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Speciale mare

A tu per tu con il geologo Mario Tozzi, con Legambiente, Marevivo e con la biologa marina Mariasole Bianco per tornare a immergerci con pių consapevolezza

Gio 02 Lug 2020 | di Chiara Luce | Ambiente
Foto di 20

Gli oceani coprono circa i tre quarti del nostro pianeta e ospitano l’80% delle specie viventi, animali e vegetazione marina che popolano le acque di tutto il mondo. Gli oceani producono metà del nostro ossigeno e cibo per un miliardo di persone. E poiché assorbono enormi quantità di anidride carbonica, sono anche una delle nostre migliori difese contro i cambiamenti climatici. Si stima che circa un quarto di tutta la CO2 prodotta da attività umane emessa negli ultimi 20 anni sia stata catturata dalle loro acque. Una massa enorme di acqua nella quale è compresa anche quella del nostro Mediterraneo, che, pur rappresentando meno dell’1% dei mari, ospita circa l’8% delle specie marine note, vale a dire migliaia di creature, tra cui la balenottera comune e la foca monaca. Un patrimonio che dobbiamo proteggere e al quale quest’anno dobbiamo tornare seguendo regole ferree...

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Il mare è la pattumiera del mondo


Mario Tozzi: “Gli abitanti del mare sono a rischio estinzione. Bisogna cambiare il sistema produttivo e selezionare meglio il pesce che mangiamo”

di Nadia Afragola 

Mario Tozzi è un geologo e divulgatore scientifico. Lavora come primo ricercatore al C.N.R., Centro di Studio per il Quaternario e l’Evoluzione Ambientale - Dipartimento Scienze della Terra, Università “La Sapienza” Geologo e Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Lo abbiamo raggiunto in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani.
Come sta il mare oggi? 
«Male, è la pattumiera del mondo. I suoi abitanti sono in grave rischio di estinzione. La qualità delle acque è peggiorata ed anche il suo ruolo importante di serbatoio di carbonio è compromesso dal cambiamento climatico. Fisicamente e biologicamente non sta bene, a questo aggiungiamo il grave problema delle plastiche che si sono radunate in sette grandi vortici oceanici, che raccolgono decine se non centinaia di milioni di tonnellate di materiali».
La pandemia ha dato un’accelerata ai servizi di delivery e asporto. Come fare per non essere sommersi dalla plastica? 
«E non parliamo delle mascherine e dei guanti! Tutto materiale monouso immesso sul mercato, proprio nel momento in cui stavamo uscendo dalla logica dell’usa e getta. Le strade sono due: uso di sostanze biodegradabili oppure riuso e riutilizzo dopo la sterilizzazione. Non mancano le idee, ma troppo spesso si sceglie la soluzione più comoda senza pensare all’impatto che ha sull’ambiente».
Come si salva il mare? 
«Cambiando totalmente il sistema produttivo, optando per un’economia basata non più sui combustibili fossili e creando dei cicli economici chiusi che non portino allo scarto e al rifiuto. Mi sembrano due obiettivi molto lontani».
Incalcolabile l’impatto umano sull’economia del mare.
«E ci sarebbe da aggiungere un altro fattore che non ho nominato: la sovrapesca. Questa riduce il pesce non solo per noi, ma anche per gli animali che se ne nutrono, per i pinguini o le balene. Forse oggi, per quello che riguarda la fauna marina, l’impatto della sovrapesca è più forte anche dell’inquinamento».
Sono tante le specie di pesci in via di estinzione. Come convincere gli chef e non inserirle nei loro menù?
«Si dovrebbe selezionare meglio il pesce che mangiamo. La pesca poi non è selettiva: per avere 15 kg di gamberi devi pescare quasi 100 kg di pesce. Bisognerebbe imparare a consumare tutto ciò che viene pescato, come si faceva un tempo, ed evitare di mangiare i predatori, come il tonno o la ricciola, che sono al vertice della catena alimentare. Siamo già al limite della risorsa, ma non ce ne accorgiamo solo perché tutti gli altri popoli nel mondo se ne privano».
In Italia le regioni più colpite dal Covid sono quelle più inquinate. C’è una connessione? 
«Non lo credo solo io, lo hanno scritto diversi ricercatori che hanno trovato una correlazione tra i picchi di polveri sottili e quelli dei contagi. Non è un caso se Wuhan e la Pianura Padana sono tra le zone più inquinate al mondo».  
Il fatto che il mondo si sia fermato per la pandemia ha in qualche modo giovato agli oceani? 
«Probabilmente sì, ma è un giovamento come quello di cui ha goduto l’atmosfera, ossia poco duraturo. Abbiamo ricominciato a produrre esattamente come prima». 
Le nuove generazioni sono migliori di noi?  
«Può essere che lo siano, con la loro ribellione contro il cambiamento climatico, contro le auto e la plastica. Mi sembra una buona cosa, oltretutto sono molto informati e quindi da questo punto di vista forse una speranza c’è».           

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MARIO TOZZI
Laureato in Scienze Geologiche all'Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze della Terra. È primo ricercatore presso l’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche è membro del consiglio scientifico del WWF. Divulgatore scientifico, saggista, autore e conduttore tv lo abbiamo visto in “Gaia - Il pianeta che vive” (RaiTre), “Terzo pianeta” (Raitre), “La gaia scienza” (La7), “Allarme Italia” (La7), “Atlantide” (La7), “Fuori luogo” (RaiUno), “Sapiens” (RaiTre).  

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Legambiente in prima linea per le coste


Andrea Minutolo, responsabile scientifico: “Il mare non può essere ostaggio delle piattaforme petrolifere”

di Domenico Zaccaria

Da oltre 30 anni Legambiente solca i mari italiani con la sua Goletta Verde, per valutare la qualità delle acque e denunciare tutti gli abusi contro il nostro “oro blu”. Ma quest’anno, alla luce dell’emergenza Coronavirus, sarà un’edizione diversa dal solito, come ci spiega il responsabile scientifico di Legambiente Andrea Minutolo.
«Per forza di cose abbiamo dovuto cambiare il format, ma non sono mutati gli obiettivi: denunceremo gli scarichi abusivi e la cattiva depurazione. A differenza delle precedenti edizioni, abbiamo organizzato una call to action coinvolgendo i circoli di Legambiente, attraverso la quale inviteremo i cittadini di ogni età ad effettuare i campionamenti e a portarli in laboratori certificati. In sostanza garantiremo il consueto monitoraggio delle nostre acque, ma con una sensibilizzazione delle persone ancora più profonda».
I mesi di lockdown hanno evidenziato il peso delle attività umane sulla salute del mare?
«Nella tragedia sanitaria che abbiamo purtroppo vissuto, una delle poche note positive è aver potuto osservare quanto sarebbe più bello il mondo se l’impatto antropico fosse minore. Lo abbiamo visto rispetto alla qualità dell’aria che respiriamo e alla salute dei mari; e al contempo abbiamo notato come, appena riaperti i battenti, certi valori negativi abbiano immediatamente cominciato a risalire. Dobbiamo fare tesoro di quelle splendide immagini della Fase 1 per vivere la ripartenza in una direzione diversa, per una Fase 3 all’insegna di un impatto antropico ridotto».
Quali sono i “delitti” peggiori e quelli più frequenti che vengono perpetrati ai danni del nostro mare?
«Noi da anni parliamo di “mala depurazione”, ovvero dell’assenza o della scarsità di sistemi di depurazione adeguati: circa il 25% del territorio italiano non è servito da un sistema di depurazione appropriato e per questo paghiamo ogni anno multe salate. Un altro grave delitto è quello dell’abusivismo edilizio: per decenni il consumo di suolo è stato portato avanti in maniera indiscriminata, riducendo o denaturalizzando molti tratti costieri. Il che ha avuto effetti anche sull’erosione, rispetto alla quale sono state messe in campo soluzioni sbagliate, come le barriere di cemento in mare. Va poi ricordata la minaccia delle estrazioni di idrocarburi soprattutto nel Mare Adriatico e in Sicilia: non è sensato insistere con forme di approvvigionamento energetico superate, che comportano gravi rischi connessi al passaggio delle navi cisterna. La stagione delle fonti fossili è finita e il mare non può più essere ostaggio delle piattaforme petrolifere». 
La difesa delle spiagge libere è uno dei vostri cavalli di battaglia. Con le norme previste per questa estate non si rischia il caos gestionale o peggio la loro chiusura?
«è un aspetto che ci preoccupa molto. Il primo rischio è che, per la necessità di aumentare gli spazi a disposizione, si estendano le concessioni agli stabilimenti a scapito delle spiagge libere. Il secondo è connesso alle decisioni che alcuni Sindaci possono prendere rispetto alle misure per rendere fruibili gli arenili liberi. Ci sono primi cittadini che stanno emanando ordinanze di divieto, costringendo le persone – oltretutto dopo mesi così duri dal punto di vista economico – a non avere alternative agli stabilimenti a pagamento». 
La necessità di salvaguardare la salute sta portando a un importante ritorno di prodotti monouso. La questione vi preoccupa, considerando gli impatti che può avere sul mare? 
«Decisamente sì. C’è il rischio concreto di tornare indietro di vent’anni quando il consumo di piatti, bicchieri e packaging monouso andava molto di moda. Al di là dei dispositivi sanitari come guanti e mascherine, invitiamo i gestori delle spiagge e i ristoratori a garantire la sicurezza dei servizi senza affidarsi completamente al monouso; e se proprio non ci sono alternative, a optare per prodotti compostabili e in bioplastica. Deve essere ben chiaro che nessuna ordinanza obbliga di ritornare al monouso: non abbandoniamo la strada virtuosa che avevamo intrapreso prima dell’emergenza sanitaria!».            

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Andrea Minutolo
Nato a Roma nel 1978 e laureato in Geologia, Andrea Minutolo ha avuto il primo contatto con Legambiente nel 1999, partecipando come volontario ad un campo estivo sull'isola di Ginostra (Stromboli). Nel 2012 è entrato a far parte dell’ufficio scientifico dell’Associazione, mettendo a disposizione le sue competenze tecniche, umane e sociali. Attualmente è responsabile scientifico di Legambiente.

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Il mare con gli occhi diversi del lockdown


Maria Rapini, Segretario Generale di Marevivo: scopriamo le meraviglie e la ricchezza che ci sa offrire quando è protetto e tutelato

Mascherine e guanti si stanno trasformando in un’ingente mole di nuovi rifiuti da gestire. Ma non ne possiamo fare a meno, «dobbiamo quindi imparare a utilizzarli e a conferirli adeguatamente per prevenire il rischio di abbandono nell’ambiente e nel mare - spiega Maria Rapini, Segretario Generale di Marevivo -. Esistono diversi tipi di mascherine e guanti, ma finora quelli monouso provenienti da utenze domestiche vanno nella raccolta indifferenziata, perché non siamo attrezzati per un corretto smaltimento dei materiali che li compongono. Bisogna mettere in atto una filiera produttiva e di smaltimento nuova che porti alla realizzazione di presidi prodotti con materiali riciclabili. Ma è di fondamentale importanza estendere l’informazione ai cittadini in maniera corretta e ripetuta nel tempo, oltre alla necessità di un’educazione a più livelli che faccia capire i danni prodotti dall’abbandono dei rifiuti».
Quali sono gli altri rifiuti che più spesso inquinano i nostri mari? E i più dannosi?
«Sulle spiagge e nei mari troviamo resti più o meno grandi di oggetti di plastica monouso (bottiglie, piatti, posate, tappi e cannucce), polistirolo e imballaggi, reti e fili di nylon abbandonati da pescatori o provenienti da acquacoltura, pezzi di metalli e scarti di lavorazione di vario genere. Rifiuti che si trasformano in pezzi sempre più piccoli e che vanno a costituire le cosiddette microplastiche o microfibre, nel caso di tessuti sintetici estremamente pericolosi per tutte le forme di vita. I danni prodotti agli organismi marini sono ingenti: pensate ad esempio ai danni prodotti da un filo di nylon o da una rete da pesca attorcigliata attorno ad una tartaruga marina o un delfino». 
In pieno lockdown, le immagini dei canali di Venezia trasparenti e del Golfo di Napoli cristallino hanno fatto il giro del mondo. 
«Uno dei nemici peggiori che il nostro mare si trova ad affrontare è l’invasione degli spazi marini e costieri. Le attività, come il turismo o la pesca, se non indirizzate in un percorso di sostenibilità, influiscono pesantemente sulla salute del mare e l’integrità del paesaggio. Un grande peso è costituito dall’inquinamento delle acque derivante da scarichi urbani e industriali, laddove manca un sistema di depurazione adeguato, spesso con l’aggravante di scarichi illegali. Anche su questo la nostra Associazione è in prima linea con la richiesta di interventi urgenti come per il fiume Sarno, tornato torbido a poche ore dalla riapertura delle attività». 
Vivremo un’estate al mare diversa dalle altre.
«Il mare è il polmone blu della Terra, rappresenta il 70% della superficie del Pianeta, produce oltre il 50% dell'ossigeno che respiriamo, assorbe un terzo dell'anidride carbonica gas responsabile dei cambiamenti climatici e rappresenta il 98% del territorio abitato dalla vita.  Nel tempo del Coronavirus abbiamo imparato a guardarlo con altri occhi, abbiamo scoperto una ricchezza di vita che non immaginavamo e vorremmo che questa “luna di miele” tra l’uomo e il suo mare non finisse». 
Questa estate sarà un’occasione per scoprire le bellezze italiane?
«Il nostro Paese vanta un primato purtroppo poco conosciuto: 32 Aree Marine Protette - tra cui 2 parchi archeologici sommersi e il Santuario dei mammiferi marini - che tutelano circa 700 chilometri di costa dove si trovano le località più belle d’Italia e famose in tutto il mondo. Visitare questi luoghi significa scoprire le meraviglie e la ricchezza di vita che il mare ci sa offrire, quando è protetto e tutelato come abbiamo visto anche durante il lockdown».    

Domenico Zaccaria

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Marevivo
Marevivo lavora dal 1985 per la tutela del mare e dell’ambiente, contro l’inquinamento e le pesca illegale, per lo studio della biodiversità, la promozione e valorizzazione delle aree marine protette, l’educazione nelle scuole e nelle università per lo sviluppo sostenibile e la sensibilizzazione su tutti i temi legati al mare.

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Donne, il pianeta ha bisogno di noi!


Mariasole Bianco: la passione per il mare, il riconoscimento dell’Onu, la tv, un libro e in futuro anche un cartone animato

Mariasole Bianco è una biologa marina e un punto di riferimento internazionale per le politiche legate alla tutela dell'ambiente marino. È una di quelle persone a cui la passione ha disegnato un sorriso in volto. Ma, al di là della sua indiscutibile professionalità, quello che la rende speciale è la voglia di cambiare le cose, di sensibilizzare e di creare consapevolezza. Mariasole è molto più di una biologa, di una scienziata, il cui lavoro è stato riconosciuto persino dall’ONU: è una divulgatrice, parla del mare e di quello che possiamo fare per salvarlo, cambiando rotta. Ne parla anche in un libro, “Pianeta Oceano”, pubblicato da poco per Rizzoli. E ne parla con quella gioia contagiosa che regala speranza.
«A tutti gli effetti sono una scienziata. Poi a un tratto ho deciso di svestire questi panni, almeno dal punto di vista del linguaggio, e di abbracciare il mondo della comunicazione. La scienza non può rimanere relegata a se stessa. Viviamo tempi di cambiamenti in cui è essenziale creare consapevolezza in ognuno di noi, affinché si raggiunga quel cambiamento che il Pianeta ci richiede disperatamente. Il passaggio fondamentale per innescare il cambiamento sta tutto qui: la gente protegge quello che ama e ama quello che conosce».
Come è nata la sua passione per il mare?
«Da piccola. Avevamo casa in Sardegna e trascorrevo lì le vacanze estive. Tre mesi senza scarpe, spettinata, sotto il sole. Il contatto con la natura era talmente forte che il ritorno alla normalità della vita quotidiana era un trauma insopportabile».
Come si tutela l’ambiente marino? 
«Con l’istituzione di aree marine protette, luoghi deputati per proteggere la biodiversità, per limitare le attività di pesca, per favorire un uso sostenibile delle risorse ed incentivare il turismo responsabile. Ad oggi la percentuale di aree marine è bassissima. L’unione Europea si è posta come obiettivo quello di coprire il 30% delle acque di competenza del territorio europeo in 10 anni. Considerando che attualmente le aree marine protette in Europa sono il 10%, mentre in Italia siamo all’1%, è davvero un traguardo ambizioso. E la comunicazione gioca un ruolo fondamentale: proteggi il mare, proteggi la tua esistenza».
Salute degli oceani: siamo davvero al bivio? 
«Direi di sì. Abbiamo ancora poco tempo per cambiare rotta. Negli ultimi 50 anni abbiamo assistito a variazioni drastiche; è cambiata la composizione chimica degli oceani, sono diventati sempre più caldi, più acidi e più poveri di ossigeno. Tutti indicatori molto preoccupanti. Dobbiamo muoverci».
Il problema di tutto è veramente la plastica? Non sarebbe meglio parlare di un problema culturale? 
«L’aspetto culturale è fondamentale. La plastica che galleggia in acqua rappresenta solo l’effetto finale di un comportamento sbagliato, che va estirpato alla radice. Utilizziamo materiali destinati all’usa e getta. E ci accorgiamo del problema solo quando si formano enormi isole di rifiuti negli oceani».  
I giovani di oggi sono più consapevoli? 
«Assolutamente sì. E questo grazie al percorso di integrazione che è stato fatto all’interno dei corsi di studi, per creare la consapevolezza nei giovani. Sono più sensibili, basti pensare al Fridays for Future e a tutte quelle associazioni ambientaliste che hanno portato le tematiche nelle aule». 
Nel 2013 ha fondato Worldrise, un’associazione no profit. Quali sono i vostri obiettivi? 
«L’associazione è un ponte tra la sfera accademica dello studio del mare e quella pratica professionale. Abbiamo creato opportunità di lavoro e siamo cresciuti tantissimo in questi anni. Aiutiamo i giovani a fare della tutela dell’ambiente un lavoro».
Perché l’ha chiamata l’Onu?
«È stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita lavorativa. L’ONU mi ha chiamata per riconoscere il mio impegno a livello internazionale. Vedere il frutto di tanto lavoro all’età di 34 anni è qualcosa che ripaga della stanchezza quotidiana. Il mare è la mia passione e sapere che la commissione europea condivide e appoggia il mio impegno dà un senso alla mia vita».
Programmi per il futuro? 
«Sarò la protagonista di un cartone animato per la Rai. Con me si saranno Otti, un polpo, e il Coro dell’Antoniano». 
Nel mondo scientifico il dominio non è maschile? 
«La tutela del mare è sempre più donna. Ci prendiamo cura degli altri per natura, per istinto. Anzi, ne approfitto per richiamare all’appello tutte le donne che leggeranno questa intervista: il Pianeta ha bisogno di tutte noi».                                          

Nadia Afragola

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Il mare ci rappresenta


L’esperto: “È metafora dell’essere umano”

Il relax, il gioco, la possibilità di indossare il costume e quindi di spogliarsi, di alleggerirsi e allontanarsi dalla frenesia quotidiana, dai luoghi e dagli oggetti nei quali la riconosciamo. Così il mare è un elemento che può essere considerato sotto punti di vista differenti, sia superficiali che profondi.
«La letteratura psicanalitica ha detto molto su questo rapporto. Nella tradizione più ortodossa legata a Freud, c’è un collegamento simbolico anche con la sessualità. Adesso, più in generale, ci si riferisce al mondo emotivo sommerso». 
Roberto Calabrese è uno psicologo specializzato in psicofisiologica clinica. È nato e cresciuto a Napoli, a stretto contatto con il mare, ma vive e lavora a Roma da molti anni e continua a navigare.
È generalmente associato alla vacanza. 
«Soprattutto in Italia rimanda a quest’idea e quindi allo svago. L’organizzazione capitalistico-aziendale contemporanea restituisce minori libertà rispetto al passato nel creare questo momento o nel fare in modo che sia abbastanza ampio. Non è più immaginabile concedersi due o anche un solo mese intero di vacanza. Ma quella di rilassarsi esclusivamente o prevalentemente al mare è una percezione molto personale».
Si parla anche di un ritorno al liquido amniotico.
«Certo. Ed è lì che si forma l’individuo e lì c’è la base di tutte le sue componenti emotive, biologiche, cognitive. Una sorta di ritorno alle origini. Anche la psicologia dà molto valore alla leggerezza, alla spensieratezza, alla dimensione ludica del mare e della spiaggia. Ma non dimentichiamo che siamo esseri ambivalenti, quindi abbiamo a che fare pure con tratti più intensi e profondi. Ecco allora che il mare costituisce una buona metafora dell’essere umano, perché da una parte c’è il relax e dall’altra la spinta a una visione più complessa». 
Quindi non è sempre rassicurante. 
«D’inverno è molto più facile vederlo arrabbiato e in tempesta. Ed è una visione alternativa alla vacanza spensierata. La sua parte inquietante è meno nascosta e la associamo ai nostri sommovimenti interni. Che lo si guardi da lontano o ci si tuffi dentro, contiene delle incognite. Non sappiamo davvero cosa ci troveremo, come e quando cambierà, in che modo si muoveranno le correnti che lo percorrono, quindi rappresenta anche l’inconscio che può emergere. Le zone-ombra non sono necessariamente rasserenanti, ma proprio per questo possono rappresentare una grande risorsa se riusciamo a integrarle bene».
In che modo?
«C’è una metafora che uso molto nel mio lavoro clinico ed è quella della navigazione. Soprattutto se parliamo di vela, abbiamo a che fare con il vento, che ci permette di andare in tutte le direzioni, tranne che contro il vento sesso. Ed è una metafora della vita. Quando ci troviamo in alcune situazioni, è come se insistessimo nel voler raggiungere un obiettivo, anche procedendo controvento. Potremmo invece sfruttare l’avversità a nostro favore per centrarlo comunque, proprio come si fa con la vela. I cosiddetti “bordi”, procedendo con le diagonali, ci portano a destinazione con un percorso diverso da quello dritto, che invece non ci è possibile compiere. Questo richiama anche il tema dell’ansia, un disturbo che deriva dalla necessità percepita di voler controllare ciò che non è controllabile».
È per questo che il mare ci affascina?
«Perché le sue diversità coincidono con le nostre. Altrimenti non ci fermeremmo anche solo a guardarlo, perdendoci nei nostri pensieri».
Come sarà percepito il distanziamento fisico?
«È qualcosa di completamente nuovo e bisognerà capire come verrà gestito. Penso che rappresenti un grosso problema, molto difficile da sostenere dal punto di vista psicologico. D’estate, al mare, ci si mette a nudo, sia metaforicamente che realmente. Il corpo diventa protagonista da un punto di vista seduttivo, ma anche di rapporti, di condivisione, di interazione tra amici, vicini di ombrellone, di gioco. Sarà un adattamento difficile, perché la vera novità portata dalla pandemia è che non possiamo riunirci e stare davvero insieme».          
                              
Emanuele Tirelli

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Relax… con le regole


Tutti al mare... ma con qualche precauzione

In spiaggia con l’igienizzante per le mani. Ma questa è sola una delle regole per l’estate 2020 pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità sul proprio sito, tratte dal “Rapporto sulle attività di balneazione in relazione alla diffusione del virus SARS-CoV-2”, in collaborazione con il ministero della Salute, l’Inail, il coordinamento di prevenzione della Conferenza Stato Regioni, alcuni esperti delle Arpa e altre istituzioni. Del rispetto delle poche, ma chiare, indicazioni sono responsabili i gestori degli stabilimenti balneari. Per gli spazi liberi l’attività di vigilanza spetta alle amministrazioni e agli enti locali, ma in generale si fa appello al senso di responsabilità dei cittadini. E, sì, anche i bambini devono rispettare il distanziamento.

ACCESSO
L’ingresso agli stabilimenti deve avvenire tramite prenotazione, anche online. In ogni caso, ai bagnanti va controllata la temperatura corporea per interdire l’accesso ai varchi laddove risulti superiore ai 37,5°. Gli utenti devono essere anche registrati per facilitare un’eventuale contatto futuro nel caso in cui dovessero sopraggiungere notizie di contagio in quella determinata area. E i loro nominativi restano in un elenco per 14 giorni, tutelati dalle norme sulla privacy.

RELAX 
S’è fatto un gran parlare dell’ipotesi di separare le postazioni in spiaggia con dei pannelli in plexiglas. La verità è che basta rispettare una certa distanza e si può continuare a godere dell’aria aperta. È possibile usare anche sdraio, sedie e lettini, noleggiare canoe e pattini e così via, ma il gestore dello stabilimento deve provvedere a sanificarli regolarmente insieme a tutte le superfici e alle aree comuni. Laddove ci siano invece attrezzature impossibili da igienizzare ogni volta che risulti necessario, bisogna limitarne l’utilizzo, tant’è che tra le indicazioni c’è pure quella di “evitare l’uso promiscuo di qualsiasi attrezzatura da spiaggia”.

DIVIETI
La musica si può ballare nelle discoteche all’aperto, a due metri di distanza gli uni dagli altri. Quindi solo nei luoghi preposti, come potrebbero essere gli arenili. Sono vietati tutti i tipi di eventi che rappresentino un’occasione di aggregazione. Anzi, di assembramento, uno dei termini più ripetuti in questo periodo. Nemmeno i pasti a buffet sono possibili, a meno che non sia il cameriere a servire ai tavoli. E le persone che non appartengono allo stesso nucleo familiare devono mantenere una distanza di almeno un metro, anche in acqua. Stare ben lontani permette di non indossare la mascherina, che però bisogna sempre portare con sé.  

Enrico Guastalla

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In spiaggia con l’App


In alcune località si possono scaricare App per evitare numeri e file

Il distanziamento fisico è più semplice dove ci sono spiagge più ampie. E, mentre gli stabilimenti regolano da soli il flusso, c’è bisogno invece di un sistema che tenga d’occhio soprattutto la presenza dei bagnanti negli spazi liberi. Ecco perché sono nate una serie di App che cercano di risolvere il problema di numeri e file. Questi sono alcuni esempi.

Jesolo
Riguarda tutti i consorzi e gli stabilimenti, incluse le spiagge libere. Il territorio di riferimento di “J.Beach” è quello del comune di Jesolo, sempre molto frequentato d’estate, sia dai residenti che dai turisti italiani e stranieri. L’App è stata creata di comune accordo con le associazioni di categoria e l’amministrazione per rispettare le prescrizioni dei governi nazionale e regionale in tempo di Covid19. È scaricabile e facilmente utilizzabile dai dispositivi portatili, o accessibile dal sito, per prenotare un posto in spiaggia, ma anche, negli stabilimenti, ombrelloni e sdraio, in modo tale da evitare lunghe file all’ingresso e il rischio di dover tornare indietro.

Genova
Scaricabile sia per sistemi android che per ios, “SpiaggiaTi” riguarda le 17 spiagge libere genovesi: il blu indica il via libera; il rosso quando i posti sono esauriti. Cliccando sull’icona relativa a un determinato sito, una finestra mostra il numero preciso dei posti disponibili. E chi vuole autorizzare l’App all’accesso alla propria posizione può usufruire anche del suggerimento del tragitto da percorrere attraverso Google Maps. Ai punti d’accesso, i bagnanti trovano operatori, volontari delle associazioni locali, agenti della polizia municipale e steward messi a disposizione dall’Autorità portuale. A loro spetta il compito di aggiornare i dati online e di regolare il flusso; e di consegnare un talloncino agli utenti per l’individuazione del posto assegnato.

Roma
“Seapass” è per tablet e smartphone e permette alle persone di essere informate sulle possibilità di accesso: il colore rosso indica che la spiaggia è piena; quello verde che è ha ancora molti posti disponibili; quello giallo che si sta riempiendo. Il Comune di Roma ha diviso la costa in tre settori (Ostia centro, Ostia Ponente e Castel Porziano-Capocotta), con 22 varchi d’accesso e degli addetti alla conta in entrata e in uscita. I dati vengono inseriti in tempo reale sulla piattaforma, perché le persone ancora a casa o per strada possano avere dei riferimenti aggiornati e fare serenamente la propria scelta.

Campania Nord
Non solo spiagge libere, ma anche piscine comunali, lidi, acquapark, bar e consegne di cibo. “Skiply” è una piattaforma adottata dal Cna Balneari Campania Nord. Si propone di aiutare anche le amministrazioni comunali nella gestione dei bagnanti, con un filtro che restituisce informazioni relative a residenza, età e fasce orarie, ma anche al livello di soddisfazione dei bagnanti e alla segnalazione di criticità sulle quali dover intervenire. I varchi sono tenuti d’occhio dagli agenti delle municipali, dalla protezione civile e dalle associazioni di volontariato.                                            

Emanuele Tirelli

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