scorso od opporsi ad imposizioni politiche che intaccavano la loro identità etnica. Come negli anni ’30 la leva obbligatoria o la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi. Fino ad opporsi, in tempi più recenti, al progetto di stanzialità, con attività agricole forzate, dello Scià o dal rigore delle politiche imposte dalla repubblica islamica, nata dalla rivoluzione del ’78 – ’79, e che ancora oggi tenta di limitare le terre di pascolo e le durissime transumanze di centinaia di chilometri attraverso regioni montagnose ed aspre. 
Perché i Bakthiari, che vivono prevalentemente nelle regioni sud occidentali dell’Iran, Chahar Mahal e Bakthiari, che hanno come lingua il Lur, misto di Farsi e Curdo (popolo da cui probabilmente provengono), ancora oggi cercano di vivere e muoversi secondo le loro antichissime tradizioni tribali. Il ritmo della loro vita è dettato dalle stagioni, dai matrimoni, dalle circoncisioni e dai funerali. Il tempo dettato dal loro bestiame: accoppiamenti, nascita degli agnelli, tosatura e tintura della lana. Caldo e morbido filo, usato per produrre tappeti preziosi e richiestissimi. Filati con telai orizzontali dalle donne e, un tempo, anche dai capi tribù, I Khan, riproducono con colori vegetali, ricchi e vivaci, motivi floreali. Come magici Giardini di Allah o fiori francesi, con le timide rose del Caucaso. E nulla è solo frutto di immaginazione. Raccontano con la trama e l’ordito, in questi quadri di fili di lana, il mondo che li circonda. Come un tempo, trascorrendo le calde estati iraniane sui monti e scendendo in zone più temperate in inverno. Si stimano duecento villaggi sparsi tra i Monti Zagros. Persi nelle strette valli che a primavera diventano quei giardini dove anche Allah sosterebbe volentieri. E la strada che si percorre per incontrarli è circondata da una natura nella sua piena bellezza. Dove, sparsi come in un presepe, scorgi i cipressi dei tappeti, le capanne fatiscenti e le tende di foggia araba grezza, pastorale. Tutto qui è provvisorio, fatto per non avere radici.  Anche le greggi che punteggiano i verdissimi prati fioriti, sembrano puntare lontano. Verso altri luoghi, altri monti. Su cammini centenari, attraverso alti valichi, rocce e fatica. Le strade polverose portano presto al villaggio. Qualche costruzione accennata: poca calce e lamiere cigolanti a permettere piccole rivendite. Molte tende svolazzanti e sparse, sorrette da pali e corde che sembrano cedere al vento. Come se tutto dovesse sparire in un attimo. Come fuggiaschi, scappare e non lasciare traccia. Perché in fondo questo è il destino dei grandi nomadi, delle etnie orfane e perseguitate del mondo. Così racconta il Khan di questo piccolo insediamento. “Non siamo più i padroni della nostra vita e tanto meno delle terre che hanno accolto i cammini delle nostre greggi. è sempre più difficile resistere alle limitazioni imposte da governanti che vogliono imprigionarci in luoghi fissi e non permettere più gli spostamenti”. Le tende sbattono adesso. Come bandiere di un regno che non c’è più. Lo sguardo del capo, che indossa l’uniforme tribale, copricapo cilindrico, pantaloni ampli e giacchetta corta, sembra riaccendersi di quella luce guerriera che hanno i Bakthiari nel loro Dna. Stringe a gambe incrociate, circondato da donne e bambini un po' timorosi, un antico e minaccioso moschetto a doppia canna. Sembra quasi sia arrivato il tempo di ritornare a rivendicare con forza i secolari diritti. 
Ma tutto cambia, al suono prolungato di un corno. Forse è l’incipit della battaglia…  
Invece tutto è molto meno epico: è il richiamo per accompagnare nel rito funebre un membro della comunità. E così, donne e uomini separati, tra gioia e dolore, come nei riti pagani, coi fucili (e qui sono molti, ma non per le rivoluzioni ma per la difesa delle greggi), tra suoni, urla e spari, si risale la collina dove vengono sepolti i morti. Tutti vestiti a festa, migliaia di colpi al cielo, come per aprire il varco all’anima del nomade. Khalil, compagno Bakthiari, dice che si spera che almeno i pascoli del cielo siano sterminati. Seduto sul tappeto che forma il pavimento della tenda, racconta la vita del suo gruppo. Spiega come sia difficile l’istruzione per i bambini dato che pochi degli adulti sono alfabetizzati ed è difficile trovare insegnanti disposti a fare una “scuola nomade”. E come le donne siano impegnate in attività antiche e faticose, come fare il pane od accudire le bestie. Certo, sognando forse il destino di una famosa donna Bakthiari, Soraya. La “principessa triste” che, negli anni ’50, sposò lo Scià di Persia, Reza Pahlavi, e, seppur ripudiata, visse una vita da favola. Ma poi per tutti, appena cambia il vento e la stagione, si deve esser pronti ad arrotolare tende, raccogliere le poche cose e seguire le greggi, che cercano nuovi pascoli. Un po' come i giovani Bakthiari che sentono il richiamo della globalizzazione, delle luci e delle comodità delle grandi città come Shiraz, Isfahan. Come il richiamo del sole. Ma il Khan, saggio, dice che per la loro gente, per i loro ragazzi, quel sole brucia e non scalda. Racconta che in questi ultimi decenni le popolazioni del clan si sono molto ridotte (in meno di cinquant’anni le stime contano un calo dal 25% al 14% delle comunità), a causa sempre di progetti che cercano di insediare le tribù in un solo luogo, creando affollamento, rivalità, perdita dell’interesse per l’allevamento (il 30% delle capre e degli agnelli, in Iran, sono di provenienza nomade) disoccupazione e quindi distruzione dell’identità antica di questo popolo nomade. Si cerca qualche piccola apertura con l’ospitalità a turisti curiosi od incrementando un piccolo artigianato “Ma la vera natura è là”, dicono i vecchi. Fuori dalle tende, liberi tra i quattromila metri degli aspri giganti Zagros, a scrutare un orizzonte fatto ora anche di frontiere off limits. Afghanistan, Iraq, Turchia…  “Ancora una volta - dicono - ci spaventa l’avidità dell’uomo e non la forza della natura”. Il poeta Cheikh Bentounes, diceva che se la libertà può essere difesa con le armi e l’uguaglianza con le leggi, la fratellanza vive e cresce solo nel cuore dell’uomo. Guardando questo mondo e le sue genti, la loro forza di determinazione, è chiaro come questa realtà sia fragile e, se scomparisse, la perdita sarebbe immensa. Ma ormai è buio in una notte sfacciata che mostra tutte le sue pietre preziose. Vecchi e giovani guardano la Luna e dicono: ”Sorrideremo di nuovo al Sole… domani”. E speriamo ancora per tanti giorni.          

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