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Immuni: che fare?

Incertezze, ritardi, problemi di attivazione, privacy s o no...

Gio 02 Lug 2020 | di Giuseppe Marino | Media

È arrivata in ritardo come un treno pendolari. Ed è questo il primo difetto dell’app Immuni che dovrebbe aiutare a tracciare la diffusione del Coronavirus: il debutto negli store dei telefonini italiani è arrivato quando l’epidemia era agli sgoccioli e la fase della grande paura ero ormai passata (almeno per ora). Un’osservazione sociologica, più che tecnologica: la paura è un motore potente. E nella fase acuta dell’emergenza avrebbe spinto milioni di persone a scaricarla. Invece il debutto al ralenty ha probabilmente fiaccato l’utilità stessa dell’app.
Secondo gli esperti, infatti, una vera utilità nel tracciamento dei contatti ci sarebbe solo se venisse scaricata dal 60-70% della popolazione. Il fatto che non funzioni con modelli precedenti all’iPhone 6 e Android precedenti al 2015 diminuisce ancora un po’ la platea potenziale.
Molti non la scaricheranno per il motivo più sbagliato: i timori per la privacy. In realtà i test fatti finora rivelano che, grazie anche all’intervento del Garante della privacy, è stata prestata molta attenzione alla protezione dei dati. Lo conferma anche il test effettuato da Altroconsumo sull’app di tracciamento dei contatti: “Non accede a identità, mail, posizione gps, fotocamera, rubrica, sms e non profila”. 
La tecnologia prescelta, il bluetooth, permette solo di scambiare dei codici anonimi tra telefonini quando gli apparecchi sono molto vicini. In quel momento si registra la durata del contatto tra un proprietario del telefonino e l’altro e la distanza, ma sempre in modo anonimo.
I dati personali vengono conservati in modo criptato e rimangono nel telefonino, almeno finché non si entra in contatto con qualcuno che è infettato dal coronavirus. In questo caso, la persona che si scopre infettata riceve dalle autorità sanitarie che fanno la diagnosi un codice. A quel punto i dati raccolti da Immuni entrano nel sistema e sui telefonini di chi è entrato in contatto con un infetto arriva un avviso che comprende le informazioni su dove e quando è avvenuto il contatto, oltre a informazioni su cosa fare. Il contatto deve essere durato per almeno 15 minuti a una distanza inferiore ai due metri. Nella prima settimana di sperimentazione in Liguria sono stati individuati tre casi di infezione.
E qui nascono i veri problemi. In teoria bisognerebbe isolarsi per precauzione, ma a questo riguardo c’è poca chiarezza. Anche perché la cosa migliore in teoria sarebbe di accertare se si è stati contagiati, ma farsi fare un tampone non è così facile. E non è nemmeno chiaro se sarà giustificata un’assenza dal lavoro per isolarsi.
Ma c’è di più. Alcuni esperti temono che la tecnologia utilizzata, il bluetooth, si presti a parecchi errori, non misurando in modo abbastanza accurato la distanza e il tempo del contatto con l’infetto. Il che potrebbe generare false sicurezze in chi non riceve avvisi. Un pericolo. Insomma, l’app non vi ruberà i dati. Ma potrebbe essere molto meno utile del previsto.
Molto dubbia anche l’utilità delle app analoghe che alcune Regioni hanno in messo in campo: Sicilia, Sardegna, Umbria. In sostanza servono a registrarsi quando si va in visita in quella Regione e a ricevere consigli dal sistema sanitario locale. Insomma, la tecnologia informatica al momento, almeno in Italia, non sta dando un grandissimo contributo contro il virus. Meglio sperare nella tecnologia medica. Cure e vaccini sono in avanzata fase di sperimentazione anche in Italia. C’è da sperare che arrivino prima di una eventuale seconda ondata.      

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